Ettore Castiglioni.

IL GIORNO DELLE MSULES.

Diario dal 1931 al 944, a cura di Marco Ferrari.
1993, L'arciere, Cuneo.
1993, Vivalda, Torino.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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1931.
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Inverno 1931.
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Cambio forma di diario, anche perch esternamente questo notes deve essere quanto pi possibile diverso da quello terminato. Spero e intendo che tanto pi sia diverso il contenuto.
Scrivo per il lungo e con calligrafia di media grandezza, perch cos soprattutto mi trovavo bene in questi ultimi tempi, scrivendo sui foglietti di un blocco.
Desidero che l'atto materiale dello scrivere mi divenga il pi naturale, il pi comodo, il pi inavvertito possibile, per potermi completamente immedesimare in queste note. La rapidit con cui scrivo mi permette quasi di fissare immediatamente il mio pensiero, senza doverlo troppo rallentare per l'atto materiale della mano. Tanto pi immediato quindi ne risulter lo scritto. Se non fosse tale non avrebbe ragione d'essere.
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Falsit, falsit. Io sono falso, tutti sono falsi, e tutto  cos falso, che dubito persino che esista una verit. Mi sembra che ciascuno si crei una verit a proprio uso e consumo, e in essa credano di individuare la verit assoluta. Esiste questa realmente, e c' qualcuno che la veda? O  un miraggio? O esiste solo l'uomo con le sue passioni? Forse la verit  solo nell'istinto brutale, ed ogni sforzo che l'uomo fa per elevarsi, non  che una menzogna.
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Credo di aver affermato qualche volta che ciascuno si costruisce da s il proprio destino. Si direbbe forse meglio che tutto quello che si attribuisce al destino, dopo un attento esame, si riconosce come opera propria. Infatti il fatto accidentale e materiale, per s non ha alcun valore. Per te acquista un valore esclusivamente in relazione al modo come tu lo prendi. Quindi soggettivamente il fatto non esiste, ma tu lo crei volontariamente o istintivamente, inconsciamente o perfino tuo malgrado: ma  sempre opera tua. In questo senso il mondo  creazione dell'uomo, e ciascuno si crea il suo mondo, diverso da tutti gli altri s, ma il solo vero per lui. Ritorniamo perci a quello che dicevo qualche tempo fa: se non esiste la realt, non pu esistere neppure una verit assoluta. Ciascuno, come crea la propria realt, crea la propria verit e a quella sola crede, quella sola segue.
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La libert  l'unico mezzo per dare all'uomo il senso della responsabilit.
Il conoscere si raggiunge assai pi attraverso l'amore che attraverso l'intelligenza.
E ancor pi la conoscenza di se stessi.
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Si arriva cos anche alla spiegazione della Religione e della Fede. La Religione  fortemente sentita dai miseri e dai deboli, cio dagli incapaci di crearsi il proprio destino, che inventano la Religione per trovare la spiegazione delle proprie disgrazie (che non hanno il coraggio di imputare direttamente a se stessi, quantunque parlino di castigo divino), e per trovar rassegnazione e conforto (e acquetamento vigliacco) nel pensiero che il male  voluto da una forza superiore e ineluttabile per ragioni imperscrutabili. Ma la Religione ha avuto anche dei miracoli, e il Vangelo insegna che tutto pu ottenere chi fermamente crede con vera fede. Ma chi crede con fede, anche vuole; e quando la fede arriva al punto di ottenere il miracolo, essa  una ferma convinzione di ottenerlo, cio la volont assoluta di raggiungerlo: quindi, se il miracolo avviene, non ci sar bisogno di andar fin nelle sfere celesti per ricercarne la spiegazione, poich la troveremo nella volont dell'individuo, che l'ha voluto e l'ha attuato. Certo che al popolo bisogner predicare la Fede per condurlo non solo al Bene, ma all'attuazione di una volont cos intima: ma il filosofo deve saper raggiungere i medesimi risultati per via di conoscenza, senza bisogno delle fole infantili della Religione.
"Per persuadersi che la morte si pu placare, si pu ingannare, si pu abolire, l'uomo mise sul volto della morte la maschera dell'immortalit dell'anima" (Shaw).
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Marzo. Sono in un periodo di monotonia e di lavoro quotidiano. Non ch'io mi senta in letargo o abbattuto, anzi sono ricco di vita e di attivit. Ma il lavoro metodico per la laurea che mi assorbe quasi interamente, quantunque mi interessi abbastanza, lo senta abbastanza come cosa mia e mi dia una certa soddisfazione, tuttavia mi rende una giornata uguale all'altra e mi distoglie dal pensare ad altre cose. Mi perdo in una banale vita da studente, coi compagni, in scherzi divertimenti tanto stupidi con Rusmini.
In fondo  una vita abbastanza povera, ma di una povert ingiustificata; ci che  pi grave, perch la colpa  soltanto mia. N bastano a renderla ricca i concerti, il pianoforte (che mi d moltissimo), o la gita a Bergamo domenica scorsa, dove ho vissuto pienamente una giornata di primavera, fra la serenit dell'Amedeo, l'ebbrezza di Tiepolo, e l'incanto della natura che sboccia nelle prime gemme e nei primi fiori.
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Ho finito la laurea (tesi), ho finito tutto quello che volevo fare con una puntualit cronometrica. Sono contento di quest'annata di un'attivit ricca, feconda e redditizia:  volata, come sempre i periodi di attivit intensa, ma lascia una traccia solida, che non si perder.
Dopo la parentesi del servizio militare, oggi completamente superata ed entrata nel novero delle esperienze e quindi della ricchezza, oggi mi trovo nell'atmosfera della primavera 1929, ma molto pi ricco e molto pi solido. Con oggi si chiude anche questo periodo della mia vita: i mesi di preparazione agli esami non contano: i mesi di montagna debbono portarmi alla completa affermazione di me stesso. Con quella sicurezza sempre vittoriosa, andr a Genova a conquistarmi la vita, a costruirmi la vita mia, per cui ormai credo di essere maturo. Le esperienze in tutte le direzioni compiute in questi medesimi anni, mi permettono oggi di raccogliere le fila, di gettare tutto quello che non mi serve, e di orientarmi decisamente per un'unica via. Ma questa dovr assolutamente esser tutta mia, esclusivamente mia.
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Domani parto per Parigi. Sono pieno di entusiasmo e di orgasmo per questo viaggio. Sar un viaggio molto ricco perch mi sento tutto aperto con una sensibilit intellettuale pronta in tutte le direzioni, aderente ad ogni fonte di emozione.
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Aprile. Oggi sono andato in montagna: ma non pi a sciare: nella mia montagna. Il riabbracciare cos subito la prima gita in montagna dell'annata al viaggio a Parigi,  stata una cosa molto bella, perch ha fuso un'attivit spirituale con l'altra, senza lasciar un attimo di rallentamento in questa magnifica intensit di vita. E questa giornata l'ho proprio vissuta. C'era neve fin sotto i Piani Resinelli, tutto il giorno non ha fatto che piovere e nevicare, con un vento gelido: nel nebbione pi fitto siamo saliti fino all'attacco dei Magnaghi, senza trovarli, o meglio senza cercarli, perch in quella condizione era impossibile far roccia: hanno servito solo di pretesto ad una passeggiata. Eppure, superato il primo momento di ingranchimento e di fatica nella salita, ho sentito quasi le membra disciogliersi dal torpore, i muscoli distendersi, e tutto ardente balzavo senza fatica su per questi erti pendii carichi di neve fradicia, che immollava i calzoni fino a tutta la gamba, mi inerpicavo per roccette affilate, per nulla messo a disagio dalla neve che le ricopriva. N il pessimo tempo, n il bagnato, n il freddo, n il gelo alle mani, nulla ha potuto smorzare quella gioia di vita di cui godevo fisicamente e spiritualmente. Se non ho fatto roccia non importa: ho vissuto la mia montagna.
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Maggio. Ho cominciato la stagione alpinistica con una salita condotta con decisione, volont e autorit. La spaccatura Dones nei Torrioni Magnaghi, liscia, bagnata e viscida, mi ha imposto uno sforzo notevole; ma l'ho attaccata deciso, e, quantunque Gilberti continuasse ad insistere perch'io ritornassi, mai un momento ho pensato al ritorno. Poco allenato, faticavo molto: son salito sempre d'autorit: ma con quella autorit che  la vera volont di conquista, che  la condizione prima di tutte le vittorie.
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Bella gita quella al Montanaia, in cui mi sono abbandonato completamente alla deriva in un'avventura non mia, ma che ho goduto pienamente, pur in modo completamente passivo. Aderenza continua, dalla compagnia di Gilberti, inesauribile di risorse, alle cittadine del Veneto, alla selvaggia Val Cellina, ai boschi di Val Cimoliana. Di nuovo a un rifugio, davanti ad un fuoco all'aperto, a bere la vita a pieni sorsi come al rifugio Padova il novembre scorso. Valle deserta, natura selvaggia, contatto con la natura e con la croda. Lo strapiombo del Montanaia mi era completamente indifferente: non mi interessava e lo consideravo puramente uno scherzo con cui pigliavo in giro la gente. Solo la decisione e la fermezza con cui Gilberti si  gettato nel tentativo finale, e l'autorit con cui ha raggiunto lo spigolo, mi hanno dato il fremito dell'arrampicata. Avrei voluto fare qualche cosa anch'io, ed ero pentito di esser stato l tutto il tempo a far niente o a far tentativi senza convinzione. Sono salito un tratto per recuperare le corde lasciate da Gilberti: ho avuto per un attimo la tentazione di proseguire, di salire lo spigolo e completare la vittoria. Ma perch l'avrei fatto? Non era la montagna che m'attirava, quello era un muro assurdo: era uno spirito di emulazione sportiva, era l'ambiente di conquistarsi una gloria a buon mercato, a spese di Gilberti: no, malgrado tutto sono ancora alpinista, malgrado tutto, almeno in montagna, sono ancora onesto. E quella croda mi ha insegnato a respingere l'ambizione e la vanit, a respingere l'ipocrisia: almeno di fronte alla montagna essere ancora puro e sincero.
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E tale ho saputo conservarmi anche questa volta, poich ho dato quel che dovevo dare, ma avendo lasciato agli altri il risultato, il mio nome non figura in questa pagliaccesca impresa.
Bisogna che tutta la mia vita divenga una croda. Solo cos la potr conquistare, solo cos la sapr conquistare degnamente.
Ma in pianura non ho volont. Vado alla deriva con un'infingardaggine e un'incoscienza ripugnante.
Concarena magnifico paretone, di una levigatezza estrema  quella roccia liscia che mi appassiona. Ho fatto il mio primo volo, veramente comico nel risultato, ma sono stato trattenuto per miracolo.  un avvertimento? Pu darsi, ma io non ho nessuna intenzione di cambiar strada: vado riacquistando lo stile, la tecnica e la sicurezza del 1929: e queste tre condizioni, unite alla mia volont, mi porteranno sempre pi in alto, a dispetto di tutti i voli. E lo vorr proprio provare sulla Concarena, che questa volta mi ha respinto (ma non ne sono convinto) ma un'altra ceder. Il cammino della mia volont non pu trovare ostacoli.
"La violenza pu esser la grande ostetrica della storia, per liberare, nell'estremo momento rivoluzionario, il nuovo organismo sociale, gi formato nel seno della vecchia societ, dagli ultimi impacci del passato, ma non pu elevarsi a forza normale e procreatrice della storia" (Carlo Marx).
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Giugno. Zuccon di Campelli - Salita condotta con autorit e con baldanza, con spirito di lotta cavalleresca, senza concessioni vili. Ho superato direttamente uno strapiombo difficilissimo, mentre a pochi metri c'era una via facile, perch di l dovevo passare una volta che avevo scelto quella via. Agli altri ho detto che lo facevo per allenamento, ma io lo sentivo veramente come bisogno di onest, di rettitudine, di verticalit.
"L'essenza stessa dell'alpinismo consiste nell'uguagliare l'abilit dell'alpinista alle difficolt opposte dalla montagna" (Mummery).  perfettamente vero. Ma la definizione non  sufficiente, perch guarda l'alpinismo dal lato puramente fisico, materiale del godimento momentaneo dell'ascensione vissuta, ma trascura l'aspetto ideale, pur esso fondamentale, e pi duraturo nel vero alpinismo.
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Luglio. Intensit di vita peregrinando per i selvaggi valloni delle Alpi Giulie, in intimo e pieno contatto con la natura. Partivo da solo, non sapevo dove andavo: prendevo una strada e la seguivo alla ventura. E cos vivevo della vita pi piena, pi pura, pi giovanile.
Oggi la laurea. Volevo 110 e sapevo che il mio lavoro lo meritava, ma sapevo anche che per qualche motivo non l'avrei raggiunto.
La discussione brillantissima tuttavia mi ha dato molta soddisfazione.
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Cos ho chiuso, credo per sempre, i miei studi "ufficiali" cio quegli studi che annoiano, pesano e non rendono niente. Il solo lavoro di laurea mi ha dato un po' di soddisfazione, perch lavorandoci son riuscito a sentirlo veramente come cosa mia. I molti problemi cui mi sono trovato di fronte sono stati altrettanti strapiombi, che hanno resa bella e ricca l'ascensione. Ora pi grandi strapiombi mi attendono. Ma la vita di crode che mi riprometto di condurre quest'estate mi sapr dare la forza e la sicurezza in me stesso, che mi permetter di superare, come sempre, ogni difficolt con baldanza trionfale.
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Sono di una forza, come forse non sono mai stato, forza che ritrovo tutta in me, e che mi porta sempre pi in alto in questa trasparente atmosfera irradiata di sole, lacerata di crode, profumata di fiori e di pascoli. L'impresa del Sorapss  stata una lotta durata col massimo impegno e con costante incertezza dell'esito, per tutta una giornata, contro difficolt a me quasi ignote. Eppure ho lottato con volont ferrea, senza un attimo di dubbio o di debolezza, per nulla smorzata dal lungo scalinare di seracchi col martello da roccia, dalla doccia gelida, dalla roccia marcia, dalla notte che si approssimava. Neppure l'estrema demoralizzazione di Rav, che certo non mi celava il suo stato d'animo, ha potuto far breccia nel mio spirito, che fino all'ultimo  rimasto inalterato e integro nella sua forza. La stessa decisione si  manifestata nell'avventurosa discesa dalla Guglia De Amicis.
Tecnicamente invece non ho ancora ritrovato la forma del 1929: procedo sicuro, ma l'esposizione mi fa ancora paura, invece di darmi gioia, come allora.  per questo che esito un po' a buttarmi in imprese serie, che forse la mia tecnica oggi mi permetterebbe di superare brillantemente.
Lo spigolo della Torre Sorapss  stato condotto con volont e decisione, l'ultima difficolt, veramente seria,  stata presa d'assalto senza un attimo di esitazione, con quella volont potente, che sempre conduce a trionfare.
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Anche oggi all'attacco della via Dlfer alla Cima Ovest di Lavaredo, il mio spirito trionfante era gi lanciato e non voleva piegarsi di fronte al ghiaccio, ai sassi e ai pericoli obiettivi. Solo il comando imperioso della ragione, che logicamente mi proibiva di buttarmi inutilmente contro pericoli obiettivi, ha potuto piegare il mio grande desiderio di lotta, e ha potuto farmi abbandonare, contrariamente alla mia abitudine e al mio impulso, la lotta gi ingaggiata.
Ma l'impresa alpinistica non esaurisce la mia attivit spirituale, anzi ne  solo una piccola parte. Mai forse come in questi giorni in cos intima comunione con la natura e con la croda, mai forse la mia sensibilit ha vibrato cos all'unisono con ogni sfumatura di luce e di colore, mai l'avventura dell'Ulisse dantesco  stata rivissuta cos profondamente.
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La vita nel rifugio, lontano da ogni preoccupazione e da ogni contatto con la vita quotidiana, contribuisce a rendere pi felice questo stato di grazia spirituale. In alto, in alto, e sempre pi in alto. La montagna, come suprema espressione della natura,  purit e purificazione.
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10 settembre. Il senso della sicurezza l'ho conquistato facendo la traversata della Piccola. Tanto che baldanzosamente e con assoluta sicurezza ho affrontato la via Stsser sulla Cima Grande, e solo per convenienza ho lasciato a Carlesso il piacere di fare il capocordata. La discesa si  effettuata di corsa e di salti con una agilit di cui non sono pi stato capace le altre volte. La via Stsser sulla Tofana  stata attaccata con entusiasmo e decisione,  stata goduta in tutta la sua bellezza e con la sua assoluta verticalit, ma non  stata cosa mia: io mi sentivo un po' invitato per portare il sacco. L'ascensione  stata esclusivamente di Carlesso.
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Assai peggio  andata sulla Civetta. L'ho attaccata baldanzosamente credendo di trovare difficolt inferiori alla Tofana, secondo quanto avevano detto i Dimai; uno sforzo estremo per tenermi attaccato, sulla terra rossa dell'attacco, mi ha come paralizzato la mano sinistra togliendomi ogni possibilit di presa.
L'attacco e tutta la prima parte  stato un disastro, se non son ritornato  stato proprio per Gilberti, che procedeva in modo veramente trionfale superando difficolt estreme una dietro l'altra, senza dar segni di esitazione e di stanchezza. Durante la salita sono andato un po' rimettendomi, ma in ogni passaggio che richiedesse forza di mani, mi trovavo terribilmente imbarazzato. Afferravo gli appigli, sapevo benissimo che in condizioni normali avrei superato il passaggio senza l'aiuto della corda, ma mi mancava la forza di tirarmi su. In queste condizioni, l'ascensione era sofferenza, non godimento: era un sacrificio al dovere di seguir Gilberti, per mantenere una parola, per permettergli di compiere quell'ascensione che lui desiderava. Attaccavo i passi difficili con un vero terrore, sapendo lo sforzo estremo che mi costavano, se non volevo restar proprio appeso alla corda. Sono arrivato in cima sfinito, e, per la prima volta in tutta la mia carriera alpinistica, non ho provato alcuna soddisfazione per l'impresa compiuta, ma solo la contentezza di aver finito un lavoro tormentoso.
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Il mio livello massimo  il 5 grado ed  in una salita di 4 e 5 grado che trovo il vero godimento dell'arrampicata. Nelle salite fatte con Manlio, infatti e ancora pi con Bramani ho ritrovato il maggior godimento: salite condotte con lo spirito del 1929, con sicurezza assoluta, con perfetta padronanza della tecnica, che mi permetteva di sentirmi completamente a mio agio in qualsiasi passaggio. Solo cos si gode l'arrampicata, e questa  fine a se stessa. Fino al 5 grado si arrampica per il godimento di arrampicare: il 6 grado si fa per l'ambizione di superare quella determinata difficolt. Il vero alpinismo si arresta al 5 grado: e al 5 grado si  arrestato il pi grande alpinista Paul Preuss.
Anche il Mangart non era mio: era esclusivamente di Gilberti. Eppure l ho partecipato anch'io all'assalto con tutta la mia decisione: perfettamente a posto e sicuro, ho potuto essere per Celso il compagno di cordata, che, pur rimanendo sempre secondo, prende parte attiva all'impresa. E cos  stato goduto intensamente in tutta l'eleganza dei suoi passaggi sulle placche lisce e sulle fessure alla Dlfer.
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Ed  venuta la volta anche della Busazza: il mio sogno cos lungamente accarezzato si  realizzato, e nel migliore dei modi. Questa volta l'ascensione era mia come il Mangart era di Gilberti. Ho lasciato andare avanti Celso, perch ormai  logico che vada avanti lui: ma ho compiuto la salita con tale sicurezza e senza un solo attimo di esitazione, che posso ben credere che l'avrei compiuta anche come capocordata. Inoltre con Celso ho ritrovato quell'affiatamento e quella perfetta fusione di anime e di volont, come forse non avevo pi ritrovato dopo la Presolana. E questo  forse stato il fattore primo che mi ha permesso di godere cos intensamente quella salita cos mia, e ci ha permesso di condurla a termine in un modo cos deciso e trionfale. Celso, commentando il breve tempo impiegato, diceva: "Siamo andati di corsa, senza mai fermarci: non so qual diavolo ci corresse dietro". Quel diavolo era l'ardore delle nostre anime che vibravano all'unisono.
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Due giorni dopo siamo andati all'attacco della Croda Marcora, senza voglia e senza aderenza: fosse stanchezza, o fosse (pi probabilmente) la presenza di due estranei come Gasparotto e Niccoloso, il nostro spirito era irriconoscibile; nessuna volont, nessuna decisione, appena vista la parete Celso ha cominciato a dir che gli pareva impossibile: non siamo neppur arrivati all'attacco, e ne abbiamo dichiarato l'impossibilit, quantunque tanto io che Gilberti fossimo convinti del contrario (la parete infatti  stata salita una settimana dopo dai Dimai).  la prima volta che ci capita un simile caso di vigliaccheria, veramente incomprensibile in una cordata come quella che aveva fatto la Busazza.  bastata la presenza di un estraneo, perch l'incanto fosse rotto, la nostra forza distrutta. Ecco un'altra prova che l'alpinismo  un fenomeno esclusivamente morale e spirituale.
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Ho rifiutato di tornare alla Guglia De Amicis, perch la superba campagna di quest'anno trovava il suo pi degno coronamento nella salita della Busazza.
Ritorno a Milano attraverso la Germania. L'automobile corre veloce, dando una visione cinematografica dei luoghi che attraverso: le visioni si rincorrono, sfuggono; svaniscono le immagini, restano solo, vivissime, le impressioni. Le ampie vallate della Rienza e dell'Inn; lo svarieggiar di colori e di forme a Vipiteno e a Innsbruck, vera espressione folkloristica tirolese; lo splendido paesaggio bavarese a laghi e boschi e colline, con le linee nette e precise, coi colori carichi, ma gelidi dei tetti e dei boschi, delle acque e del cielo, che ti fa comprendere non solo la pittura e l'arte, ma lo stesso spirito tedesco; la miseria di Monaco, in triste contrasto con la ricchezza del suo passato, la dolce poesia di Lindau, che par cullarsi all'acqua come un gabbiano; il senso di completo rinnovamento e di modernit di vita, di spirito e di cultura, senza eccessi, ma con gusto sicuro di Zurigo; il significativo ritorno in Italia attraverso il nudo e selvaggio pietrame del Gottardo e attraverso i cancelli sbarrati della dogana di Chiasso, tutto  trascorso come un sogno fugace, che ti lascia pi ricco quando ti ridesti, senza che tu sappia renderti conto di cosa sia avvenuto.
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Tutta l'estate  stata un'unica grande avventura, ed  stata trascorsa proprio alla ventura: specialmente negli ultimi tempi non sapevo mai dove sarei stato all'indomani. Anche il viaggio in Germania, senza guide e senza carte, a caso senza saper nulla, ha avuto proprio il senso di abbandonarsi ciecamente alla ventura e di accogliere con sensibilit acuta tutto quello che il caso (e soltanto il caso) mi poteva offrire.
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Dopo un mese e mezzo di questa vita sentivo la necessit di una sosta. E son venuto in questo Tregnago a cercare la vita opposta, se vita si pu chiamare l'inerzia assoluta. Con tutta la miglior volont qui non si riesce a far niente, se non far passeggiate nei campi, giocar coi bambini (tutti i nipoti tra i quali Saverio Tutino, in futuro suo compagno di cordata) e far chiacchiere. Non so se resister molti giorni in questo modo, e se non mi pentir di sprecar le ultime giornate di libert in un modo cos vuoto. Ma forse  meglio passare un periodo cos opaco prima di andare a Genova per non rinnovare l'esperienza di Moncalieri (servizio militare). Ma questa povert mi d un senso di miseria e di ribrezzo.
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Ma qui, come gi altra volta, ho ritrovato il punto fermo. Nella cappella del cimitero (dove  sepolta la madre) ho sentito veramente il mio spirito adagiarsi con un senso di riposo, nell'unico punto fisso che mi rimanga sulla terra. A Milano mi sento sempre di passaggio, anche quando vi resto per parecchi mesi. Fra le mie crode mi sento a casa mia, ma non sto mai fermo. Qui, dove vengo una volta o due all'anno, trovo il punto d'appoggio, la base da cui parte per il continuo errare dei rimanenti 364 giorni.
"La vera felicit  impossibile senza la solitudine". (Cechov)
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Ottobre, dal treno Verona-Milano. Ho lasciato Tregnago, ho lasciato la famiglia, ho lasciato definitivamente la vita che avevo condotto finora.
A Tregnago ho passato un mese: un mese di ozio e di assenza di vita vera, un mese vuoto, che viene a costituire la fase di transito, quasi il cuscinetto fra quello che  stata la mia vita e quello che sar: un cuscinetto atto ad attutire gli urti e gli attriti troppo violenti. Un mese di riposo necessario, che mi ha reintegrato le energie e mi ha acutizzato il bisogno di agire, di vivere, era quello che ci voleva, perch mi ha distaccato dalla vita di quest'estate, e mi ha reso possibile di dirigere verso qualsiasi meta la mia volont di realizzazione. Sono cos nelle migliori disposizioni per affrontare quella che sar la mia vita avvenire, per costruirmi la mia vita, il mio destino.
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Attacco baldanzoso e ricco di energie e di volont, ma non posso nascondermi che l'ignoto di questa vita pratica, cos lontana dalla mia natura e dal mio essere, in un ambiente cos estraneo, mi spaventa come cosa in cui non riesco a veder chiaro. L'unico precedente che ho davanti ai miei occhi  l'esperienza di Moncalieri, cio un fallimento completo. Ma quell'esperienza non dovr ripetersi qui. La mia capacit di controllo e di realizzazione pratica deve salvarmi dalla rovina. Il mio primo dovere  di saper esser sempre io, e di conservarmi fedele a me stesso, creando, se  necessario, una seconda personalit, derivata e limitata, del tutto destinata da me, che agisca come funzionario del Sabaudo.
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Io posso vendere la mia bestia, per il benessere mio, ma non debbo giungere per nessun motivo a sacrificare menomamente la mia personalit morale e intellettuale. Non perch'io la stimi assolutamente eccezionale, ma perch essa appartiene alla Natura e all'Umanit, ed io posso goderne, ma non posso disporne, sacrificandola, come a Moncalieri, e modificandola in alcun modo. Gi a Moncalieri di fronte ai doveri antitetici verso me stesso e l'umanit, e verso la Patria e le sue leggi, mi ero posto questo problema. Allora si trattava di un periodo relativamente breve, da cui certamente avrei saputo risorgere, e quindi avevo potuto sottomettermi. Oggi trattandosi di un impegno che mi legherebbe per tutta la vita avrei il dovere di ribellarmi.
Ma non sar: ho fede che sapr trovare un indirizzo nella medesima direzione del mio cammino, in modo che la mia via non possa che esserne confermata e rafforzata. Ancora una volta la mia volont deve saper vincere.
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Genova. De la Penne (amico di famiglia che ha promesso un lavoro per Ettore a Genova) mi ha detto di aspettare ancora qualche tempo. Il rimanere cos sospeso  tempo buttato via: non posso trarne alcun profitto, mentre ora mi trovavo nelle migliori disposizioni per intraprendere la nuova vita.
Sono corso al mare. In uno spiraglio fra due case, si perdeva lontanissimo di color indaco. Sono sceso sulle scogliere sotto la strada, per essere a contatto con la sua vita. Un acre odore salmastro mi ha colpito improvviso. La massa tutta fremente veniva ad infrangersi ai miei piedi. L'onda avanza, si solleva e si deprime con una potenza ineluttabile; e avanza; supera uno scoglio spumeggiante, e avanza, avanza sempre con un moto costante e implacabile, come una belva, che non ha bisogno di accelerare il passo, gi sicura che la preda non gli pu sfuggire. All'ultimo anche l'onda d un balzo, con un ruggito. Giunta presso la scogliera, incontra l'onda che gi vi si  infranta e ritorna: quella che arriva, si erge diritta, si impenna come una belva, si incava di sotto, e spumeggiando si rovescia, come volesse aggiungere alla sua forza l'impeto dell'impennata. Ed ogni onda ripete lo stesso movimento, lo stesso balzo, lo stesso ruggito, ogni ora, ogni giorno, ogni anno, sempre.
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L'uomo resta ipnotizzato: l'occhio segue il movimento che gi conosce, eppure non se ne pu staccare, la vede avvicinarsi con un senso di fatalit, e ne resta avvinto, quasi sgomento, incapace di muoversi, quand'anche sapesse che quell'onda che s'avanza verso di lui lo dovr sommergere. Non si ha la percezione che sia acqua, e non ci si chiede neppure che materia sia: non  materia,  l'espressione della forza, della vita, dell'immensit, dell'eterno.
Poich il mare  la pi grande espressione di vita.
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Tutta la Natura  vita, ed  vita la montagna, come la sua pi sublime espressione. Ma la montagna  vita in quanto tu gliela dai: la montagna  passiva di fronte a te attivo; quindi la montagna permette a te di esplicare tutta la tua vita, ma la vita  sempre tua. Come l'arte  vita solo in quanto l'artista la crei, ed ogni terzo ricerca nell'opera d'arte la vita dell'artista, non la vita dell'arte per se stessa, che non pu essere.
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Il mare invece  la vita stessa, e dona a te tutta la sua immensa ricchezza di vita, che mai rallenta e mai si arresta.  il mare attivo di fronte a te passivo.
La vita della montagna  nella sua conquista: la vita del mare  nell'esserne conquistati. La montagna la puoi anche guardare e contemplare; anche il mare lo puoi contemplare dal parapetto di un terrazzo o dal ponte di un bastimento; ma allora non  pi il mare: ha un ricchissimo valore pittorico, ma non si differenzia da un lago, da un prato, da un bosco, da un ghiacciaio. Il vero mare lo senti solo da uno scoglio a fior d'acqua o da una piccola barca: allora lo contempli, perch troppo ti  vicino, ma lo bevi, lo respiri, a pieni polmoni, ne assorbi tutta la vita col suo eterno rifluire. In tutta l'aria, che spira costante, con quell'acre odore di forza, tu senti l'intensit della vita: intensit che produce una tensione di nervi quasi spasmodica e voluttuosa ad un tempo, che ti scuote, che ti d vigore e volont, che ti stanca.
E stanco sono ritornato sulla strada a contemplare la distesa marina nel suo splendido varieggiare di verdi e di azzurri intensi e di gialli opaci sotto il sole basso, che stava per tuffarsi.
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Ottobre. Sento terribilmente il vuoto di questa vita oziosa. Vado in biblioteca a leggere qualche cosa, prendo appunti come gli altri anni. Ma mentre lavoro mi domando: a cosa serve? Fra qualche tempo andr a Genova ad ingolfarmi in un'attivit completamente diversa: quando potr mai trar partito di questi appunti? Il lavoro quindi ha il solo senso di riempire la giornata oziosa, e per questo lo conduco svogliatamente, senza passione e senza rendimento, vado tardi e vengo via presto col disgusto di non aver concluso niente e di non poter concludere niente.
Oggi mentre leggevo sono stato preso da un tal senso di noia e di disgusto e da un tale eccitamento nervoso, che ho dovuto alzarmi dal tavolo e andarmene a fare una passeggiata al Parco a respirare una buon'aria leggera e trasparente.
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Mi ero proposto di passare a Milano questo periodo di aspettativa (prima di trasferirsi a Genova per lavoro), per non lasciare pap solo anche in quest'ultimo periodo in cui sono libero. Ma realmente la cosa mi diventa tutti i giorni pi difficile: questa vita inutile di Milano mi esaspera. Finir per trovare una scusa qualsiasi per partire e andarmene in qualche luogo dove eventualmente si possa star bene anche in ozio, o a far un viaggio, per cercare di trarre un profitto di questi ultimi tempi di libert.
Quello che mi fa dispetto  proprio questo, che sciupo cos stupidamente queste giornate di libert assoluta, di cui forse non potr mai pi godere, e che chiss quanto rimpianger!
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Novembre. Ieri ho discusso a lungo con Mazzocchi. Per lui ogni delinquente  un anormale in quanto gli manca il senso morale o almeno la capacit di inibirsi il delitto. Io ritengo che il delinquente anormale  un'eccezione rarissima, poich in generale il delinquente in nulla si diversifica dagli altri uomini, che non hanno commesso delitti, ma che quasi certamente li commetterebbero se si trovassero nelle medesime circostanze. Perch chiamare anormali i delinquenti effettivi e normali i delinquenti potenziali? Quale differenza costitutiva esiste fra loro? Siccome nessun uomo  perfetto, o sono tutti anormali o sono tutti normali, il che  precisamente lo stesso. Quindi il delinquente non deve essere ritenuto un pazzo, ma deve essere considerato pienamente responsabile del suo atto, poich, se non era un bambino, un ubriaco, ecc., aveva il pieno uso delle proprie facolt intellettive e volitive. Ma appunto perch gli uomini sono tutti imperfetti, e non perch solo alcuni siano anormali, non esiste nell'uomo, n nello Stato un diritto di condannare o di punire, ma solo un diritto di difendersi da chi pu nuocere alla Societ. Un codice penale deve quindi constatare questa realt, per dolorosa ch'essa sia, e impostarsi su questi principi di difesa sociale. Secondo Mazzocchi, se anche l'uomo perfetto non esiste, bisogna fingerlo e porlo come ideale comune a tutti gli uomini, perch non ci pu esser progresso n elevazione se non si mira ad un ideale, sia pure questo un'utopia. Per me questo  compito della morale, non del diritto, che deve avere una base concreta e reale, nessuno  perfetto, e un ideale non deve allontanare dalla realt che  buona e cattiva. Anche l'idealismo e l'elevazione di un sommo poeta non poteva prescindere dal cercare la verit nell'imperfezione del mondo reale: potrebbe il compilatore di un codice prescindere da questa realt?
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Dicembre. Ritorno oggi dal mio viaggio in Germania. Le previsioni si sono purtroppo pienamente avverate. Il viaggio importava l'impegno di vedere, di raccogliere, di ricavarne il maggior partito possibile. In uno stato di sonnolenza ottusa sentivo questo impegno, ma la opacit mi rendeva totalmente incapace di qualsiasi impressione: lottavo per sostituire la volont e l'intelligenza alla sensibilit assente, ma la mia impreparazione culturale rendeva difficile, lento e faticoso un simile studio. D'altronde la memoria non afferra e non ritiene nulla se non  sorretta da un'acuta sensibilit. Procedevo lentissimamente in quelle sale dei musei, cercavo di studiare, di capire, ma quando ne uscivo, invano cercavo di raccogliere un risultato. Il freddo, la nebbia, la pioggia, mi intorpidivano ancora di pi, mentre mi impedivano di vedere la bellezza della natura, che erano forse le uniche che ero in grado di apprezzare. Il viaggio cos diveniva una mistificazione, un'illusione, una commedia, giocata non so a chi: ma la mia lotta diveniva una tragedia. Perch se a Milano la mia vita  vuota, ho il solo rimorso di aver perduto inutilmente un certo periodo di tempo. Ma se quando affronto un viaggio come questo, non sono poi capace di trarne profitto, allora nasce anche l'odio contro me stesso e un sarcastico disprezzo per le mie capacit intellettuali che all'atto pratico si rivelano sempre inadeguate.
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In 29 giorni di assenza da Milano 2 soli (dico due) mi hanno dato qualche risultato, mi hanno permesso di vedere con aderenza e con intelligenza: il giorno del Deutsches Museum di Berlino e il secondo giorno del Germanisches Museum di Norimberga. Per il resto vedevo a spizzichi qualche cosa, e tutto il resto della giornata ero assente. Naturalmente quando senza voglia entravo in un museo, quasi per dovere o per volont, in un simile stato di depressione spirituale, non potevo pi vedere assolutamente niente. Eppure, malgrado tutto questo, il mio continuo sforzo di volont, mi ha portato a raccogliere una ricchezza immensa, che mi fa solo rimpiangere quello che avrei raccolto in pi, se avessi fatto questo viaggio in primavera.
Il patrimonio culturale e artistico della civilt germanica, in tutto il suo sviluppo, dal periodo romantico ad oggi,  cos fondamentale per la nostra cultura, che lo sentiamo quasi come un alimento indispensabile per la nostra vita intellettuale. Il materialismo, lo spirito pratico, la volont tedesca costituiscono quasi il contrappeso e il completamento dell'idealismo italiano. E quella civilt, se anche per noi completamente straniera e senza punto di contatto, costituisce per noi non soltanto oggetto di ammirazione e di studio, ma un vero bisogno spirituale.
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Ad ogni citt erano nuove scoperte, quasi ad ogni passo trovavo nuovo motivo di interesse di gran lunga superiore a quanto avessi potuto prevedere. E molto spesso dimenticavo la mia lotta, preso nel vortice di quelle visioni continuamente nuove, e pensavo che soltanto quello che stavo vedendo in quel momento valeva la pena di un viaggio in Germania. E pensavo che in fondo le mie erano tutte ubbie, perch io non sono mai contento delle mie realizzazioni, ma vorrei sempre andare pi in l. E allora senza cercare di trovare di pi di quello che era nelle mie possibilit di trovare, mi abbandonavo a quello che la ventura mi offriva, e che il mio letargo poteva accogliere, e vivevo degli istanti di felicit.
Il mio torto  proprio quello di non saper vivere sufficientemente il momento, nella continua preoccupazione di trovarmi un bilancio passivo quando viene il momento di render conto a me stesso della mia attivit.
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Malgrado tutto non so esser pentito di aver voluto questo viaggio: anche cos troppa ricchezza e troppa vita mi ha dato. Dalla Francia ero tornato un po' disilluso, perch vi avevo trovato una vita e una civilt che potr essere interessante, ma che a noi non dice, e non d niente. Dalla Germania invece, pur conosciuta in modo fuggevole e superficiale, vista attraverso una mia crisi interiore che mi accecava, sono tornato con enorme rincrescimento, e con un'eterna gratitudine per una civilt che tanto mi ha insegnato e tanto mi ha donato.
Ritornando solo oggi, ho potuto anche sfuggire al Natale e all'opprimente convenzionalit delle feste in famiglia.  vero che per questo il Natale in Germania  assai peggio che da noi; ma essendo io straniero, tutte quelle cerimonie di prammatica mi hanno divertito moltissimo, senza ch'io dovessi parteciparvi.
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1932.
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Gennaio. Un'inaspettata avventura mi ha portato via dal convenzionalismo della vuota giornata di Capodanno e mi ha riportato di colpo nella mia vita, risparmiandomi il disagio morale dei primi giorni dopo il ritorno da un viaggio cos ricco.  ben vero che c' stato il solito rito di essere accompagnati tutti quanti da pap al cinematografo, e del brindisi di mezzanotte. Ma il rito non aveva pi nessun valore, perch al cinema non ho fatto che parlare con Manlio della Germania, e soprattutto si parlava della spedizione a cui dovevo partecipare all'indomani per il ricupero delle salme di due alpinisti caduti sul Pizzo della Pieve. L'interesse per l'avventura attuale cancellava il formalismo del trapasso d'anno, rendendo quel giorno un qualunque giorno della settimana.
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Ero stanco del viaggio e della notte passata in treno. Erano molti giorni che sospiravo queste giornate di riposo, dopo l'ammazzante fatica delle giornate concentrate della Germania. Alla montagna quindi non potevo certo ritornare con gioia, e tanto meno con quella meta, che mi fa orrore. Mi sono sempre augurato di non dover partecipare a spedizioni di soccorso, per un'impressione e un ribrezzo invincibile. Tuttavia sono andato per dovere. La stanchezza mi ha fatto assai faticare solo per salire alla capanna Pialeral: il freddo e la neve mi facevano raggomitolare in una pigrizia codarda. Quando ho visto la parete coperta di neve e di ghiaccio sono stato felice di aver la scusa per non tentare nemmeno di attaccarla. Tutto perch temevo il disagio del freddo alle dita. Se la parete fosse veramente impossibile, o se tale me la facesse apparire solo la mia pigrizia, non so. Certo che per me, in quelle condizioni di spirito era veramente impossibile: non avevo la forza di lottare, e soprattutto non avevo la forza di volere la lotta. Forse in altre condizioni, avrei attaccato la parete con tutta l'audacia della mia volont, mi sarei accalorato e incaponito nella lotta, e sarei riuscito. Forse sarebbe stato sufficiente venirvi due giorni dopo, riposato, con una temperatura meno rigida, perch l'impresa mi apparisse del tutto attuabile. Ma ieri  stato bene ch'io non abbia neppure tentato, perch avrei arrischiato senza alcuna probabilit di riuscita. Mi spiace per le famiglie dei due disgraziati, che certo vivono giornate di angoscia e di dolore terribile. Ma non posso rimproverarmi di non aver tentato ieri a tutti i costi, perch ero nell'assoluta impossibilit di raggiungere lo scopo per deficienza di forze fisiche e morali. Se insisteranno nei tentativi, ritorner in uno dei prossimi giorni, spero con spirito ben diverso: e allora riuscir, perch quando veramente si vuole, nulla  impossibile.
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Gita al Bernina, Diavolezza, Ghiacciaio del Morteratsch. Ambiente grandioso: mi sono trovato proprio in mezzo a montagne imponenti, su un ghiacciaio maestoso. Ma ancora una volta lo sci mi obbligava a vedere solo la pista e la preoccupazione di prendere il treno mi impediva di fermarmi spesso ad ammirare la bellezza della montagna. Solo in salita ho avuto modo di contemplare panoramicamente il paesaggio. Montagna veduta, ma non vissuta.  colpa dello sci?  colpa dell'inverno e del suo letargo?  colpa mia? La gita cos ha solo il senso di una divagazione, di uno sforzo fisico, di una sferzata d'aria pura che ritempra le forze e la volont.
Sarebbe questo il momento di iniziare metodicamente e concretamente lo studio sulla storia dell'opera in Europa. Ma ci richiederebbe un impegno, che non mi posso assumere, finch non abbia sistemata la mia vita in modo definitivo.
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Ho sentito un concerto di cantate di Bach, dato dal coro di Zurigo e dall'orchestra di Winterthur. Esecuzione perfetta non solo come precisione, ma come interpretazione dello spirito della musica di Bach. Mai sarebbero possibili in Italia simili esecuzioni. Il senso corale  una prerogativa tipicamente tedesca: lo spirito latino  troppo individualista per poter raggiungere la fusione perfetta di un coro. Tanto meno poi potrebbe riuscire ad interpretare Bach, senza sfalsarlo. Bach va eseguito con quella durezza di contorni, quella precisione, quell'angolosit ossuta e violenta, quella nettezza di linee e di interpretazioni senza sbavature, con quell'assoluta quadratura dei tempi, e soprattutto con quello spirito altissimo di fede, di religiosit e di convinzione che solo un complesso tedesco pu raggiungere.
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Non  che una forma che non esiste in natura debba necessariamente essere brutta; ma  che nessun genio umano pu arrivare ad inventare una forma nuova veramente originale: tutta la fantasia dell'uomo  limitata a combinare variamente e armonicamente le forme che gi esistono in natura. Se vuol creare una forma nuova, non pu che deformare una forma gi esistente, ed ogni deformazione di una forma che in s  bella e perfetta non pu che essere brutta. L'artista deve attenersi alle forme naturali non perch vi sia incatenato da leggi estetiche, ma solo perch la propria incapacit gli impedisce di allontanarsene senza cadere.
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Chi non fosse capace di amare non potrebbe n creare n sentire un'opera d'arte. Io stesso provo in primavera una sete d'arte, che mi porta a legger poesia, a visitar musei, a passar molta musica: nell'inverno invece non ne sono capace; studio e se passo musica o leggo poesia  sempre a scopo di studio. D'inverno scrivo di critica e lunghi ragionamenti come questo: in primavera o non scrivo o scrivo di impressioni, di vita, di alpinismo. Dopo uno sfogo, di solito ragiono pi lucidamente e pi freddamente: ma prima scrivo con pi ardore e con pi passione. Il "cuore puro"  una bella cosa, e specialmente una bella trovata prettamente inglese: ma se a questo mondo ci fossero soltanto cuori puri, sarebbe meglio suicidarsi tutti quanti...
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Oggi dalla Nene ho passato musica di ogni genere, con un'aderenza perfetta, ci che ha dato molto godimento a lei, ma ancora di pi a me. Quando io suono per qualcun altro, mi sento in dovere di cavar da quelle pagine quanto pi mi  possibile, per non rendere troppo cattivo servizio all'artista. Quindi ci metto tutta l'attenzione e l'aderenza di cui sono capace, e finisco per godere anch'io moltissimo, perch suono senza svogliatezza e distrazioni. Senza contare che alla gioia di ci che suono, si aggiunge sempre la gioia di donare qualche cosa, che per me  sempre una necessit.
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Avrei una quantit di cose da scrivere d'ogni genere: d'alpinismo, di musica, di studi, ecc.: eppure resto sempre svogliato ed esito a lungo prima di prendere in mano la penna. Quando ho scritto per un'ora o due non so scrivere altro, non perch lo scrivere mi stanchi, ma perch la mia sete di accumulare sempre nuova ricchezza mi porta molto pi volentieri a leggere, che  arricchimento, che a scrivere, che  il reddito di questa ricchezza.
Nei periodi di vita intensa, come questo, godo non soltanto della mia attivit, ma soprattutto della conseguente purificazione da ogni scoria, da ogni bruttezza, da ogni falsit.
"Amava le tenebre e se ne avvolgeva". (Lawrence)
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E tuttavia non riesco a trovare un senso alla mia attivit e alla mia vita. Ancor ieri mi  venuta tra le mani la mia laurea: mi piaceva vedere anche dalla sola impaginatura, il lavoro organico, completo, ben fatto: era una realizzazione. Quest'anno la realizzazione non la posso trovare, e il non poter raccogliere nulla di positivo mi d un senso di vuoto, di inutilit, di noia. A che cosa serve il mio lavoro?  preparazione: preparazione a chi? Io non sar mai n professore di storia della musica, n critico musicale. E allora dovrei volgere la mia attivit di studio ad un campo commerciale e industriale? Ma io sono convinto dell'inutilit dello studio tecnico in questo campo se non  corredato dall'esperienza pratica e dal punto di vista culturale e intellettuale mi interessa cos poco, che non potrei che sentire maggiormente il vuoto di questa mia situazione d'attesa.
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E allora il meglio sarebbe smettere di aspettare, e darmi tutto e decisamente ai miei studi e attraverso quelli crearmi la mia strada e il mio posto nella vita, creandomelo tutto da me con le mie sole forze: ma per abbandonare una via sicura bisognerebbe ch'io avessi tanta fiducia nelle mie forze intellettuali da credere con fede in una via altrettanto sicura: e questa fiducia io non l'ho: forse a torto, ma non l'ho. E allora? E allora non c' che continuare ad attendere e a studiare senza domandarmi perch, fingendo di illudermi che la mia vita presente abbia uno scopo: cio continuare in una situazione falsa, vivendo di falsit, tanto pi falsa in quanto sono perfettamente conscio della falsit.
L'arte italiana  gi stessa vita; l'arte tedesca costruisce o rappresenta la vita. L'arte italiana  statica, e apollinea immedesimazione del bello; l'arte tedesca  movimento,  drammatico raggiungimento del bello.
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Intendendo il bello come vita si spiega anche come il sentimento per l'arte sia tanto vicino al sentimento per la natura, e specialmente per le sue alte manifestazioni: il mare e la montagna. Fra l'arte e la natura sta l'alpinismo, che  un'attivit spirituale creativa come l'arte, ma  anche contemplazione, dedizione e comunione con la natura.
Non si sa cosa valgono tutte queste considerazioni di estetica che vado annotando: probabilmente sono costruzioni errate e prive di fondamento. Non ho affatto la pretesa di scrivere un trattato di estetica o di proporre una pi o meno nuova teoria estetica. Faccio queste note solamente perch esse rappresentano il mio pensiero di oggi: le scrivo sul diario perch esse rappresentano una parte del me stesso di oggi. Domani probabilmente non avranno per me pi nessun valore, perch sar gi andato pi in l: ma avranno sempre un valore per la storia di me stesso. Se le scrivessi a parte, con valore di sistema estetico, domani le straccerei, perch prive di valore: qui invece rimarranno a rappresentare il mio pensiero d'oggi.
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Gita magnifica:  la prima volta che mi son divertito a sciare quantunque si tratti sempre di un divertimento affatto esteriore.  stata una sosta che mi ha dato un istante di respiro e di aria pura: ma non credo che possa aver nessun altro effetto. Prova tuttavia che l'unica mia attivit che ancora abbia un senso e che mi conduca a una realizzazione e ad una affermazione  l'alpinismo. Qui  la mia vita pi vera, pi sincera, pi pura. Tutto il resto  falsit.
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Pap mi dice ora che De la Penne pensa di mandarmi a Londra e che la partenza sar probabilmente assai prossima. La notizia inaspettata mi scombussola tutto: non so cosa pensare. Il primo pensiero  stato di rimpianto per la campagna alpinistica di quest'estate a cui gi pensavo abbastanza caldamente: il secondo  stato di rimpianto alla mia libert. Ma in fondo debbo riconoscere che  la soluzione che desideravo.  la soluzione di uno stato di provvisoriet che mi diveniva insopportabile. La mia libert, giacch la devo perdere,  meglio perderla al pi presto, perch tanto pi presto la riacquister, dopo l'inevitabile periodo di pratica e di assestamento della mia nuova vita. E alla montagna debbo saper rinunciare, poich difficilmente ormai vi potr dedicare le lunghe stagioni, necessarie ad un buon allenamento per le maggiori imprese. Con la Busazza si  chiusa la mia carriera alpinistica. La soluzione di Londra ha il vantaggio di farmi prendere pratica lontano, in modo da poter gi ben figurare quando verr a contatto con De la Penne a Genova. Nello stesso tempo imparer l'inglese che mi  necessario e che non so imparare qui. In ogni modo, sempre meglio Londra che Genova, e se debbo troncare definitivamente e bruscamente la mia vita attuale, meglio andare lontano, tagliando netto ogni legame col passato.
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Eppure non vado certo a Londra con l'entusiasmo con cui andrei a Berlino, a Monaco, a Vienna: la mia antipatia per tutto ci che  inglese  invincibile. Ma riconosco che se avessi dovuto chiedere io qualche cosa, io stesso avrei chiesto Londra, tanto questa soluzione si presenta ottima e desiderabile sotto tutti i rapporti.
A me ora  il momento di raccogliere tutte le mie tanto vantate forze, e di agire e di vincere!
Londra! Vi penso in un modo strano. Mi pare cos irreale ed inverosimile. A Parigi e a Berlino sono andato come a citt qualunque, interessanti, ma che potevano benissimo rientrare nel mio mondo sconosciuto. Londra invece mi fa l'effetto di essere assolutamente fuori dal mondo e mi ci immagino gi cos straniero, come lo potrei essere a Tokio o a Melbourne. Anzi sento gli Inglesi come ancor pi lontani, che se fossero di una razza affatto diversa.
Non so davvero come potr sopportare di trovarmi in mezzo agli Inglesi, per cui ho sempre avuto una cos cordiale antipatia: tutta la loro civilt  per me un mondo assolutamente inconcepibile.
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La notizia di Londra mi ha fatto di colpo perdere ogni interesse alla mia attivit presente: ci che dimostra la vanit di essa. Tuttavia mi ha dato una febbre di lavoro per liquidare nel migliore dei modi tutto quello che ho di avviato. Mi sento anche molto risollevato dalla mia crisi, sentendo ora la mia vita orientata in un modo tutto diverso di quanto non lo fosse fino a qualche giorno fa. Rinasce la vita e la volont per il semplice fatto che ora hanno ritrovato il loro scopo e la loro meta. Anche se non dovessi combinar niente, la sola notizia avrebbe avuto un effetto molto benefico, restituendomi a me stesso.
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Marzo. L'amicizia di Vitale e Celso  il maggior bene ch'io abbia oggi. Quando ho detto loro che partivo, ciascuno a modo suo, e senza bisogno di parole, mi ha lasciato capire, o meglio ha tentato di celare il proprio rincrescimento. Perch? Che cosa posso offrire io a loro? Nulla. Questa  vera amicizia e il loro affetto profondo tutto generosit, bont e solidariet,  commovente.  quell'amicizia che forse solo in montagna si pu creare.
Oh mie montagne, quando potr tornare a Voi? Purificarmi in Voi?
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Trovo in Nietzsche alcuni concetti, che corrispondono assai bene ad alcuni che ho esposto l'anno scorso in questo diario. Gi in quelle note esisteva in fondo la teoria del superuomo e la negazione della Fede, che il forte deve saper sostituire con la propria volont. "Oh fratelli miei, quel Dio ch'io creai era forse opera di un uomo, come son tutti gli dei! Un uomo era Egli, un pover uomo; e quell'uomo ero io stesso; dalla mia propria cenere, dalla mia propria fiamma era sorto quel fantasma. Ei non giunge dal di l!". E pi oltre: "...la povera stanchezza ignorante che pi non sa volere: essa solo cre tutti gli dei e il soprannaturale!" (Zarathustra). Io con idea un po' diversa, ma parallela, scrivevo che la religione era la salvezza dei deboli, che non sanno volere, e nella fede ritrovano la forza che la loro volont non ha.
"Una nuova volont insegno agli uomini: seguir questa via, che l'uomo ha percorso fin qui ciecamente, e non cercare di evitarla paurosamente". Io scrivevo che ciascuno si crea la propria strada, il proprio destino con la propria volont: il debole che cerca di evitarla paurosamente, soccombe come Toni Buddenbrook (dal celebre romanzo di Thomas Mann). La volont invece  cos potente che pu compiere anche il miracolo, analogamente a quanto compie la fede (ma la fede in fondo non  che volont inconscia di se stessa). "S c' in me qualche cosa contro cui non valgono n le ferite, n i colpi, qualche cosa che spezza anche le rocce; e questa cosa  la mia volont". Spezza anche le rocce! S ecco dunque l'alpinismo come massima espressione di volont.
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"Avete il coraggio, o miei fratelli? Siete animosi? Non gi vi parlo del coraggio d'innanzi ai testimoni, ma di quel coraggio che conviene ai solitari: il coraggio dell'aquila, che non sente nemmeno il bisogno di un Dio che lo veda? Ha coraggio colui che conosce la paura, ma sa tenerla in freno; colui che guarda in fondo all'abisso, ma superbamente". Ed ecco l'alpinismo come massima di coraggio: solitario e superbo.
"Il volere: ecco il nome del liberatore, del dispensatore di gioie" perch la volont  manifestazione di vita, e solo la vita  gioia.  gioia perch  un continuo cammino: se la vita si arrestasse, non sarebbe pi vita! E questo in segreto la vita confid a me: "Vedi - mi disse - io sono quella cosa che sempre deve superare se stessa".
"La tua simpatia per l'amico si celi sotto una ruvida scorza, intorno alla quale tu devi logorare i tuoi denti. Cos la tua simpatia acquister delicatezza e dolcezza". Questa  la vera amicizia: questi sono i rapporti con Vitale e con Celso.
Questo diario potrebbe intitolarsi "a costruzione di me stesso". Non ha altro scopo. Speriamo che pervenga ad un fine.
Domani parto per Londra - Curiosit.
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Curiosit, dicevo prima di partire. S, curiosit e comicit, quasi presa in giro di me stesso all'immaginarmi alle prese con gli inglesi, i loro modi, la loro vita. Appena avvicinati li ho trovati meno incomprensibili di quanto mi erano stati descritti; ma in tutto quel che vedevo, dai facchini delle stazioni fino alla forma dei paesi, riconoscevo il carattere inglese impresso in modo cos paradossale e grottesco, come non avrei mai potuto credere. Londra mi ha accolto coi suoi taxi di stampo antidiluviano e con le sentinelle (specie di burattini meccanici caricaturali) di Buckingham Palace. Non potevo trattenermi dal ridere. Londra del resto non mi aveva mai presentato nessuna attrattiva e ci son venuto senza gioia. La curiosit dell'avventura  divenuta l'allegria della presa in giro: niente altro; mi sentivo vuoto come uno che sta a vedere cosa succede.
Cos mi son avviato direttamente all'ufficio del Lloyd Sabaudo. Accolto gentilmente, ma per poter restare in ufficio ci vuole l'autorizzazione del Ministero. Sar libero quindi ancora per 2 o 3 settimane.
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Mi son messo a girare Londra senza meta, per cercar di rendermi un po' conto della citt. Citt noiosissima, monotona, sterminata, turbinosa: sono rientrato alquanto stordito e mi son proposto di servirmi sempre della metropolitana per raggiungere i punti dove intendo recarmi. Cos, a parte lo stordimento, riprendo la vita affezionata di visita a citt e musei e mi trovo in quello stato di oggettivit e di impersonalit che le  inerente.
Aprile. Giornate nere. La soluzione si allontana sempre di pi. Fin quando dovr rimanere cos sospeso? Fin quando dovr continuare a vivere nel vuoto? In tutta la mia vita quando ho avuto bisogno di dipendere dagli altri, non sono mai giunto ad alcuna realizzazione. Quando invece prendevo io l'iniziativa, ho sempre raggiunto la mia meta. Non sarebbe ora che smettessi di aspettare che il Sabaudo mi apra le sue porte (che non sono poi le Porte del Paradiso, perch'io abbia ad invocarle tanto), e mi decidessi a sfondare io una porta, e " me frayer le chemin" con la forza e la violenza della mia volont? Perch gettar via e forza e vita, perch sciupare mesi e giovent a cercare di riempire una giornata, che rimane sempre vuota?
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Qualche giorno riesco ad ingannarmi o almeno a distrarmi, e allora la giornata passa in qualche modo; ma pi spesso sento che vado al museo solo per far venire mezzogiorno, o vado a un cinematografo per passar la serata: e allora mi prende il disgusto della mia vita e di me stesso: mi pare quasi che una seconda persona mi pesi sulle spalle come un grave fardello, una persona di cui vorrei potermi liberare, per ritornare io.
Se sapessi che al Sabaudo non ci metter piede, e se non avessi l'impegno di imparare un po' di inglese, potrei riprendere la vita milanese di biblioteca, certamente con maggior profitto e maggior soddisfazione che a Milano. Ma in queste condizioni, neppur questo rifugio mi  concesso, mentre l'inglese non lo imparo, sia per desiderio di solitudine, sia per l'insuperabile distanza che mi separa dagli Inglesi. Sono quasi tre settimane che son qui, ma il profitto  ben esiguo. Non vedo alcuna soluzione a questo stato di cose, e debbo abbandonarmi passivamente alla cancrena dell'inerzia. Vorrei poter volere, chiedo solo di poter volere, ch la volont  gi per se stessa vita. Non so quanto resister ancora in queste condizioni, ma non credo molto a lungo.  primavera, ed ho bisogno di vita!
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Un concerto stasera mi ha un po' calmato. Un'aria di Donizetti che in Italia mi sarebbe stata del tutto indifferente, stasera mi  parsa un raggio di sole che veniva a illuminare l'oscurit tempestosa in cui mi dibatto. Avrei bisogno di tanta buona musica. Ma le esecuzioni di Londra sono cos mediocri, che riescono quasi irritanti. Ma soprattutto avrei bisogno di suonare io: ma in una camera con le pareti imbottite, dove potessi essere veramente solo con me stesso.
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Maggio. Vuoto, vuoto, vuoto.  possibile che io debba esser sempre condannato al nulla, a distruggere e reprimere le mie energie, per vegetare in un ozio demolitore e putrificante? Vengo all'ufficio al mattino e me ne vado alla sera senza aver fatto assolutamente nulla. Poche chiacchiere con Carpenter hanno presto esauriti gli argomenti di conversazione e la lettura di un atto o due di Shakespeare serve a farmi passare un paio d'ore, ma non certo a dare un senso alla mia giornata.
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Pap mi scrive che De la Penne ha intenzione di lasciarmi qui un anno. Un anno di questa vita?  impossibile: e a che cosa servirebbe? Facendo la somma di tutto il lavoro che avrei compiuto in capo ad un anno, arriverei s e no a raccogliere il lavoro di una giornata. Bel risultato: senza contare che per il lavoro che ho da fare qui, non ho bisogno di far pratica per impararlo, tanto  banale. E allora? Un anno per imparare l'inglese? Ma allora lasciatemi libero del tutto, ch'io possa riprendere i miei studi e trovare io un senso alla mia vita. No, no, un anno di questa vita sarebbe peggio di un suicidio, sarebbe il peggior delitto ch'io potessi perpetrare contro me stesso. In ogni modo meglio saperlo, perch cos posso organizzarmi in modo da crearmi una vita in questo periodo, e cessare di vivere provvisoriamente nell'eterna attesa. Ma in ogni modo credo che se non ci sar un po' di lavoro dopo la fusione delle agenzie, dovr necessariamente giungere ad una ribellione, ad imporre me stesso e la mia vita, anche a costo di frustrare cos tutto quello che ho sopportato in questi anni di vuoto forzato. La mia vita non pu essere uccisa.
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Il rimanere qui un anno vorrebbe dire anche abdicare completamente alla campagna alpinistica di quest'estate.  certamente un dolore per me, poich la montagna  tuttora la mia massima e la mia pi vera espressione di vita. Ma forse non  male, perch la vita sedentaria di qui mi mette in condizioni tali che se andassi in montagna, non potrei che provare delle umiliazioni.
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Giugno. Ho ricevuto, stampato, il mio articolo sulla Busazza: lo ricordavo pochissimo, e l'ho letto con gioia, ritrovandovi il pi vero me stesso, con tutto l'ardore della mia vita e tutta l'estasi della mia sensibilit. Anche a Manlio e alla Nene  piaciuto, come mi aspettavo, per le stesse ragioni probabilmente. Ma forse saranno gli unici a capirne il senso vero e il valore che ha avuto per me questo canto d'addio alla montagna e alla mia giovinezza, che mi permetter di rivivere quella che  stata l'ultima e la pi bella delle mie ascensioni, ogni qualvolta avr bisogno di un alito di vita.
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Sono ormai pi di 3 mesi che son qui, ma il vantaggio di questo soggiorno  minimo. Il progresso dell'inglese  impercettibile: mi sembra di saperne oggi quanto ne sapevo dopo un mese che ero qui: solo ho un po' pi facilit a comprendere gli altri, ma nessuna maggior facilit a parlarlo. E di ci pu esser cagione la lunga assenza per il viaggio in Scozia, la convivenza con Taio e Bergamasco, e soprattutto la mia invincibile ritrosia a conversare con gli Inglesi. Ma ci che  pi grave  la nessuna pratica fatta in questo ufficio e l'impossibilit di farne: mentre la mia speranza e la possibilit di abbandonare presto Londra, dipende esclusivamente da una rapida e sicura pratica. Quando il sig. Veronese era assente, io vedevo tutta la corrispondenza e qualche volta rispondevo io stesso. Ora non vedo alcuna lettera, non so neppure che cosa avvenga in questo ufficio in cui siedo dalla mattina alla sera, se non per quello che riesco a carpire o a farmi raccontare da Carpenter. Tutto il lavoro che ho  di copiare a macchina qualche lettera o qualche circolare: lavoro invero di grande soddisfazione e utilissimo per la mia futura e brillante carriera di... dattilografo. Se sbaglio in qualche cosa non mi viene detto l'errore, ma si fa rifare la cosa dall'impiegato a mia insaputa e io debbo anche far finta di non accorgermene e senza poi conoscere il mio errore, e poterlo evitare la volta seguente. Se qualcuno mi chiede qualche cosa, io debbo a mia volta chiederlo all'impiegato perch io a quanto pare non debbo esser messo al corrente di niente e quel poco che ho visto l'ho carpito quasi di sforzo. Tutto questo nascosto sotto la pi malsana gentilezza, che non  altro che odiosa ipocrisia.
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Luglio. Gilberti mi ha scritto invitandomi a fare la parete N della Grandes Jorasses: contemporaneamente pap mi scrive che stima opportuno che per quest'estate io non lasci Londra e rinunci alla montagna, facendo cos tramontare quasi completamente ogni mia speranza. Non mi spiace tanto per l'invito di Celso, che in ogni modo cos privo di allenamento e di esperienza non avrei potuto accettare, quanto per dover rinunciare a quel periodo di vita intensa che gli altri anni mi dava forza per tutto l'inverno, e di cui tanto pi quest'anno avrei avuto bisogno. Debbo dunque passar l'estate qui volontariamente legato ad una sedia, nell'ozio che diviene tutti i giorni pi assoluto e pi ammorbante. E questo per esser presente quando avverr la fusione delle agenzie, di cui si parla da quando son qui e che sar gran miracolo se avverr prima della fine dell'anno. Ormai ho imparato che i giorni qui voglion dire settimane, le settimane mesi, e i mesi anni.
Del resto sono tanto lontano dalle montagne e dallo spirito di montagna, che non riesco neppure a sentirne la nostalgia. E questa  la cosa peggiore perch indica l'assenza di vita, di volont e di capacit di reagire.
Mi addormento nel mio ozio e nella mia povert, in una vita che  tanto monotona e indifferente che non  neppure vita. Il tempo trascorre velocissimo come sempre quando la vita  regolare e monotona. E questo da un lato  un bene, perch abbrevia questo periodo disastroso, ma dall'altro  male perch  tutto tempo che fugge senza che ne possa trarre vantaggio neppure per la mia esperienza di vita pratica o di lingua inglese.
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Dove mi sta conducendo questa china sempre pi ripida e sempre pi pericolosa?
Ho conosciuto Hans Kllner: credo che sar un'amicizia che continuer a lungo, forse anche sempre. Mi potr sbagliare perch non si pu conoscere una persona in un'ora, anche se questi  chiaro, limpido e aperto come Kllner. In ogni modo la sua vicinanza mi d un grandissimo bene, come la mia d un grandissimo bene a lui, un appoggio nella sua inesperienza e nella sua solitudine.  il primo amico che ho incontrato a Londra, ed  un gran bene non essere soli nell'affrontare l'uggia dell'inverno londinese.
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La mia posizione qui pare consolidarsi: qualche mese fa ci mi avrebbe esasperato, oggi non chiedo di meglio: non ho nessuna soddisfazione dal mio lavoro, eccetto quella della semplice attivit, ma oggi trovo in me ricchezza pi che soddisfacente per tirare avanti nel migliore dei modi: ricchezza che non trovavo, quando tanto affermavo di possederla.
In queste condizioni e solo cos  stata possibile l'amicizia con Kllner, che  la maggior ricchezza che abbia trovato da che sono in Inghilterra. E soprattutto ora ho raggiunto quel perfetto equilibrio che  condizione di vita assolutamente necessaria, ma sufficiente.
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Dicembre. I giorni scorsi pensavo a partire (per trascorrere le feste in famiglia), senza esserne convinto: ero ancora assopito nel torpore del letargo londinese. Ma da ieri ho cominciato a preparare le mie robe e sono ormai tutto preso dalla febbre della nuova avventura.
Dicembre, Bruxelles. In Belgio ho trovato il sole e il cielo limpido, con una temperatura primaverile: la gente ha una parlata gaia e sonora, la sera si sentono le ragazze che cantano nella strada. Un'impressione di liberazione, di respirare nuovamente a pieni polmoni. Sono ancora una volta lanciato in una delle mie rapide scorribande da un luogo all'altro, in una pienezza di vita e con un rinnovato senso di giovent.
Ma se guardo indietro ora alla vita che ho condotto a Londra, mi fa orrore, e se guardo avanti a quella che mi attender mi fa terrore.
Vado in Italia con la speranza di chiarire qualche cosa, ma so gi che non concluder un bel niente. E forse la conclusione non verr finch non mi decider ad abbandonare ogni riguardo sentimentale e a prender io una buona volta l'iniziativa di me stesso, a troncare netto questa tetra pagina della mia vita, e ad incamminarmi senza esitazione verso la luce, verso la mia vita. Oggi che mi sento di nuovo ricco, mi sento di nuovo la forza di volere questa decisione e sarebbe tempo di riprendere la vita, prima che ogni energia sia del tutto distrutta dal cilicio che mi soffoca.
Milano. Ma perch sono venuto a Milano?  quello che mi domandavo anche prima di partire. Forse sono venuto soltanto perch ora avevo la scusa per fuggire Londra, e avevo bisogno di sollevarmi almeno per qualche giorno dall'oppressione e dall'umiliazione e riposare dedicandomi ancora una volta solo a ritrovar me stesso.
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1933.
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Gennaio, Milano. In questi pochi giorni mi sono abbandonato al riposo e al benessere: ho avuto veramente un senso di ristoro, ho ritrovato me stesso e la mia vita: mi rincresce solo che in questi pochi giorni non mi rimanga tempo da dedicare a me stesso. L'esperienza inglese  lontana come se non fosse mai esistita: se pensassi al ritorno mi farebbe terrore quello che mi attende a Londra, ma appunto per questo non ci penso. Non voglio pensare a nulla, solo godere queste poche giornate. Mi dicono che in questi pochi giorni ho cambiato faccia: io dico che son cambiato io stesso, cio son ritornato quello che son sempre stato, pieno di vita, di luce, di ricchezza.
Non faccio alcun commento per fine d'anno, perch nulla avrei da aggiungere a quanto  gi descritto con anche troppa evidenza in queste pagine. In ogni modo, l'esperienza londinese col suo grigiore non  per nulla interrotta dalla fine d'anno. Questo diario finir quando ci sar qualche cambiamento nella mia vita o quando verr via da Londra. Ora purtroppo non posso che segnarne la continuit.
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Gennaio, Londra. Londra mi ha accolto col suo grigiore, in acuto contrasto col sole e con la luce di Chambry e Ginevra dove l'aria cruda e profumata delle Alpi mi ha dato tanta ricchezza di vita. Riprendo la mia vita d'ufficio, il cui vuoto mi pare ora pi che mai terrificante.
Manlio mi scrive in modo incoraggiante circa la possibilit e l'opportunit di avere un posto nel nuovo comitato per la Guida dei Monti d'Italia. Quantunque la speranza sia ancora molto vaga,  tuttavia un raggio di luce che mi ha animato tutt'oggi.
Febbraio. Oggi  un anno da che sono arrivato a Londra: non tento di fare un bilancio di questo anno perch sarebbe troppo umiliante: il passivo e la distruzione assumerebbero aspetti catastrofici: d'altronde questo diario  lo specchio sufficientemente fedele di quest'annata.
Aprile. Oggi ho scritto a Verrando una specie di ultimatum per mettere in chiaro la mia posizione. Attendo la risposta alquanto ansiosamente, poich da quella dipendono le mie decisioni per il futuro. Spero che la risposta porti una chiarificazione, ma non so davvero prevedere come possa portare una soluzione. Non credo alla possibilit di darmi una posizione soddisfacente a Genova; prolungare la mia permanenza qui sarebbe un suicidio o una catastrofe morale irreparabile: troncare con l'"Italia" e tornare a Milano senza un'occupazione, mi getterebbero in un caos, certo peggiore a quello dell'inverno 1931-1932. E allora?
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Ancora una lettera della Nene, che mi ha fatto tanto piacere; mi sembra impossibile che ci sia ancora qualcuno che ha dell'affetto e della stima per me, quando io stesso non ne ho affatto. Il fatto  che queste persone mi hanno conosciuto un anno fa, mentre io mi conosco oggi.
Tutto  distrutto, parte dalle circostanze esteriori e parte dal mio scetticismo, che mi fa rinnegare ogni fede perfino nelle mie facolt, nei miei studi, nei miei appunti. Anche questo diario  andato divenendo sempre pi povero, sempre pi arido parallelamente a me stesso. Eppure esso  ancora l'unica e l'ultima ricchezza che ancora mi rimane.
Giugno, Milano. S, ogni rinuncia  una vigliaccheria: tutto questo periodo  stato un periodo di rinunce e di abdicazione a me stesso: quindi un periodo di vigliaccheria e di infedelt.
Gli ultimi giorni a Londra non ho pi scritto su questo diario perch la devastazione morale me ne rendeva incapace. La tensione dell'incertezza di non poter sapere nulla fino all'ultimo e la debolezza di non saper volere una decisione e assumermene la responsabilit, mi esaurivano e mi esacerbavano.
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D'altra parte sapevo che venendo via voleva dire rinunciare per sempre e definitivamente ad ogni rapporto con l"'Italia" e il ritornare a Milano e ritrovarmi qui senza una occupazione ad un punto assai pi indietro di quando ne son partito, mi atterriva almeno quanto il prolungare il soggiorno all'agenzia di Londra. Ora c' la scusa di andare un po' in montagna (quantunque sono cos lontano dallo spirito eroico dell'alpinismo, che so benissimo che non ne avr altro che umiliazioni) per fuggire Milano, ma poi? Il buio e il nulla. A meno che la montagna possa ancora una volta farmi risorgere, restituirmi a me stesso con tutta la mia forza, la mia volont e la mia sicurezza. Insomma le ultime giornate a Londra sono state queste: un'estrema tensione per la lotta contro l'ipocrisia, con davanti lo spettro del ritorno a Milano in queste condizioni. Non vedevo pi nessuno, neppure pi andavo a concerti o altro; ero tutto chiuso nella pi acre solitudine, tutta odio di me stesso e della mia vita. Non ero affranto, poich ancora avevo la forza di lottare: ma era una lotta senza meta, perch non avevo alcuna meta a cui poter tendere; era una lotta di difesa per mantenermi a galla fino alla scadenza del termine. Ora per qualche po' un breve legno mi sostiene, ma nessun porto  in vista a cui poter approdare. Lo trover sulla vetta di qualche croda?
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Il viaggio in Olanda  stato tutta luce. Il ritrovarmi in mezzo a tanti colori cos vivi, sotto un sole cos bruciante e un cielo cos luminoso, mi ha dato subito un senso cos straordinario di vita. E poi era proprio il Paese che mi ci voleva: non desideravo musei o opere d'arte, e infatti ho percorso solo quelle gallerie affrettatamente e distrattamente: solo Rembrandt e Van Gogh mi hanno fermato: luce. Quello che chiedevo all'Olanda era la natura e il folklore, i boschi e il mare, i canali e i campi di fiori: avevo bisogno di aria e di luce per rivivere e tutto questo l'Olanda mi ha dato con una ricchezza che mi ha rigenerato.
La Germania  ora un campo di manovra delle camicie brune: anzi pi propriamente sono di color kaki, colore perfettamente intonato a questa massa di imbecilli, vigliacchi, oltracotanti e boriosi, di cui ho conosciuto a Londra quel degno campione. La popolazione  composta solo di terrorizzati e di ebbri; questi hanno anche trovato il loro idolo, la spia Leo Schlageter, l'hanno divinizzato e lo adorano come il vitello d'oro. I terrorizzati obbediscono e adorano anch'essi il nuovo eroe. La distruzione cos rapida e cos totale di un popolo forte, ricco di vita, e di volont, conscio di s,  una cosa che addolora profondamente anche chi non gli fosse mai stato amico.
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Anche Colonia  morta; guizza appena qualche bagliore della raffinatezza degli anni scorsi. Francoforte riesce ancora a vivere in parte la sua vita animata e moderna, ad affermare lo slancio della citt che si rinnova tutta intorno al suo delizioso nucleo del Rmerberg. Wrzburg vive di Tillmann Riemenschneider: va il Tiepolo scoperchiando le volte coi suoi cieli luminosi, ammassando e agitando i suoi scorci fantastici, ha un impeto spontaneo di vita, come nessun tedesco si sarebbe mai sognato. Valli deliziose (Reno e Neckar) che si dilungano serpeggiando fra due guanciali di bosco. Stoccarda anch'essa  tutt'un impeto di rinnovamento e trabocca oltre gli orli della sua corona di soldi e dilaga nelle conche e nelle valli circostanti.
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Naturalmente tutti mi chiedono cosa faccio, come mai sono in Italia, quanto tempo ci resto. Ma debbo proprio rendere conto a tutti quanti del mio fallimento morale?
Giugno. Celso, perch io non ero con te! S, perch non ero con te! Questo  stato il primo grido spontaneo, quando ho saputo (della morte di Gilberti). Allora intendevo dire che s'io fossi stato con lui non sarebbe successo nulla: ne avevo una convinzione istintiva, prima ancor di sapere come era avvenuta la sciagura. Era tale la sicurezza reciproca, ch'io ho sempre avuto il senso preciso che a noi non sarebbe mai potuto accadere nulla, dovunque fossimo andati, qualunque cosa avessimo osato. Solo nell'estate scorsa io ho cominciato a temere per lui, non sapendo con chi andava, e anche lui ha cominciato a fare previsioni e le sue tragiche statistiche. Forse s'io fossi arrivato in tempo per riunirmi a lui, per fondere nuovamente in un tutto unico e incrollabile le nostre forze morali, ci saremmo salvati reciprocamente. Cos lui  perito fisicamente e io moralmente.
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Perito moralmente al punto che a Trento il grido "perch io non ero con te" aveva assunto un altro significato. Eravamo stati tanto uniti sempre: da quando la sorte lo ha unito a un estraneo che non conosceva neppure invece che a me? Sarebbe stato cos bello essere uniti fino all'ultimo, essere uniti anche in quelle due bare identiche e affiancate. Mi sentivo quasi colpevole di essere l di fronte, in piedi, di essermi sottratto vigliaccamente al mio destino: il mio posto era in quella bara, accanto a lui. Accanto a lui sulla vetta pi bella, dopo la conquista pi eroica: dopo aver tante volte conquistato insieme la vita sulle pi ardue pareti, insieme avremmo dovuto conquistare anche la morte. Non era forse questo il nostro sogno pi bello? Morire insieme, felici, in un istante di ebbrezza di vita.
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Il destino non l'ha voluto; forse, in questo momento sono tanto in basso, che non ero degno di lui, non ero degno di tanta conquista. Solo il puro eroe  degno del Walhalla (l'Olimpo della mitologia nordica): io mi sono venduto per vigliaccheria e per un falso sentimentalismo borghese. Perci sono ancora qui a diguazzare nel fango.
 una di quelle cose, che non si possono comprendere a tutta prima, che non si credono, di cui non ci si rende conto. Ma quando, a Terlago, mi sono visto passare davanti quel furgone nero e mi sono detto "l dentro  Celso", un brivido di terrore mi ha percorso il corpo. Ai funerali ho afferrato la bara per portarla e la difendevo ringhiando contro chiunque volesse prendere il mio posto, quasi volessi stringermi disperatamente a lui, superando la barriera della cassa di zinco, che il destino aveva posto fra me e lui. Fino al cimitero eravamo ancora insieme, uniti: il senso del distacco l'ho provato allontanandomi dalla sua tomba, dove lui era rinchiuso per sempre. Allora finalmente ho pianto: ho potuto piangere: ah! Il refrigerio del pianto!
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Quanto tempo che non potevo piangere: da un pezzo ormai anche le pi tragiche esperienze si risolvevano in una lotta spossante e in uno spasimo muto, reso acre dall'aridit del sentimento. Celso fino all'ultimo mi  stato amico, anche morendo mi ha fatto il dono pi prezioso, il dono del pianto.
Fra gli amici di Udine, v'era una vera e profonda commozione, specialmente Granzotto e Niccoloso: con loro mi trovavo bene, perch pareva che ancora qualche cosa dello spirito di Celso potesse essere conservato fra noi. Con gli altri tutto era finito, quando  finita la cerimonia. Solo in Vitale, con la rozza ingenuit dei suoi modi, si sentiva la profonda sincerit della sua commozione. A lui mi son sempre sentito vicino, e l'averlo vicino mi  stata un'ancora di salvezza in questo nuovo naufragio. Ora che anche Celso mi  tolto, non mi resta pi che Vitale:  l'unica persona che veramente amo ed  probabilmente l'unica che mi ami di un affetto puro e generoso: certamente  l'unica, il cui affetto mi possa ancora fare del bene.
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Giugno, Tregnago. A Milano sono stato molto occupato ed avevo nella mia terribile solitudine almeno quel senso di ricchezza che d il lavoro assiduo e quel senso di essere temporaneamente allontanato e distratto da quello a cui vorrei poter non pensare. Ma un articolo che mi hanno incaricato di scrivere per Celso, mi  riuscito in gran parte di frasi vuote e retoriche e mi ha dato solo noia. Qui a Tregnago sono venuto a cercare quello scoglio a cui mi son sempre potuto aggrappare nei miei naufragi, quel punto fermo nella mia vita incerta e vagabonda. Ma questa volta neppure qui mi son saputo ritrovare. Tregnago per me non rappresenta pi che un passato che oramai  morto e non pu pi rivivere. Tregnago  il luogo della mia infanzia, ora non mi pu pi dar nulla, non mi appartiene pi: appartiene ai bambini di un'altra generazione.
Sono andato al Cimitero con pap: il rito formale di deporre i fiori senza la possibilit, almeno per me, di un istante solo di sincerit: irritazione. Vi sono ritornato la sera tardi, quando era tutto buio e tutto silenzio: l finalmente ho potuto guardare in faccia me stesso senza alcun velo di ipocrisia. Ho guardato a me stesso: orrore; ho guardato al mio passato: distruzione e rovina di un edificio senza fondamenta; al mio presente: disperazione; al mio futuro: sfiducia e oscurit. Quella mezz'ora passata al Cimitero, mi ha dato il dono della sincerit, ma non mi ha dato nessuna luce e nessun affetto; mi son sentito pi che mai chiuso in me stesso, in una difesa ad oltranza contro tutti, senza possibilit di sentimento n di commozione. Per questo quando avevo potuto piangere sulla tomba di Celso, mi ero sentito rinascere; avevo avuto un istante di umanit: ora sono ritornato un mostro pensante.
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Luglio. "La vita ha un grande significato per colui che vive per un'idea". (Tagore)
Ma chi vive per un'idea  pronto a sacrificare a quest'idea la vita stessa. Tant' vero che "la morte stessa pu essere la benvenuta come apportatrice di un pi alto valore della vita".
Nell'avventura in cima al Croz dell'Altissimo, per un vero miracolo non sono stato trascinato nel precipizio: per un istante ne ho avuto la percezione esatta, ma non mi sono affatto spaventato: semplicemente aspettavo lo strappo, che ritenevo gi inevitabile. Ci mi d la tranquillit che la morte in montagna  una morte senza sofferenza, poich so gi che nella caduta non si sente nulla.
Nella salita dell'Altissimo mi son sentito spossato fino all'esaurimento delle forze: ma poi ho potuto ancora riprendermi e ora mi sento molto meglio e molto pi padrone dei miei mezzi e pi fiducioso.
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Agosto, Pin. Moltissime volte avrei voluto prendere in mano questo diario per notarvi passo per passo la risurrezione trionfale e la riconquista piena della vita. Ma la vita era cos intensa, che non ho mai trovato il momento di arrestarne il flusso per registrarla qui. Non un attimo in tutto questo periodo, che non sia stato intensamente vissuto.
La montagna con la sua calma e la sua solitudine mi ha dato dapprima l'equilibrio, poi mi ha dato in Bruno Detassis l'amico che ha guidato i primi passi incerti verso la conquista, e il compagno di cordata ideale di tutte le vittorie pi belle. Infine la scuola d'ardimento delle crode verticali, mi ha insegnato nuovamente ad osare audacemente, a conquistare con baldanza eroica, a volere la vittoria. Sulle crode del Brenta ho ritrovato l'impeto e la purezza del luglio 1929, ho ritrovato la pi bella espressione di me stesso, tutto conquista eroica e idealit.
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L'elegantissima salita alla Preuss del Basso mi ha rimesso in forza completamente. Il Dos Dalum  stata la prima di una serie di vittorie luminose, senza un'ombra, senza un'incertezza. La concezione della salita  tutta mia: Detassis sale primo: ad un passaggio esita a lungo senza riuscire: salgo io senza un'incertezza: dopo due o tre cordate gli cedo nuovamente la testa della cordata, perch comprendo che lui ci tiene ad essere primo, per la sua futura carriera di guida: io non ho bisogno di nulla altro che la salita sia per me, tutta mia: anzi, donandola cos a Bruno, mi pare sia ancora pi mia. Sulla parete Trenti del Basso mi trovo ancora una volta in difficolt: ma sar l'ultima disonest. La parete sudovest della Tosa  una salita tutta di Detassis, studiata e guidata da lui, a cui partecipo vivamente, senza peraltro riuscire a sentirla come mia. Il Crozzon invece  una salita non preparata, riuscita meravigliosamente per l'audace sicurezza della nostra cordata ormai affiatatissima e solidale: la salita non  stata n mia n di Detassis, ma della nostra cordata come unit inscindibile. Sulla Torre Gilberti invece mi sono un po' allontanato da Bruno: qui l'amico mi era divenuto poco pi che il portatore delle scarpe, che io mi trascinavo dietro necessariamente nella mia conquista: neppure gli rendevo conto dove andavo e cosa facevo: salivo: come se fossi stato tutto solo, con l'animo proteso verso la cima di quella Torre, che gi in cuor mio avevo battezzato, come se lass avessi dovuto raggiungere e ritrovare l'amico perduto. Dall'attacco alla vetta sono 700 m di parete difficile, ignota, e con una continua successione di incognite; non un istante mi sono arrestato nella mia corsa verso l'alto (neppure per lasciar fare una pipata a Bruno...!) e solo sulla vetta ho potuto calmare la tensione dell'incertezza e la febbre di arrivare e di vincere. S, Celso, sono felice che a te ho potuto dedicare una delle mie pi belle vittorie. Raggiunta la vetta della Torre, il resto non mi interessava: l'ultimo tratto per raggiungere la vetta della Tosa l'ho lasciato fare a Detassis e l'ho seguito come in qualche cosa che non mi riguardava. Bruno mi perdoner se questa volta ho dimenticato la corda che mi univa a lui, per sentirmi avvinto da quella che tante volte mi aveva legato a Celso.
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Con la Torre Gilberti ho avuto l'impressione di aver adempiuto a un dovere e a un voto: pi nulla ormai mi interessava in Brenta, ero impaziente di partire e solo per attendere Manlio, mi sono trattenuto ancora qualche giorno. Le mie crode erano ormai infestate e insozzate da gentaglia insopportabile, da mafiosi, fanfaroni, pettegoli e ipocriti: la lite con Neri mi ha disgustato completamente. Mi son rifugiato ai XII Apostoli, come un orso nella sua tana, e l in solitudine beata, in un ambiente di cordialit e simpatia come non si potrebbe desiderar meglio, ho vissuto ancora qualche giornata felice, interamente perduto nell'oblio di tutto e di tutti. Soprattutto mi ha fatto bene durante tutto questo periodo l'affratellamento con Bruno Detassis, la sua forza morale, la sua sicurezza, la sua rude e schietta sincerit, il suo affetto e la sua sensibilit, inespressi, ma sempre percepibili.  forse troppo poco per essere un amico: ma sulla croda, come al rifugio, dopo la scomparsa di Celso, con nessuno mi son trovato cos bene come con lui.
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Nella settimana con Bramani nei gruppi del Bernina e Disgrazia mi son sentito sempre straniero: mi lasciavo condurre passivamente da Vitale in questi luoghi sconosciuti, ma senza un interesse diretto n una partecipazione attiva. Le arrampicate non mi davano alcuna soddisfazione; il granito, sia facile o difficile, non mi d mai n la gioia dell'arrampicata, n il senso della conquista eroica: mi parevano passeggiate per croda, con il solo senso di esplorare orizzonti nuovi, spesso molto grandiosi. Ma dopo una settimana ne ero gi stufo.
Sono corso a Primiero a raggiunger Manlio e Bruno, ma anche con loro difficilmente posso ora trovare l'affiatamento di una volta: sulla croda troppa distanza ci separa, poco meno della distanza che separa la guida dal passeggero.
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Sulla cima Wilma siamo tornati indietro: Manlio mi aveva detto di andare in cima io solo, dato che ormai avevo gi superato tutti i tratti difficili, che mi avrebbero aspettato. Ma io non sapevo che farmene di completare un'ascensione che non facevo per me, ma esclusivamente per i miei fratelli, e son ritornato subito. Ma al rifugio mi  seccato quando abbiamo dovuto dire che non avevamo raggiunto la cima: per la prima volta ho sentito l'orgoglio del mio nome e la necessit di difenderlo. Pu esser vero che il mio amore per la montagna non sia pi cos puro, cos incurante di tutti i terzi?
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Ho sempre cercato di festeggiarmi il 28 agosto (compleanno) con una bella arrampicata: due anni fa sulla Busazza scioglievo in un tripudio di luce la corda che per l'ultima volta mi aveva legato a Celso. Era giusto che quest'anno fosse dedicata in un rito di omaggio a lui: in cima alla parete della Paganella ho deposto un mazzo di stelle alpine. Durante l'ascensione svoltasi nel triste grigiore di una nebbia fittissima, abbiamo trovato continuamente tracce della tragedia: sembrava un tema di morte che ci accompagnava con l'insistenza implacabile di un leit-motiv wagneriano. Solo pochi istanti prima di raggiungere la vetta il sole ha potuto squarciare le nebbie: la Val d'Adige si stendeva sotto i nostri piedi, il Brenta davanti a noi coi suoi mille pinnacoli. Era la luce della vita, premio della nostra conquista. Cos per me: dal cieco incubo di morte di due mesi fa, avevo saputo lottare, risollevarmi e riconquistare la vita che ora di nuovo mi si apre davanti fulgente. Il Brenta che mi ha redento, ora mi riappariva in tutta la sua bellezza.
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Settembre. Quando son partito da Milano, dubitavo se vi sarei ritornato: se non fosse stato per pap, pensavo alla morte in montagna quasi desiderandola, come un'apoteosi bellissima. Non la cercavo naturalmente, ma l'attendevo come una cosa possibile, anzi probabile. E infatti per poco non si  verificata sull'Altissimo, la prima ascensione di quest'anno. Durante le prime ascensioni non avevo paura, ma pensavo continuamente alla possibilit di una tragedia. Ora, riconquistata la padronanza dei miei mezzi, la sicurezza e la volont come nel 1929, parto per un'ascensione con la tranquilla certezza che nulla mi possa succedere: l'idea di correre un pericolo mi fa semplicemente ridere. Se anche l'ascensione offre dei dubbi e delle incognite, esse sono per me gi risolte a priori dalla certezza che nessun ostacolo possa frapporsi o ostacolare il mio cammino. Tutte le ascensioni di quest'anno sono state cos insperatamente fortunate, che ho di nuovo l'impressione di una volont che domina il destino. Mai una campagna  stata cos ricca e fortunata come quella di quest'anno, mai  stata cos goduta e intensamente vissuta.
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Ho vissuto due mesi in montagna e fra alpinisti, dovunque circondato da stima, affetto e cordialit calorosa. Il ciao di chi mi incontra alla Tosa o il buon giorno di chi mi incontra per le vie di Trento mi fa piacere, perch c' nell'accento una nota di calore e di simpatia. Il ritorno in famiglia invece mi ha agghiacciato: la bottiglia di spumante che pap ha sturato per la mia festa e il toccare dei bicchieri  stata una cerimonia cos convenzionale e retorica che mi son chiesto perch mai son sceso dalle mie montagne e avrei voluto ritornarci all'istante stesso. Mi ha fatto quasi piacere la partenza di pap e di Manlio, perch almeno con la Nene sola,  sempre possibile trovare un rapporto di amicizia e un interesse fuori da ogni convenzionalit e da ogni regola di dovere.
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Ottobre, Milano. Ancora giornate di vita ricca e pienamente vissuta: giornate di luce vivissima senza una nube, senza un'ombra: mi pareva di navigare tanto in alto sulla cresta della vita, che nulla mi potesse pi raggiungere. Il partire per un'ascensione non aveva pi nulla di eccezionale, era solo l'occupazione abituale nelle giornate di bel tempo, e partivo pigramente, quasi svogliatamente, solo per compiacere all'amico a cui avevo promesso di accompagnarlo. Poi, una volta attaccata la roccia, la febbre della conquista mi riprendeva e ancora una volta correvo, correvo, con una baldanza, un'agilit, una sicurezza e una perfezione di stile, quali non avevo mai conosciuto prima d'ora, superavo ogni ostacolo, quasi senza accorgermene, e non mi arrestavo finch non avevo raggiunto la vetta. Giudicavo poi la difficolt dal tempo e dagli sforzi del mio compagno per raggiungermi. Lo spigolo della Torre di Fanis  tutta una successione ininterrotta di strapiombi: io stesso non credevo di poter salire per di l e Pisoni lo credeva ancor meno di me. Ma anche qui, lento e sicuro son salito fino all'ultimo senza arrestarmi un istante: alla fine ero stanco: i muscoli pi non rispondevano sui difficilissimi strapiombi alla mia indomita volont di lotta: "Castiglioni, prova ancora una volta" e passavo: l'entusiasta candore di un istante traboccante di passione fa bene oggi che anche l'alpinismo  cos ingannato da pettegolezzi. Con Pisoni ho rivissuto alcune giornate della vita sana, ingenua, spensierata e purissima del fanciullo: e anch'io mi sentivo tornato fanciullo e giocavamo come due gatti, al sole.
Sulla Fleischbank ho provato ancora una volta la gioia pi intensa dell'arrampicata: la roccia solidissima e levigata non esige sforzo alcuno, ma pura tecnica raffinatissima: anche questa  un'arrampicata tutta luce, che si vive tutta.
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Il ritorno a Milano questa volta non mi spaventa, anzi lo desidero per poter riprendere un po' di attivit. Ma l'esperienza londinese mi ha avvertito di pensarci ben bene prima di accettare un impiego qualunque:  pi che mai necessario che la strada ch'io scelgo, sia veramente mia, e una strada in cui possa marciare come capocordata: guai se dovessi incorrere in un secondo fallimento: mi sarebbe forse fatale. Ma oggi, che da troppo tempo ho abbandonato il mio genere di studi, la sola via possibile e veramente mia sarebbe quella del Touring o una simile che mi permettesse di occuparmi di montagna. E ci non tanto per la mia passione, quanto perch  l'unica via per cui una lunga esperienza mi permette di affermarmi, di essere subito capocordata, come ho bisogno, senza tirocini umilianti.
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Novembre, Milano. Son venuto a Milano con una decisione: di cercarmi una strada che fosse ben mia, e con la certezza di sapermela creare se solo avessi saputo volerla. Mi son messo a lavorare alacremente a cose d'alpinismo, ho impostato uno schedario della guida delle Pale, come se ne avessi avuto l'incarico. In fondo  il lavoro che mi ci vuole ora: lavoro di raccolta e di studio in un campo capace di interessarmi vivamente. Lavoro che mi assorbe e che mi isola dall'ambiente in cui vivo, che mi riesce tutti i giorni pi opprimente. Le cose si maturavano cos bene, che credevo gi quasi che un'altra volta la mia ferma decisione avesse ragione degli elementi esteriori. Al Touring mi facevano promesse sempre pi concrete: la guida delle Pale sembrava quasi decisa: tanto pi lavoravo di buona lena. Intanto pap, a mia insaputa (perch?), ha fatto scrivere a Rocca chiedendo un posto per me, e quello ha fatto rispondere che sta occupandosene e che certamente riuscir a sistemarmi: questo posto eventuale offrirebbe una buona posizione e la possibilit di una carriera brillante, di fronte alla posizione modesta e alla via chiusa del Touring: se domani mi venisse offerto questo posto avr io diritto di rifiutarlo? O debbo compiere un altro delitto verso me stesso, affrontare un'altra esperienza che pu essere fallimentare, come quella di Londra? L'occasione del Touring  probabilmente unica e non si presenterebbe pi in seguito: se io incorressi in un altro fallimento (ci che non  impossibile al momento attuale in un'organizzazione governativa), probabilmente non avrei nessun'ancora di salvezza. Al Touring andrei perch sono io e perch ho una certa competenza: altrove andrei per la raccomandazione di Rocca, quindi andrei incontro di nuovo all'ipocrisia, al disprezzo e alla diffidenza, come a Londra: e quello che ho sopportato a Londra, non son disposto a sopportarlo ancora. In compenso di questi ostacoli morali, in compenso dell'abdicazione totale di me stesso e a ogni mio ideale (poich il nuovo lavoro mi assorbirebbe in modo esclusivo), cosa ne avrei? La possibilit di una carriera. Bene e la carriera, per me, significa solo il sacrificio degli anni in cui si potrebbe vivere, per procurarsi gli agi quando non si  pi in grado che di vegetare. Che cosa me ne far degli agi quando, dopo molti anni di lavoro assorbente, non sar pi capace di ascoltare un concerto, n di vedere un quadro, quando non riuscir a vedere niente in un viaggio all'estero, o quando non sar pi capace di fare una salita di 3 grado? La carriera degli affari esige una dedizione completa e appassionata: io non saprei mai rinunciare ai miei ideali, e se affrontassi quella carriera con l'interessamento sempre rivolto altrove, non farei che votarmi a un fallimento irreparabile. Anche a pap ho parlato abbastanza decisamente e ho capito che ne  rimasto assai scosso, perch non pu capire un mio rifiuto a una posizione che a lui sembra ottima, non pu capire come si possano avere dei bisogni morali pi stringenti delle necessit economiche e un interesse concreto al di fuori del mondo degli affari. Ma per amore di pap ho gi commesso il gravissimo errore di Londra, non potrei commetterne un altro, ancor pi grave e ancor meno giustificato. Dopo tutto per la mia vita ho doveri verso me stesso superiori a quelli verso mio padre e non posso permettermi di sacrificarmi per fare quello che lui crede bene o quello che a lui pu far piacere. Dopo tutto i miei bisogni sono modesti e le mie rendite mi bastano a vivere: quello che chiedo  solo un'occupazione per non restare ozioso e inutile in modo umiliante. Ma perch dovrei rendermi infelice per guadagnare del denaro di cui non ho bisogno? Certo che se pap avesse ragionato cos, io oggi non avrei questo denaro, so certo anche che ragionerei in modo ben diverso se avessi la prospettiva o almeno vedessi la possibilit di aver famiglia. Ma di questa possibilit mi disilludo sempre pi, quanto pi vado avanti negli anni, e allora quali soddisfazioni ricaverei dal sacrificio di me stesso e del denaro guadagnato in pro' di nessuno? O lo farci soltanto per quello che il mondo sciocco e borghese direbbe di me? Perch piuttosto non vado a nascondermi in un rifugio, isolato da questo mondo idiota, volgare e disgustoso, solo con la sincerit delle mie crode e la cordialit dei miei amici?
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Dal momento che ho la possibilit di esser felice e di viver pienamente la mia vita, perch non debbo farlo?
Ho ricevuto un assegno in pagamento di un mio articolo:  il primo denaro che sento veramente come guadagnato dal mio lavoro (neppure lo stipendio militare poteva esser considerato un frutto del mio lavoro, e tanto meno altre forme pi o meno dirette di compenso). La somma  insignificante, ci che importa  che era un assegno intestato a me e che  il compenso del mio primo lavoro in materia d'alpinismo. Per insignificante che sia la somma (L. 200)  sempre di pi di quanto ho guadagnato a Londra con un anno di lavoro e di sacrificio!
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Dicembre. Tre giorni di sci nelle Alpi Marittime mi hanno dato ben poco: solo l'ultimo giorno con un sole radioso ho avuto il bene di respirare l'aria pura e profumata dei monti. Eppure l'evasione mi ha fatto bene: probabilmente mi era necessaria. Questa stanchezza e quel principio di sfiducia che gi cominciava a prendermi, sono scomparsi: tutto mi va bene di nuovo. La vita riprende intensa per circostanze indipendenti dalla mia volont, ma che pure si verificano solo quando io cammino diritto e senza incertezze.
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Ancora una vigliaccheria: avevo deciso di andare in montagna per sfuggire al Natale, ma per la venuta di Bruno a Milano e per non andare contro le sacre tradizioni a cui la mia famiglia pare tenga in modo cos esagerato, ho rinunciato. Cos son qui, irritato da queste giornate noiose in cui non si riesce a concludere nulla, irritato dalla banale convenzionalit delle cerimonie ufficiali, mentre penso quanto sarei stato felice oggi in Bondone, fra la neve, il sole e l'aria limpida, in compagnia di Bruno Detassis e degli amici di Trento.
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Dicembre, San Martino. Questo diario pu veramente intitolarsi morte e resurrezione. L'anno finisce a tutta luce. Una giornata in Bondone con Bruno, nell'ambiente di tutta sincerit. Poi qui a sciare con Eldo Pedrotti, nell'ebbrezza di una neve polverosa, fra i boschi incantati, come un paesaggio magico. Il batter pista con la neve cos alta  una fatica: nevica spesso, ma che importa? L'anno finisce tra le mie crode, sempre amiche, ed  tutta una luce di promesse per l'anno venturo. Qui tutto mi va bene: basta ch'io rimanga sempre fedele alle mie crode e il mio avvenire non potr pi avere l'ombra di un dubbio. Dopo un cos lungo periodo di tenebre impenetrabili e di sbandamenti deprimenti, come fa bene tutta questa luce, e questa serena fiducia. Ancora una volta oggi rinnovo la promessa di fedelt a me stesso, ponendo i doveri verso me stesso al di sopra di ogni altro dovere della vita. Ormai  troppo provato che ogni rinuncia per sentimenti familiari o per rispetto a false ideologie borghesi ci conduca in rovina. Il rispetto per me stesso e il seguire me stesso dev'essere ormai l'unico problema della mia vita, cercando gli elementi di vita solo nella sincerit e nella purezza di quella che sola pu essere la vita vera per me.
Ma sapr sempre e in ogni atto mantenere la mia promessa, il 1934 sar un anno di tutta luce. Fregarsene del mondo e della societ, chiudersi nella difesa del pi assoluto egoismo, per diventare tanto ricco e tanto in alto al di sopra di tutti, da poter donare a piene mani la vita conquistata.
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1934.
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1 gennaio. L'anno  cominciato come una notte qualunque, senza convenzionalit, forse senza neppure scambio di auguri. Ma al mattino destandomi ho visto dalle finestre tutto bianco di neve: nella diafana luce diffusa, apparivano, incerte come fantasmi, le mie crode. Esse mi hanno dato il primo saluto il mattino del primo dell'anno, e il loro saluto  stato, come sempre, una parola di fede e di vita. La mia risposta  stata una promessa di fedelt.
Nevicava largo e fitto, quasi volesse cancellare fin l'ultima traccia del 1933. Rimasi a lungo alla finestra a guardare: gli alberghi di S. Martino, orrido emblema di presunzione umana di fronte alla gloria della Natura, parevano a poco a poco sommergersi sotto la pesantissima coltre di neve, che pareva gridare il trionfo del suo candore immacolato, che sotterrava ogni sozzura.
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Mi ritirai in un cantuccio disabitato e mi misi a riordinare appunti. Dopo tanto tempo di ozio forzato, il 1934 comincia lavorando, perch dev'essere un anno di attivit intensa. Di quell'attivit che permette di constatare le realizzazioni, giorno per giorno, ora per ora, di quell'attivit che d calma ed equilibrio. Sono stanco di sbandamenti: crisi morali e brancolamenti nel buio. Ho detto che il 1934 dev'essere un anno di tutta luce, e lo sar, perch voglio che lo sia.
Nel fulgore di un pomeriggio tersissimo giungiamo alla Rosetta. Paesaggio d'incanto. L'altipiano si estende vastissimo, limitato da crode e dall'azzurro del cielo. Non una traccia nella neve immacolata, non un segno n un moto di vita intorno a noi. Ci affacciamo sopra S. Martino: il mondo sta laggi, ai nostri piedi; ma quanto sembra piccino a questa distanza, quanto siamo pi in alto noi, che ci sentiamo quasi avvolti nell'infinito spazio del cielo purissimo. Il Limone e la Pala rifulgono nella luce del tramonto, vibrano come accordi di trombe argentee in mi maggiore. Nella luce obliqua del tramonto invernale, le ondulazioni dell'altipiano paiono fluttuare in un gioco di ombre e di luci rosate. Oh, la gioia della solitudine di fronte all'infinito, la gioia di vivere questa suprema bellezza, di sentire il proprio animo vibrare con lo stesso ritmo di questi "glhenden Bergen", e traboccare di vita e di amore.
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Di ritorno a Milano mi ritrovo momentaneamente sbandato e privo di "materiale da costruzione". Ma tosto la vita riprende il suo ritmo intenso. Ora lavoro assiduamente tutto il giorno a quel lavoro metodico e redditizio, che porta tanto lontano. Mi ritrovo nella stessa atmosfera del 1931, con la differenza che allora lavoravo per la laurea, una meta immediata ma provvisoria, oggi invece lavoro per una meta che  tutta mia, e che deve divenire il centro della mia attivit futura.
"Non ci vuol molto per risvegliare il disprezzo di se stesso, che dorme sempre in noi" (Schnitzler). Basta un istante di debolezza.
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Il lavoro di raccolta del materiale, procede ora con grande alacrit. Alle Pale ora ho aggiunto anche la Marmolada, con la speranza, se son fortunato col tempo quest'estate, di poterle portare a termine quest'anno. Al Touring il mio lavoro  stato ufficialmente accettato e quindi ora posso lavorare con piena sicurezza dell'esito. Tutto ci mi stimola ad una attivit intensa e il lavoro procede rapido, tanto che ogni sera posso contemplare con soddisfazione la somma del materiale raccolto. E questo  quello che conta soprattutto: ho finalmente la gioia di poter lavorare dopo tanto tempo di forzata inattivit, e di poter camminare senza inciampi verso una meta precisa.
Cos mi trovo a navigare altissimo, e alla sera, per nulla stanco, ma con la calma e l'equilibrio che d una giornata di lavoro, godo della piena disponibilit di me stesso a una completa lucidit. L'altra sera a un concerto ho potuto abbandonarmi interamente alla gioia del Sogno di una notte d'estate di Mendelssohn e allo slancio della VII di Beethoven, e le ho rivissute come da molto tempo non mi avveniva. Anche al pianoforte ora tutto mi va bene e qualunque cosa suono, la godo sempre intensamente.
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Tutto ci mi d ancora una volta una straordinaria ricchezza di vita, malgrado l'atmosfera di morte che mi circonda da ogni lato. Ma io sono ora tutto per me, vivo di una vita che  tutta mia e solo mia, e che ritrovo tutta in me stesso. In me ora c' tutto un mondo di cui vivo: che m'importa se tutto intorno  tenebre, quando il mio mondo  tutto ricco di luce? Il diario dell'anno scorso si chiudeva con queste parole: "diventare tanto ricco e tanto in alto al di sopra di tutti, da poter donare a piene mani la vita conquistata". Oggi sono gi arrivato a questo punto, e ho donato un po' della mia luce di giovinezza e della mia ricchezza di vita. E il donare non  altro che acquistare maggior ricchezza e un pi completo senso di vita.
Febbraio. La montagna  sempre una ricchezza immensa: domenica la gita al Corvatsch non l'ho goduta come avrei potuto e dovuto, dato l'ambiente grandioso e la giornata limpidissima: probabilmente la causa prima  stata la comitiva della SEM (Societ escursionisti milanesi), numerosa e insopportabilmente antipatica (come sono quasi tutti i milanesi quando vanno in montagna), che mi impediva di ritrovare quel contatto e quell'estasi spirituale che solo la solitudine pu dare. Sono tornato col benessere fisico di una gita in alta montagna, non col benessere morale.
L'alpinista che faccia soltanto il 6 grado  come un uomo che sappia lottare, ma non sappia amare.  un mostro degno di compassione.
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Marzo. Un nuovo incarico: questa volta ufficiale e pi importante degli altri. Sono stato incaricato di costituire il Centro Studi per viaggi ed esplorazioni all'estero. Ho accettato l'impegno perch la cosa mi interessa e mi potr dare dei risultati importanti. Il lavoro mi occuper molto e seriamente, specialmente nel primo periodo della costituzione: poi si tratter soltanto di tenere aggiornato l'ufficio. Ora ho un paio di mesi liberi, avendo gi finita la raccolta del materiale per le Pale e Marmolada e posso dedicarmici. Spero in seguito di poter mantenere l'impegno senza per questo trascurare gli altri lavori che mi danno anche un reddito materiale. Perch abbia accettato questo incarico che mi prender molto tempo e non mi dar nulla materialmente, non so bene: un po'  l'interesse per la cosa, pi ancora  l'impressione che  un'altra via aperta che mi potr portare lontano. E dopo l'esperienza dell'anno scorso, che per seguire un vicolo cieco ho rotto i ponti con ogni altra possibilit fino a restare al buio, ora che son riuscito a ricostruirmi ex-novo una vita tutta mia, voglio allargarla e aprirle quanti pi sbocchi  possibile, per avere sempre una via aperta davanti a me. Certo  che dovevo accettare, ne avevo l'impressione precisa e non ho esitato un istante, pur rendendomi conto del peso tutt'altro che indifferente che mi addossavo. E ora in cammino. Anzi ci sono gi. Due giorni dopo avuto l'incarico, avevo gi schedato tutta la biblioteca dei CAI Milano, base da cui potr iniziare il mio lavoro.
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Se la mia si potesse chiamare una carriera, si potrebbe dire molto rapida. Sono partito da Londra che ero allo stesso punto di quando ci sono arrivato 14 mesi prima, cio zero. Qui nessuno mi conosceva, salvo i pochi amici al corrente delle mie ascensioni. Mi  bastato un articolo sul Brenta, per ottenere dal Touring l'incarico della Guida delle Dolomiti. Mi sono bastati un paio di articoli sullo Scarpone, perch da varie parti mi vengano richiesti insistentemente articoli ed ora mi venga affidato un ufficio, come il Centro Viaggi, che pu diventare un organo importantissimo nella vita alpinistica italiana e internazionale. Se per ora le rendite materiali sono ancora minime, ho almeno la soddisfazione di vedere che il mio lavoro  riconosciuto (a Londra non avevo neppur questo) e che la mia attivit approda a qualche cosa di concreto e mi porta a risultati tangibili. Ora un risultato  gi raggiunto: invece di esser io che chiedo di lavorare, sono gli altri che richiedono il mio lavoro: e questo era il punto capitale e il passo pi difficile. Il resto verr senza difficolt.
Solo fra le montagne l'uomo  grande, franco e onesto: in citt anche i migliori individui non sanno difendersi dalle false ideologie borghesi, dall'ipocrisia e dalla corruzione.
Ormai io so che nulla posso pi trovare nella mia famiglia e che sono completamente solo: ma allora sono anche completamente libero. E se non trovo nella mia famiglia alcuna partecipazione n comprensione di me e della mia vita, non ho neppure nessun dovere di render conto di me n di tenerne conto nelle mie decisioni. Diventer pi che mai un personaggio misterioso? .
Pazienza, io non ho segreti, voglio soltanto esser libero, e lo sono gi.
Giornate di serenit e di felicit quelle passate nei rifugi chiusi fra il silenzio delle nevi. Fatiche, difficolt, pericoli, disagi, tutto passava in secondo ordine, tutto era indifferente di fronte alla ritrovata pienezza di vita nella solitudine sconfinata. Nelle Pale con Camillo Battisti, che mi ha rinnovato l'impressione di tre anni fa: anima grande e generosa. In Brenta con Bruno Detassis: la sua onest e rettitudine morale, pare in certi momenti un mito di un eroe antico: certo al giorno d'oggi fa stupore. Con questi due compagni io camminavo fra il candore della neve e la luce abbagliante del sole: e anch'io mi sentivo spogliato di tutta l'ipocrisia della vita, mi sentivo liberato dalle vischiose catene della vita sociale, e dimentico di tutto e di tutti, mi sentivo ravvicinato alla loro purezza.
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A Trento ho trovato in tutti cordialit e stima e una disinteressata sollecitudine ad aiutarmi nel mio lavoro. Anche l'atteggiamento con cui vengo accolto  ora cambiato: non son pi l'arrampicatore o l'atleta, che si pu ammirare ma non suscita simpatia, ma sono lo studioso che trae profitto dalla sua attivit alpinistica per valorizzarla con le facolt intellettuali. Questa  la nuova e pi grande ricchezza che la montagna mi dona, una ricchezza che impedir l'inaridirsi di un'attivit, che sarebbe stata troppo limitata se fosse rimasta solamente fisica. L'essere oggi, dopo pochi mesi di lavoro, di gran lunga pi avanti di tutti coloro che per lunghi anni si erano occupati dello stesso mio studio, e l'avere questo riconoscimento da quelle stesse persone, che ora mettono a mia disposizione i loro risultati incompleti e senza metodo,  gi un'affermazione che mi d fiducia e la certezza della bont del mio lavoro.
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Aprile. Gita in Grigna di apertura di stagione: come avviene quasi sempre in simili circostanze, pioveva: roccia bagnata, viscida e repulsiva. Tanto meglio: anche nel 1931 sono andato due volte in Grigna senza poter arrampicare, anche l'anno scorso in Brenta sono stato una settimana senza afferrare un appiglio. Il contatto con la roccia deve avvenire per gradi, per arrivare alla perfezione di fiducia e di immedesimazione dell'essere.  molto bene la prima giornata, passarla a guardar le crode e a vedere arrampicare: dapprima la sfiducia, il senso della propria debolezza fisica, la lontananza morale dall'eroismo dell'impresa. E il vedere gli altri arrampicare  gi bastante a dar le prime emozioni, a risvegliare il senso e la volont della conquista. Al mattino la roccia bagnata mi respingeva, ma alla sera gi guardavo alla stessa roccia bagnata dal sole, con acuto desiderio di azione. La prossima volta, in una giornata di sole, il mio spirito sar pronto per iniziare la lotta. E la lotta quest'anno sar lunga e in parte anche molto dura, ma deve essere un anno di grandi conquiste.
Eran quasi tre anni che non andavo in Grigna, l'ambiente mi era divenuto pi che mai estraneo. Eppure tutti mi hanno subito circondato, con interesse, con stima e con simpatia. Dappertutto nel mio mondo di crode, io ora mi trovo quasi padrone di casa: ma tanto pi la vita in casa mi diviene estranea e, in certi momenti, intollerabile fino all'esasperazione.
"Chi vuol imporre con la violenza le proprie idee dimostra di non aver fede nelle loro virt" (Tagore). I sistemi politici odierni sembrano aver dimenticato questa massima, al punto che ci si domanda se  ancora vero che il bene debba infine trionfare sul male, o se invece il male non riuscir in un modo o nell'altro a soffocare sempre il bene con la violenza.
Tregnago. La stagione  chiusa e a poche ore di distanza tutto mi par gi lontano nel passato, e in un passato chiuso e concluso, di cui altro non rimane che gran bene e una gran luce.
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Quattro mesi sono trascorsi dall'ultima volta che ho preso in mano questo diario, quattro mesi di ascesa trionfale, che mi hanno portato a un'altezza e a un'intensit di vita, quale non avevo mai conosciuto fino ad ora. Vano  forse tentare oggi di rifare la vita di questi 4 mesi, ora che questo periodo  gi cos lontano, poich altro non pu uscirne che una cronaca senza vita. Ma  pur necessario che questo grande capitolo sia pur brevemente segnato fra queste pagine.
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Le prime arrampicate sono state quasi offerte a Detassis e alla sua ardente brama di azione, lo seguivo per la fiducia che mi dava la sua corda: arrampicavo con perfetta onest, ma forse senza di Bruno avrei rimandato ancora pi a lungo. All'attacco dell'Agner, Vitale mi invita a mettermi in testa alla cordata: non so perch, e ne fui un po' sorpreso, ma non volli rifiutare: salii faticosamente, lento e con difficolt e incertezza: a met ero stanco e dovetti chiedere a Bruno il cambio. Pareva che non aspettasse altro che il mio cenno; si pose in testa con autorit, decisione e un desiderio di affermazione, come l'anno scorso sul Doss di Dalum. Io lo seguii ormai passivamente, trascinandomi a fatica su per quelle interminabili fessure. L'Agner  stato il collaudo che debbo subire ogni anno per poi trovarmi pienamente padrone dei miei mezzi, come la Venezia nel 1931, e il Croz dell'Altissimo nel 1933. Dopo sono sempre stato capocordata.
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Pur non trovando mai sulla croda il limite alle mie possibilit, tuttavia ancora non avevo piena fiducia in me e sempre arrampicavo con la coscienza di aver dietro di me Bruno con una riserva di illimitate possibilit, e a lui lasciavo le maggiori difficolt: cos sulla Torre del Feruc, cos sul Campanile d'Ostio. Ma frattanto imparavo ad osare.
Sulla Cima d'Oltro Bruno era un po' sofferente e mi trovai quasi sorpreso di dover assumermi io tutta la responsabilit dell'ascensione, e allora riconobbi che potevo ormai bastare a me stesso e che quell'appoggiarmi a Bruno era solo vigliaccheria o incertezza ingiustificata e il giorno dopo sulla Pala del Rifugio, ritrovai tutto me stesso e tutto il mio spirito di conquista. Ormai l'ascensione era divenuta tutta mia. Mi libravo solo e libero su per quelle pareti verticali, sfilando i 40 metri di corda che pendeva ondeggiando nel vuoto: vedevo 700 m sotto i miei piedi il tetto del rifugio e salivo con potenza per quello spigolo aereo, solidamente appigliandomi a quella roccia solidissima, tutto lanciato verso l'alto in un inno di luce. .
Ero abbagliato di luce, avevo dimenticato perfino Bruno che mi seguiva a distanza con la sua sobria e modesta abnegazione: oggi ero io solo con tutto il mio regno di crode d'attorno, e oggi mi sentivo dominatore, sentivo che la mia potenza di conquista non aveva pi limiti. E allora mi lanciai senza pi alcun ritegno; la lunga serie di successi mi aveva abituato alla vittoria, la sicurezza e la baldanza che sentivo in me, e l'appoggio morale che mi dava Bruno mi toglievano ogni incertezza: non mi chiedevo se si potr, se riuscir: ogni pi bella architettura, ogni linea pi diritta e pi ardita doveva essere vinta: perch in me non vi era pi n un'ombra n un dubbio.
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Ecco lo spigolo della Wilma: avevo creduto che una fessura permettesse la salita, ma  solo una riga d'acqua. E allora? " bella, andiamo", dice Bruno. E saliamo la parete liscia e verticale: sono stanco a met: un temporale mi ferma: come sullo spigolo della Presolana: ritorniamo poi e passiamo. La discesa non ha pi interesse: scendiamo slegati e saltando, agili sulla croda che  divenuta nostro elemento di vita, come uccelli nell'aria. Sulla parete della Cima Canali, Bruno mi chiede di andare avanti lui:  giusto: lo seguo vivamente, protesto per qualche piccolo errore nella scelta dell'itinerario, eppure sento che la ascensione non  pi mia: io passo quando la lotta  gi vinta. E quando Bruno mi chiede il cambio, procedo con titubanza, quasi sorpreso di trovarmi di fronte la parete in un giorno in cui il mio spirito non era in tensione ma il problema dell'ultimo muro che ci sbarra il cammino gi mi affascina. Attacco lo strapiombo quasi incredulo di poter salire. Ma s, si deve salire, e siamo sopra. Due temporali in parete, due caverne al momento propizio: fortuna? O realmente tutto doveva inchinarsi di fronte alla nostra volont di vittoria?
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Il Campanile di Pradidali, attaccato alle 3 del pomeriggio,  stata una vittoria colta quasi per ischerzo e di sorpresa: tanto pi ricca in quanto donata, tanto pi lieta in quanto baldanzosamente goduta. Bruno prima di partire vuol fare un 6 grado, per sapere cosa vuol dire 6 grado:  il giusto coronamento della nostra superba campagna. Usciamo dal rifugio nella notte fredda, nell'urlo del vento violento: intensit di vita. Andiamo all'attacco della via Solleder del Sass Maor: il lungo attacco indiretto, ove pascolano le capre, non ci piace: la stessa parete da vicino, perde il suo aspetto terribile. Ridiscendiamo: anche qui vogliamo far meglio, affermarci con una via nostra che sia pi bella e pi ardita di quella dei grandi tedeschi che ci hanno preceduto. Cerchiamo a lungo un attacco per lo spigolo sud, ma alfine dobbiamo scegliere l'unica breccia: una fessura strapiombante estremamente difficile. Lo spigolo comincia con un lastrone verticale, che mi proponevo di evitare: ma non si pu: provo il lastrone solo per non dichiararmi vinto senza aver provato: roccia liscia meravigliosa di solidit: salgo metro per metro, alla ricerca del passaggio che trovo con un senso di intuito acutissimo: ad ogni passo non vedo il successivo: a tastoni trovo l'appiglio che mi permette di avanzare. .
I chiodi non entrano nella roccia compatta, ma la mano trova la scabrosit che permette di avanzare. Non si pu forzare il passaggio, ma si pu vincere. Cos, passo per passo, per 50 metri nella gioia dell'esposizione assoluta, dell'appiglio solidissimo. Sentivo dietro di me Bruno vibrare della stessa mia tensione, volere con la stessa mia tenacia. Il lastrone gi si piega domato, la via si apre libera e sicura, ancora lunghissima fino alla vetta. E allora in un urlo di gioia e di vittoria,  tutta una corsa pazza, senza un arresto, senza un'esitazione, senza quasi mettere un chiodo, senza sentire stanchezza, nell'ebbrezza della conquista e della verticalit. Ci arrestiamo in vetta alle 14,30: 9 ore esatte per una salita di 1100 m di 6 grado.
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Cos si vince, non tanto il 6 grado, quanto se stessi. Avevo sempre dichiarato che il 6 grado non era per me: ritenevo che solo una grandissima ambizione potesse far superare il rischio e lo sforzo estremo, neppure compensato dal godimento spirituale e fisico della conquista, nell'esasperazione dello sforzo. Invece no: una lunga preparazione fisica, e soprattutto morale, e una perfetta solidariet della cordata, mi hanno permesso di arrivare anche al limite estremo, senza arrivare al mio stile di assoluta sicurezza, senza compromettere il godimento della conquista nell'atto stesso dell'ascendere, non solo come soddisfazione posteriore. Cos anche il 6 grado  legittimo alpinisticamente, poich si  svolto come rapporto diretto ed esclusivo fra me e la croda: anzi, mi  divenuto il rapporto di estrema tensione e quindi di estrema purezza, e anche di estrema onest, poich non uno dei chiodi messi per assicurazione ha servito a facilitarmi il passaggio. E la liberazione dello spirito dalle leggi fisiche che gravano sul corpo, liberazione verso il pi puro ideale, in quanto nessuna meta concreta n alcun guadagno vi  riunito. Questa  stata probabilmente la giornata pi luminosa della mia vita, e la mia vittoria pi grande e pi pura. Altre imprese, anche pi difficili, non sono state cos puramente e pienamente vissute; forse perch ad esse mancava Bruno.
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Partito Bruno per il Brenta, mi trovai quasi solo e sperduto: arrampicavo altrettanto bene, ma non sapevo osare; avevo il senso preciso che mi mancasse qualche cosa: con Saglio mi sentivo di nuovo la guida con tutte le sue responsabilit, e il dovere e la necessit di pensare ai suoi clienti: dovevo pensare pi ai compagni che alla croda: il rapporto era cambiato, non pi amore, ma dovere.
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 stato solo nella grande anima luminosa di Camillo Battisti, che ho potuto ritrovare la rispondenza morale necessaria alla solidariet e all'unit della cordata. Ed ecco che quella strada che con Saglio sentivo chiusa, mi si riapre luminosa. Gli strapiombi delle Ziroccole, hanno tutti la loro chiave, nascosta e imprevedibile: e di nuovo salgo libero, con tutta la corda per quello spigolo verticale, nel fulgore di un sole radioso, senza piantare un chiodo.
Attacchiamo il Focobon, in una giornata burrascosa e dopo lunghe incertezze. Attacco quindi di malavoglia e senza convinzione: il maltempo pu sempre offrire una buona scusa per il ritorno. .
La roccia marcia mi esaspera: mi sento quasi legato e incapace di movimenti. Mi porto sullo spigolo: una placca liscia la provo senza convinzione, ma tosto mi avvince: sono tutto preso dalla mia lotta, e questa prima vittoria non deve essere invano: sono gi proteso con tutta la mia tensione di volont verso l'alto: comincia a grandinare: acceleriamo l'andatura lungo il grande spigolone. L'arrampicata veloce mi inebria, ma sento nei muscoli lo sforzo di quella prima placca e so di non aver dietro a me Detassis con la sua riserva di energie: sento che la salita  tutta appoggiata su di me, ma gi credo di poterne uscire senza altre serie difficolt. Il temporale cessa, ma l'ultima barriera mi si para davanti insormontabile. Gi Camillo accenna alla possibilit del ritorno prima che il tempo peggiori di nuovo. No, voglio arrivare fin l, perch non voglio retrocedere senza aver dato col capo contro l'impossibile. Anche la gran placca del Sass Maor  stata vinta, ma questa  ben peggio. Pi mi avvicino, e pi mi pare disperata. Alla base della barriera in una nicchia ci ripariamo da una nuova sventata di grandine. Voglio provare ugualmente; la stanchezza della prima placca  dimenticata: il problema che mi sovrasta mi avvince in modo esclusivo. Salgo 15 metri con decisione quasi disperata, avendo davanti a me sempre la barriera ermeticamente chiusa, ma qui ecco la breccia: un diedro nascosto, giallo, di 35 metri forse permette il passaggio. Di dove  nato questo diedro insospettabile e invisibile?  forse anche questo una creazione della mia volont, che deve passare? Mi butto sopra lo strapiombo finale, stremato di forze: ho avuto l'impressione di aver raggiunto il limite delle mie possibilit e forse delle possibilit umane. La tempesta infuria: i pinnacoli della cresta crocchiano come squassati dall'elettricit, che sento formicolare anche fra i capelli e i baffi: sembra che mille scariche debbano colpirci da un momento all'altro e che tutti i pinnacoli siano altrettanti parafulmini. Tensione, tensione: fino a quando i miei nervi resisteranno a questo regime di tensione continuo a cui sono sottoposti da oltre due mesi?
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La Torcia di Valgrande  stata pi che altro un puntiglio ambizioso a cui ho sacrificato una giornata di pioggia: ma questo non sarebbe stato sufficiente a portarmi in vetta. Sul grande strapiombo, sulla roccia estremamente compatta che non ammetteva la disonest dei chiodi, nell'assoluta esposizione, ancora una volta ho sentito rinascere tutta la mia volont di vittoria; e ancora una volta ho vinto: ed ho vinto io solo: ero tutto solo a costruire l'ometto sulla vetta per la prima volta conquistata. E questa volont di vittoria ha potuto cancellare l'ombra del puntiglio ambizioso iniziale ed  solo in virt di questa volont di vittoria e della gioia purissima di conquista che anche la Torcia di Valgrande pu essere ascritta nel novero delle mie ascensioni.
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E poi la Torcia ha avuto anche un altro significato, mi ha dato la coscienza di aver raggiunto il limite estremo delle possibilit umane, la certezza di poter sempre passare dove un altro  passato. Questa coscienza  anch'essa una conquista e mi permette di affrontare ogni salita con perfetta fiducia nelle mie forze. Ma  anche un sentimento estraneo al pi puro alpinismo, in quanto  un riferimento a terzi, che porta inevitabilmente a un senso di rivalit, e sar solo col ritorno alla solitudine del Mis e col ritorno di Bruno sul Piz Long che riuscir a liberarmi dalla falsit di questo atteggiamento.
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Nella settimana passata con Vitale risentivo della troppo prolungata e continua tensione nervosa, ero insofferente, e la minima cosa mi infastidiva. Non riuscivo a sopportare l'atteggiamento di Vitale che discuteva ogni mia decisione, metteva in dubbio ogni possibilit e ad ogni cordata (tiro di corda), perdeva tempo per andare a guardare a destra e a sinistra non fidandosi della mia scelta dell'itinerario, oppure criticava senza rendersi conto delle ragioni della mia scelta, ed esigeva un continuo uso di chiodi, che secondo lui non erano mai abbastanza sicuri. Tutto ci mi innervosiva, mi toglieva il godimento dell'arrampicata: arrampicavo male, poco sicuro, costretto a piantar molti chiodi sorretto dalla mia capacit tecnica, ma non pi dalla mia volont.  cos che passavo a fatica dove la strada era gi aperta, ma dove era chiusa non sapevo passare. Il ritorno sulla parete nord della Madonna forse era logico perch la via era assurda, ma con Bruno sarei salito fino in vetta e ne sarei stato contento.
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Sul Cimone ho trovato la chiave per superarla, perch non ho saputo volerla: sono andato l per pura ostinazione, trascinandomi dietro Vitale che affermava l'inutilit del tentativo, e, cozzato contro l'ostacolo insormontabile, son ridisceso. Non dico che con Bruno avrei superato l'ostacolo, ma certo avrei trovato un altro passaggio: con Vitale non ho insistito, non ho saputo volere.
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Anche la Pala e la Immink non mi hanno dato alcuna gioia e poca le Comelle. Le due con Vitale sono state le uniche due sconfitte sulle 30 nuove ascensioni di quest'anno: da esse  anche nata una serie di pettegolezzi di tanto pi fastidiosi in quanto mi hanno obbligato a scendere in quella lurida atmosfera di beghe e di basse invidie e rivalit, in cui diguazzano gli alpinisti di oggi. Unica nube in tanta luce di quest'anno.
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Mi spiace non sentir pi in Vitale l'affiatamento degli anni scorsi. Quel suo atteggiamento di critica e di diffidenza non pu essere ammesso nella mia cordata. La lunga esperienza di roccia dolomitica mi ha dato un intuito troppo sicuro e troppo costantemente vittorioso perch, quando sono capocordata, io possa ammettere intromissioni, che si dimostrano poi sempre errate. Partecipazione s, intromissione no. So esser capocordata e assumermi intera la responsabilit della via da scegliere e del modo di salire, e per la riuscita dell'ascensione debbo imporre la mia autorit. Due capicordata non potranno mai riuscire ad alcuna realizzazione. Anche con Bruno andiamo un po' per uno o uno per volta: ma  sempre uno solo che arrampica e che guida: l'altro deve abdicare in favore del compagno finch non venga di nuovo il suo turno. Come l'ha presa Vitale? Non so, ma ho il senso di averlo trattato molto duramente, tanto pi che i miei nervi risentivano del lungo sforzo.
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Un riposo mi era necessario. Sono andato a Falcade da Carla, ma il ritorno in famiglia dopo mesi di solitudine fra le crode, la piccola vita borghese dopo mesi di vita eroica, mi era veramente insopportabile. Sono andato a girare da solo fra monti e valli, a cercare pace fra la solitudine selvaggia del Mis.
Poi la parentesi della gita a Trieste, il mare di Abbazia, la passeggiata a Miramare con l'Elda. Una serie di impressioni vive e dolcissime, a cui mi abbandonavo lungamente con un senso di distensione e di riposo.
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Al ritorno di Bruno mi son sentito rigenerato, non so se era la sua presenza che mi dava tanta sicurezza o se era il ritrovato equilibrio dei miei nervi. Siamo andati all'attacco del Piz Long con una corsa indiavolata: "non so qual diavolo ci correva dietro", avrebbe detto Celso. Quanto cammino sentivo di aver percorso da quella volta che eravamo andati all'attacco in giugno! Raramente ho goduto tanto un'arrampicata: roccia bellissima, esposizione, via logica, segnata dalla Natura, sempre l'interesse teso, senza mai un punto di estremo impegno. E filavamo una cordata via l'altra, su per quella ruga dritta e verticale, che fende profondamente le impressionanti lastronate della parete, come un inno di luce che si svolge ininterrotto, come un canto d'amore e di vita. Qui non era tanto lo spirito eroico che trionfava, era un sentimento d'amore della pi alta e pi vasta umanit. Anche l'impressionante uscita dal tetto finale, si  risolta in un passaggio di estrema eleganza. Realmente non mi ero mai sentito cos bene e cos sicuro sulla croda. Ogni ascensione, anche se non pi difficile della precedente, era un continuo progresso nella capacit tecnica, un continuo raffinamento dello stile. Fin dove arriver?
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Il giorno dopo siamo gi ad arrancare affannosamente fra i dirupi e le boscaglie della Val Falcina. Anche sulla parete del Pizzocco saliamo diritti, senza concessioni. Mi accorgo della difficolt non mentre la supero, ma dall'impegno di Bruno, o di Zoia. Anche qui per 700 m una cordata via l'altra, non vorrei fermarmi mai. L'ultimo camino si svasa in parete e muore sotto un tetto: pianto un chiodo di cui non posso fidarmi e proseguo: sulla placca liscia tento di piantarne un altro e non riesco: proseguo libero fino al termine: sono in cima: la corda di 30 m  tutta sfilata lungo quella placca estremamente difficile: mi aggancio a un chiodo per far venire Bruno; solo allora sento i miei nervi che si distendono e mi accorgo che un leggero tremito mi scuote tutto il corpo per l'eccesso di tensione durato su quella placca. Bruno mi dice che son matto a salire di l per 30 m con un solo chiodo e con una sola corda sottile: ma io son felice. Fin dove arriver?
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Il maltempo mi ha fermato all'attacco della parete del Serauta. Poi Bruno  partito e Zoia non mi dava affidamento: tempo incerto e freddo. A poco a poco ho capito che la stagione doveva considerarsi chiusa: infatti anche Bruno non  potuto ritornare, come mi aveva promesso. Mi ricresceva chiudere cos, rinunciando ai molti bellissimi progetti, rinunciando ad approfittare di questo straordinario stato di grazia per aggiungere nuove grandi vittorie alla mia raccolta gi cos ricca: avrei voluto chiudere con un'altra grande affermazione e gi pensavo a scegliermi un altro compagno. Ma non ho voluto forzare la sorte, se cos doveva essere. Mi son sempre lasciato guidare dall'evento e son sempre stato fortunatissimo e ho sempre riconosciuto poi che se avessi tentato di oppormi me ne sarei pentito. Ormai so che se il maltempo o un'altra ragione mi impedisce di fare una salita,  inutile insistere: quella salita non  per me o almeno non  per quel momento: cos  stato anche per il Pizzocco e il Piz Long;  stato un gran bene non averle attaccate in giugno, ma aver rimandato la realizzazione in settembre. Anche questa volta non ho voluto oppormi al cattivo tempo che mi diceva fine. Perch fine? Forse avevo raggiunto il limite: anche il filo pi forte ha il suo limite di tensione, poi si spezza. .
Forse l'uomo nella sua febbre di ascesa non sa riconoscere il suo limite estremo. Cos fu il Celso. Il leggero tremore dopo l'ultima placca del Pizzocco, doveva dirmi che i miei mezzi fisici non avrebbero potuto reggere pi oltre alla mia inestinguibile sete di ascesa. Fine dunque; e un altr'anno sar tutto cammino da rifare passo per passo.
Un altr'anno? S, nelle ultime bellissime giornate in cui giravo solo per le montagne deserte, gi pensavo a un altr'anno. Traversavo da Anghraz a Canali e ho rivisto quasi tutte le pi belle salite di quest'anno: riconoscevo passo per passo tutte le emozioni vissute, guardavo tutte queste mie crode con un senso di possesso e di amore, ma le sentivo ormai confinate in un ricordo vivissimo e luminoso, ma gi lontano, in un passato ormai chiuso. Quella gita  stata una specie di rassegna e di addio: alla forcella Cimonega, mi son voltato per l'ultima volta a contemplare il Sass Maor, che si ergeva col suo slancio superbo nel cielo terso, dorato dalla morbida luce autunnale e non sapevo decidermi a lasciarlo: poi ho voltato le spalle e son sceso verso il piano.
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Alla campagna alpinistica, quest'anno si  aggiunta un'altra ricchezza: lo studio delle montagne. Questa se mi obbligava a un'attenzione continuamente tesa anche nelle giornate di riposo, anche a sera tardi quando facevo le mie note, e se  stata non ultima causa della crisi nervosa dell'agosto, mi ha per dato il senso che la mia attivit alpinistica non fosse solo un egoismo, ma portasse anche a un risultato pratico e utile, che la giustifichi anche di fronte a tutti i terzi, mi ha dato il senso che la mia attivit alpinistica non  energia sprecata per un godimento personale ma  divenuta realmente l'attivit prima della mia vita capace di portarmi anche a risultati concreti.
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Ho anche sentito la necessit di dedicare la mia capacit di vita esclusivamente alla montagna. In un momento in cui ho sentito una donna molto vicina, l'ho respinta temendo mi divenisse troppo vicina.  questo egoismo o rifiuto di umanit? Non so: certo che per ora  necessario sia cos, necessario mantenere intera fede a me stesso e alla mia vita, se voglio che questa divenga tanto solida e tanto ricca da poter essere donata senza essere infranta.
Ottobre. La nostalgia del ritorno al piano  stata accentuata dal ritorno in famiglia. Giornate vuote, prive del bench minimo interesse, vita piccola borghese fatta di piccole preoccupazioni domestiche e dominata dai capricci dei bambini. Pensavo alla mia guida, desiderando di mettermi a scriverla, pensavo a Milano, all'inverno, alla campagna dell'estate ventura: ma tutto mi era cos lontano! Di attuale non c'era che il vuoto e il disagio di questo convegno annuale del 6 ottobre, che sta diventando anch'esso insopportabilmente convenzionale, come il Natale e Capodanno. Ora la casa comincia a sfollarsi e comincio ad assuefarmi a questa vita di tranquillit e di riposo, che forse mi fa bene, prima di buttarmi decisamente sul lavoro di quest'inverno.
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Ottobre, Milano. Gli amici mi hanno accolto raccontandomi tutti i pettegolezzi e le polemiche del mondo alpinistico. Possibile che in citt debba proprio essere tutto fango.
22 ottobre. Ieri all'inaugurazione del Rif. Gilberti ci siamo trovati in un numeroso gruppo di amici di lui, saliti lass per lui. E nel suo rifugio eravamo ancora una volta tutti riuniti intorno a lui. La cerimonia non ha avuto niente di ufficiale n di convenzionale:  stata una riunione di amici sinceri raccolti lass per l'affetto che portavano a lui. Eppure con Celso io ho fatto una sola campagna alpinistica e l'ho visto neppure tanto sovente qui a Milano. Eppure ancora oggi, a pi di tre anni di distanza dai nostri ultimi incontri, sento che poche cose nella mia vita hanno lasciato una traccia cos profonda come la sua amicizia e nessuna ha lasciato una traccia cos luminosa e serena.
E stato qui Detassis, ma la sua visita non mi ha fatto nessun piacere. Milano non  il luogo dove si possa essergli vicini e questa casa non  il posto dove si possa ospitarlo con semplicit e cordialit. Il vero Bruno lo si riconosce intero solo a contatto con la severit della vita di crode.
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19 novembre. Quello che sento maggiormente  la stanchezza e la noia dell'ambiente cittadino. Pettegolezzi, frivolit, gelosie, rancori, politica e ragioni di partito, gente che si vende senza pi alcun pudore  tutto un insieme che nausea e fa schifo. Ora ho anche la seccatura della medaglia che mi tocca accettare per non offendere chi me l'ha assegnata, credendo di farmi piacere e mi toccher andare alla cerimonia in mio onore e pigliar le congratulazioni per le mie ascensioni. Cosa c'entrano tutti loro? Le mie ascensioni le ho fatte per me, e per me solo, e sono e resteranno soltanto mie e non potranno mai essere infangate da tutto l'oro del mondo. Quest'anno volevo donarle a Bruno, perch restassero ancora pi gelosamente mie: ci non  stato possibile. Ma l'anno venturo, nessuno sapr neppure in che mondo io mi trovi e custodir il mio segreto cos gelosamente che le mie salite non potranno in nessun modo venir oltraggiate da congratulazioni di terzi estranei o da medaglie d'oro.
Intanto accelero il mio lavoro, per poter presto fuggire da questo tavolo a cui ora son legato e tornare fra il candore, la purezza e la solitudine dei miei monti.
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16 dicembre. Domenica scorsa sono andato a sciare a Cogne. Il grigiore milanese e il lavoro intenso cominciavano a darmi un po' di pesantezza: fra le nevi invece ho ritrovato tutta la freschezza, la vivacit e la forza giovanile della mia vita, che mi ha dato una settimana di viva luce. Luce che si rifletteva ieri nel Concerto Italiano di Bach, che suonavo con uno slancio indiavolato e che godevo intensamente battuta per battuta, con un'aderenza, come se fosse stata anche quella una creazione mia. E ora tutto mi va cos bene. Il mio cammino  cos lungo, cos rapido e cos luminoso, che mi pare non possa aver pi fine.
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1935.
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5 maggio. Ancora tre mesi di abbandono di questo diario: non c' una ragione vera di questo abbandono, se non nel fatto che la mia vita e la mia attivit sono stati tanto uniformi, che non meritavano una cronaca particolareggiata e tutto il periodo pu benissimo esser riassunto in un unico capitolo.
Periodo intenso di lavoro, qualche volta quasi affannoso, sfruttando ogni 10 minuti liberi per portare a termine, alla scadenza prefissami, i miei lavori di guida e per adempiere ai numerosi incarichi che non ho saputo rifiutare: accademico, comitato scientifico, centro viaggi, mostra dello sport, rivista del CAI ecc. ecc. Tutto questo assorbiva cos interamente la mia attivit, che non mi rimaneva nessuna disponibilit per me stesso, e anzi, io stesso non son pi qualche cosa di distinto e di superiore alla mia attivit, ma mi son quasi immedesimato in quella, dando a quella tutto me stesso, poich quella  ora la mia vita. Se ci mi conduce a una unilateralit e quindi a un impoverimento, d'altra parte ci mi permette di tradurre in creazione e in attivit tutto me stesso e le mie energie e di raggiungere la perfetta unit e la sintesi fra me stesso e la mia vita. E questa mi pare un'altra meta altissima raggiunta, poich solo con questa sintesi perfetta, l'uomo pu raggiungere il completo equilibrio e la stabilit.
Le frequenti gite domenicali con gli sci, erano una sana rigenerazione dal lavoro settimanale e un'aderenza a quel sano bisogno di esplicamento di energia, che mi ha sempre animato tutto l'inverno. L'aderenza alla natura era sempre viva e pronta, ogni gita mi dava una vera gioia di vita. Mai per ho potuto sentire quello spirito di avventura e quel senso di conquista che animano le mie ascensioni estive: anche perch le gite invernali non sono mai del tutto mie. Con tutto il benessere che mi davano esse non sono mai state nulla pi che fatti di ordinaria amministrazione, anche se le mete si chiamavano Monte Rosa o Barre des Ecrins. Solo la fugace corsa per la Riviera in fiore e attraverso il turbinoso movimento e sfarzo di Nizza, la crestina del Corborant che ho salito cos baldanzosamente tutto solo, e l'esplorazione delle Grotte di Velo, ieri, mi hanno dato un vero senso di avventura e un rinnovato desiderio di azione, che sono buon preludio alla prossima stagione alpinistica.
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Settembre, Milano. Le tappe dell'ascesa, l'inno della vittoria non hanno potuto esser segnate su questo diario, che ancora una volta  costretto ad aggiornarsi guardando indietro, invece di seguirmi passo per passo. Cio mi ha sempre seguito nel mio sacco, e troppo spesso avrei voluto riprenderlo, ma  sempre rimasto muto, ch troppo intensamente impegnativa  stata nella scorsa estate la mia attivit, perch io potessi rubarmi anche una delle poche ore di sonno. Non voglio ancora ora chiudere il bilancio della stagione, ch non voglio ancora rassegnarmi a dichiararla finita, quantunque il freddo e la neve ora mi precludono la realizzazione del mio sogno pi bello; ma ora ho pi calma, nella mia affannosa corsa col tempo. La Guida delle Pale  finalmente terminata e pubblicata; l'Accademico  a posto, il mio lavoro procede ora con ritmo regolare, senza essere affardellato come nei mesi scorsi dalla faticosa ed esasperante correzione di bozze e dai pesanti viaggi a Milano. Ora sono sereno e calmo come queste trasparenti e luminose giornate autunnali, ora sono nel pieno delle mie forze fisiche e morali, e per nulla stanco della lunga stagione, ancora smanioso di azione e di crode.
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La campagna alpinistica si  iniziata senza gioia di vita, come un dovere d'ufficio per il completamento della guida. Avevo bisogno di libert e di aria pura, ma mi bastava di essere fra i monti: non avevo voglia di eroismo, salivo le crode senza passione, tenendomi timorosamente abbrancato agli appigli, quasi come svolgendo un compito ingrato e necessario: non avevo fiducia nelle mie forze, n volont d'azione: salivo le crode, ma non le dominavo, non le facevo mie. La vetta era solo una meta, non una vittoria. Con Vitale prima, con Bruno poi: salite di ordinaria amministrazione: ho mandato Bruno a fare la salita pi bella, nei giorni in cui dovevo tornare a Milano, rinunciandovi vigliaccamente. Ero ancora il compilatore di guide in giro per lavoro, non l'alpinista.
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Sulla Torre del Pisciad ho cominciato a ritrovarmi: librandomi sulla parete gialla e aerea, aggrappato agli appigli solidissimi, ho ritrovato la gioia della conquista e la volont di osare. Nell'ultima parete mi son gettato quasi sfacciatamente e temerariamente per saggiare me stesso: i muscoli ancor rispondevano debolmente, ma la volont d'azione gi sapeva dominarli e dominare la difficolt. La cresta del Vernel  stata una veloce galoppata baldanzosa: la baldanza rinasceva, col rinascere della fiducia in me stesso; e con essa rinasceva la gioia della vita e della conquista eroica.
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Il non essere stato capocordata sul Badile, mi ha fatto sentire quella salita come non mia, quindi con indifferenza e senza interesse n gioia.  stata solo una prova per vedere come mi trovavo sul granito e soprattutto per acquistare l'occhio al granito. E la prova ha dato buoni frutti: sullo spigolo di Sciora ci siamo gettati allo sbaraglio nell'avventura: una galoppata veloce, un'affermazione luminosa e superba, un'arrampicata magnifica. Un colpo di mano pi che una conquista, fugace come un sogno, luminoso come una meteora: ma di quei colpi di mano che si realizzano solo con la decisione della cordata con Vitale, tutta un solo impeto di avventura.
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Gi prima della Sciora, le stupende rocce del Vallon, mi avevano rianimato, mi avevan dato la gioia dell'arrampicata elegante ed esposta, su roccia verticale e sicura. La rinuncia alla Marmolada e il ritorno sul Serauta, mi hanno un po' smontato: non mi sentivo abbastanza a punto per tentare una parete di cui non vedevo l'uscita, qual  la Marmolada, e sarebbe stato assurdo proseguire su quelle rocce orribili del Serauta. Ma io non sono abituato a rinunciare ai miei progetti, sono cos viziato a vincer sempre, ad annientare l'ostacolo soltanto per il deciso volerlo annientare, che un ritorno gi mi fa chiedere se sono ancora io, se non ho perduto la mia forza di volere. Era necessaria la luminosa giornata sullo Spiz della Lastia per rianimarmi: qui per la prima volta quest'anno ho ritrovato tutte le mie forze, la mia possanza fisica e tutta la gioia dell'audacia. Non pi chiodi di assicurazione, non pi cacciarmi timoroso nelle fessure, ma tutto fuori arrampicavo, libero sulle enormi lastronate lisce, tutto proteso alla Dlfer, tra le due facce del grande diedro: e su sempre in alto per tutta la lunghezza di corda, e poi un'altra ancora, tutto preso nell'ebbrezza della danza vertiginosa: e poi riguardavo indietro e mi chiedevo come mai ero passato su quelle lastre lisce.
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Ritrovata la fiducia piena nelle mie forze e la consapevolezza di poter rendere il massimo delle possibilit umane, l'osare diventava non pi un gioco avventuroso contro il rischio, ma una necessit di affermazione. La cresta della Noire ne  stata la conseguenza immediata: appena iniziata la conoscenza del granito, ho voluto subito affermarmi sulla pi difficile e completa arrampicata di granito delle Alpi, e l'ho vinta come capocordata, con perfetta continuit di rendimento. Questa non  stata un'avventura allo sbaraglio come lo spigolo di Sciora, ma una decisa volont di affermazione per capacitarmi di poter rendere anche su granito fino al massimo delle possibilit umane.
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La prossima tappa, il logico completamento della stagione, non poteva essere che la parete sudovest della Marmolada, la parete lungamente sognata, ora divenuta un'idea fissa come un chiodo nella mia mente. Il tempo incerto e la mancanza di compagni adatti, mi facevano sempre rimandare il tentativo. Salite bellissime, che in altri momenti mi avrebbero dato grande gioia, rientravano nell'ordine consueto delle cose, nello svolgimento regolare di un programma e servivano solo ad ingannare l'attesa.
Frattanto portavo avanti ricognizioni e interrogatori per la mia guida e sempre pi vivo sento l'interesse per questo studio, che ora approfondisco assai di pi di quanto sia necessario per una guida. Indagini toponomastiche, studio dei dialetti ladini, storie di guerra, leggende, usi e costumi locali, ogni ramo mi prende cos vivamente, che vorrei sempre completare le indagini e giungere a conoscere fino in fondo queste vallate tanto ricche di poesia e di colore. Cos anche l'alpinismo esce dall'aridit dell'esercizio fisico e della relazione tecnica, per divenirmi fonte di grande interesse culturale.
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I frequenti ritorni a Milano mi ripiombavano nell'atmosfera nauseante di polemiche, di attriti personali, di ipocrisie, ecc.: tuttavia il Congresso del CAAI  riuscito bene e conclusivo, ma l'ascensione non era pi mia, ma un'arrampicata che donavo agli altri e per me priva di interesse. Mi stupiva tuttavia la facilit con cui riconoscevo ogni singolo passo nell'ascensione (Spigolo di Sciora) gi effettuata un mese prima: sono cos poco abituato a ripetere una salita gi fatta, che proprio sono rimasto sorpreso constatando quanto divenga pi facile una salita ripetendola.
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Finalmente alla Marmolada: tutt'estate fremevo all'idea che i numerosi concorrenti avessero potuto riuscire all'impresa prima che la tentassi anch'io: era una salita che "non vedevo" e quindi sapevo di non riuscire, perch vi sarei andato alla cieca: di pi credevo fermamente all'impossibilit di salire coi mezzi tecnici attuali: eppure un tentativo lo volevo fare, per non avere il rimorso di non aver provato e l'idea mi era rimasta fissa e ossessionante per pi di un mese, quasi come un incubo. Quel mattino mi sentivo in piena forma, forse come non mai prima d'ora: calmo, deciso, sicuro: alla pienezza dei miei mezzi fisici rispondeva un'animazione baldanzosa e una decisa volont di riuscire. La parete pareva gi si piegasse sotto il mio impeto vittorioso: salivo lento e deciso, con continuit, senza piantar un chiodo. Dopo tre ore, vinta una fessurina liscia e strapiombante, eravamo gi alti, e gi baldanzosamente cominciavo a credere alla possibilit di vittoria. Ma non vedevo nulla sopra di me. Salgo ancora un diedro strapiombante di grande difficolt e mi trovo sopra una breve fascia di placche lisce. Disperatamente lottiamo, ma invano: bastano pochi metri di questa roccia compatta, per ricacciare inesorabilmente. Giriamo nel canale a destra; le difficolt estreme subito riaccendono la volont di lotta. Gi dispero di riuscire: invito Bruno a provar lui, ma  stanco e conclude poco: ritorno io e con lungo ed estenuante lavoro, passo: Bruno  esausto e mezzo soffocato dalle corde tese. Ma procedo ancora finch non vedo chiaramente la possibilit. In una fessurina fortemente strapiombante pianto numerosi chiodi, ma sono troppo stanco per superare di forza lo strapiombo finale. Ridiscendo:  quasi buio: ci ricoveriamo in una profonda nicchia. La grande muraglia giallastra, poco prima rovente di sole e inebriante di luce riflessa, ora  spenta: sorge la luna coi suoi bagliori fantastici. Notte gelida: l'alba radiosa imporpora i monti d'Ombretta: attendiamo fino alle 10 il sole. Poi la lotta riprende con energia e passione rinnovata. Sopra la fessurina una nuova placca ci arresta e anche qui riesce vano ogni sforzo. Bisogna ridiscendere e provare altrove: ma ci vuol dire un secondo bivacco senza speranza alcuna di poter andare oltre la II terrazza. Ha ragione Bruno: meglio ridiscendere e attendere un altr'anno con giornate pi lunghe e meno fredde.
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Ma la rinuncia non  stata umiliante: c'era in me tutta la gioia di una lotta dura, sostenuta con energia e volont estrema: non son ritornato battuto dall'impossibile, ma con la chiara visione della via da seguire: sono ritornato per riprender lena e ricominciare la lotta.  solo una pausa: la parete ora  ben mia, e un giorno o l'altro mi dovr pur cedere: e sar la pi mia e la pi bella di tutte le mie vittorie, perch la pi faticata e la pi desiderata, perch  l'unica parete che abbia saputo resistere al mio impeto di vittoria. Per Siegfried  necessaria Brunilde, la conquista pi difficile. E quando al tramonto, scendo al Contrin, volgo ancora uno sguardo alla muraglia di nuovo rovente di sole, si rinnova in me la promessa del ritorno e la volont di vittoria.
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Due giorni dopo, con le membra indolenzite dallo sforzo, ero all'attacco dello Spigolo S. Quella muraglia doveva cedermi in qualche modo, e ho voluto cominciare a cogliere l'affermazione dove era sicura. Ma appunto perch era sicura, mancava del suo principale elemento di interesse: l'avventura. La gioia dell'arrampicata meravigliosa era in parte offuscata dai chiodi che trovavo infissi nella roccia: 5 cordate eran passate prima di me: quella parete non era pi mia. La salita diventava un'affermazione di fronte ai terzi, non cosa mia, una prova che salivo a completo mio agio, dove gli altri avevano dichiarato difficolt estreme. Ben altre difficolt avevo superato due giorni prima sulla parete sud ovest (della Marmolada)! Una bella ascensione, un'affermazione, un'esperienza interessante, e nulla pi.
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Finito? Lo pensavo durante il bivacco, tanto mi sentivo sazio di 4 giorni di difficolt estreme sulle pareti della Marmolada. Ma basta un giorno di riposo e di sole e la mia volont di lotta si riaccende integra. Nuova, noiosa pausa milanese: ma domani torno su, e spero in un nuovo capitolo. Sono smanioso di crode, come se quest'anno non avessi ancor fatto nulla: ma sono anche in un periodo di straordinaria efficienza fisica e morale, e ho bisogno di un'affermazione degna di me.
Tutte queste frasi e queste attestazioni di forza e di volont dominante che si ripetono come leit-motiv nelle pagine del diario, hanno molto l'aria di luoghi comuni e di belle frasi atte a persuadere me stesso di possedere una forza che in realt non posseggo. Questa che sto dicendo,  una malignit cattiva, lo so, ma  suffragata dal fatto che le belle frasi le scrivo proprio nei periodi di maggior debolezza, che predico che bisogna vincere se stessi proprio quando meno ne son capace, e tanto pi rombanti e retoriche sono le espressioni quanto pi io son debole di forza morale. E pu darsi che realmente io sia portato a scriverle per un bisogno istintivo di darmi forza, non per ipocrisia, ma per aiutarmi nei momenti di debolezza!
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7 ottobre. S, la stagione  veramente finita con la direttissima della Marmolada, poich il Piz di Ciavezes non  stato per niente mio: mi son semplicemente prestato ad accompagnare Micheluzzi in una salita cui lui teneva molto, ma io niente, e l'ho seguito non passivamente, ma senza metterci nulla di mio, quasi come un compito che mi era del tutto indifferente. Un sesto grado sprecato. E poi con Micheluzzi non potrei mai trovare quell'affiatamento della cordata, che  condizione essenziale per godere e vivere un'ascensione.
Arrivavo a Canazei mal disposto dopo una settimana di Milano; il sapere che Steger era sotto la Marmolada per tentare la parete sudovest ha riacceso immediatamente tutta la mia volont di lotta. Invano ho cercato affannosamente un compagno qualsiasi pur di poter accorrere e attaccare prima di Steger: mi spiaceva giocare una gara in montagna e per di pi con uno che vorrei sempre aver amico: ma quella parete  ora troppo mia, troppo profondamente vissuta  stata l'esperienza del primo tentativo, perch'io potessi consentire a rinunciarvi e a lasciarmi precedere da altri. Ore di ansia e di orgasmo, finch il maltempo mi ha rimesso tranquillo.
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Sono andato a cercare Vinatzer per tentare con lui la parete. Dopo l'esperienza negativa con Micheluzzi, gi ero entusiasta di ritrovare quel giovane di passione cos sana, quel giovane che conoscevo appena, ma che fin dal primo momento mi aveva tanto interessato e di potermi unire a lui, di conoscere pi intimamente quell'anima limpida, che forse mi potr essere molto vicino ed amico. Ed ero lieto di potergli offrire la mia impresa pi bella, di poter consacrare la nostra amicizia proprio su quella parete. A casa sua mi dicono che  partito richiamato, forse per l'Abissinia. Per la prima volta ho sentito quest'assurda avventura toccarmi nel vivo. Ho avuto ore di scoramento, quali dopo Londra non avevo mai pi provato; non tanto per la perdita dell'amico auspicato, ma per questa assurda e selvaggia distruzione di ogni bene vero, che l'uomo tanto faticosamente si crea per un folle sogno di boriosa montatura politica, per un puntiglio di vanagloria personale, mostruosamente delittuoso. In quell'istante non me ne importava pi niente della Marmolada, delle montagne, di nulla: a che ricercare ancora la vita, inseguire faticosamente un bene, quando la raffinata barbarie del cosiddetto Stato civile tutto pu distruggere per un solo atto di un uomo? Come trovare ancora la forza di volere e il desiderio di lottare? Ero umiliato come da uno schiaffo cui ero impotente di rispondere e di ribellarmi: e me ne sono andato a letto al pi presto per poter non pensare.
Poich la civilt ha ridotto l'uomo a fuggire nelle selve a ricercare la felicit e la vita: quando ripiomba nel vortice melmoso della societ civile, deve rifugiarsi nel sonno per poter non pensare: nel mondo civile solo l'idiota e le bestie non sono infelici.
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Ho peregrinato quattro giorni per monti e per valli, tra pinete e praterie in un vero incanto della natura: dormivo nei fienili, mangiavo in riva a un ruscello e mi nutrivo di lamponi e mirtilli. I boschi gi rosseggiavano nelle loro ricche vesti invernali, e non incontravo che uccelli grandi e piccini. Fuggendo da Funes ove le campane annunciavano l'adunata fascista, mi ritrovai in un delizioso vialetto ombroso e solitario: "o beata solitudo, o sola beatitudo!" ho gridato: qui avevo ritrovato la bellezza della vita.
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Assai pi umana di quanto non sia il mio sentimento per la donna; la donna  per me o l'oggetto del bisogno fisico sensuale e, come tale, di valore morale assolutamente nullo, poich per tale oggetto non mi  pi possibile neppure il pi elementare rispetto, oppure  l'oggetto di un rapporto di amicizia, analogo a quello con gli uomini, solo con quel tanto di grazia, ma anche di inconsistenza e di frivolit che  nella femminilit. Quando ho incontrato una donna forte, mi  sempre piaciuta e qualche volta mi sono anche molto avvicinato con momenti di abbandono al fascino di un momento: ma l'abbandono era sempre controllato e la sostanza del rapporto era sempre di interessamento e di stima pi che un affetto profondamente umano.
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10 dicembre. Casa nuova: tutta raccolta e cordiale; ambienti pi piccoli, un po' affollati di mobili; non pi quel senso opprimente di vuoto e di morte dei vasti e gelidi saloni di via Cosimo del Fante, non pi gli eterni corridoi, desolati come le corsie d'ospedale, che allungando le distanze rendevano ancora pi vuota la casa, distanziando quelle poche particelle di vita che ancora vi si potevano trovar sperdute. Qui un ambiente  vicino all'altro, comunicanti; pare che anche vuoti si animino a vicenda, che i mobili stessi, le poltrone, i divani si tengano compagnia: entrando in una stanza qualsiasi, la si sente abitata, ci si sente la vita e ci si sente vivere, ci si trova bene e a proprio agio. Non pi l'oppressione di una reggia deserta: qui  la casa, la nostra casa (sua e del pap), che risponde alla nostra esigenza di vita, che circonda la nostra attivit con la sua intimit; v' luce e aria, si domina la citt al di sopra dei tetti, e non ci si sente pi soffocati tra quattro mura. Arrivando ho trovato pap non pi nel suo oscuro andito di passaggio nel corridoio, ma in un simpatico salottino ben messo e variato. Quando sono entrato in camera mia, mi son sentito allargare il cuore: non pi quel buco sbilenco e soffocato, con la finestra di traverso, opprimente e senz'aria: i mobili stanno tutti attorno alle pareti, lasciando nel mezzo un vasto spazio libero, che lascia fiatare, mentre dalla finestra la vista spazia lontana: ho provato un'impressione di liberazione quasi fisica, come quando ci si toglie una scarpa o un colletto troppo stretto!
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16 dicembre. Credo di aver gi detto che la fede non  altro che la volont del debole. In sostanza fede e volont sono la stessa cosa. Il miracolo non  altro che potenza di volont. Infatti perch il miracolo si compia,  necessaria una fede illimitata: la certezza che Dio pu compierlo, e che lo compir: il minimo dubbio impedisce il miracolo, e si dir che l'uomo non ha saputo credere all'onnipotenza di Dio, non ha avuto intera fede. Ma che cos' l'intera fede, cio la certezza che il miracolo si compir, se non la preoccupazione che si compia? L'uomo diffida di se stesso, non ha intera fiducia nel proprio essere, non crede nella propria onnipotenza, e quindi non pu avere in s quell'intera fede, quella precisa e convinta volont necessaria al compimento del miracolo, ecco perch ciascuno si crea un proprio Dio, che  esterno e superiore a tutto ma  anche interno in ciascuno di noi, anzi  parte di noi stessi, la parte migliore, pi forte, ma anche pi sconosciuta o inconoscibile di noi stessi. Chi pu infatti conoscere o spiegare l'essenza di questa nostra potenza di volont? Ma come Dio non  conoscenza, ma  fede dogmatica, cos ciascuno dovrebbe imparare a riconoscere in se stesso questo Dio, ad aver fede in se stesso, a volere con la stessa forza di persuasione con cui si  abituato a credere in un ente superiore. La fede non  altro che un giro vizioso della volont, reso necessario dalla scettica sfiducia verso se stesso, per cui quella potenza di volont che non sappiamo attribuire a noi stessi, l'attribuiamo a un ente che noi stessi immaginiamo esterno e superiore a noi. Ma non ho detto appunto che la nostra volont  superiore a noi stessi? Volont, fede, Dio in fondo  tutt'uno:  la potenza dell'uomo.
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Tutta la costruzione della dottrina religiosa non  altro che il bisogno di attribuire a un ente superiore il regolamento della nostra vita, che in realt non dipende che da noi; il bisogno di attribuire all'ente superiore infallibile questa potenza, che sarebbe forse pericoloso lasciare all'uomo: o piuttosto sarebbe pericoloso lasciargli la consapevolezza di possederla. Cos il dogma  sorto dalla necessit di insegnare a credere ciecamente anche l'assurdo, cio a volere anche al di l di quello che la ragione ci potrebbe consentire: nessuno saprebbe volere l'assurdo, il dubbio nascerebbe inevitabilmente, distruggendo la fermezza della volont: ma la fede insegna a credere l'assurdo, e quindi a volerlo. Cos anche il sistema di premi e castighi della superiore giustizia divina, non sono che l'estensione e la rettificazione della giustizia umana che  fallibile e derivano tutte dalla necessit di aiutare l'uomo con nuovi impulsi, poich nella sua debolezza non sempre sa volere il bene, come fine a se stesso.
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20 dicembre. Celso diceva che l'essenza dell'alpinismo  il rischio: io non potevo condividere questo suo detto, mi pareva abbassare l'amore per la montagna a un gioco pazzesco o assurdo, ma forse avevo mal compreso la sua asserzione che in fondo non  lontana dalla mia: l'essenza dell'alpinismo consiste nella conquista metro per metro della propria vita. Dunque in fondo  rischio: ma il rischio non  fine a se stesso, bens solo la premessa necessaria alla conquista.
La vita vissuta  solo quella conquistata. Perci la vita  difficile e deve essere difficile, come un'ascensione che non pu essere bella se non  anche difficile. Ove non c' difficolt, non c' lotta; ove non c' lotta non c' conquista. Perci la vita  lotta.
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Perci ho sempre sostenuto che il vero alpinista non pu essere fascista, perch le due manifestazioni sono antitetiche nella loro pi profonda essenza. L'alpinismo  libert,  orgoglio e esaltazione del proprio essere, del proprio io come individuo sovrano, della propria volont come potenza dominante: il fascismo  ubbidienza,  disciplina,  annullamento della propria individualit nella pluralit e nella promiscuit amorfa della massa,  abdicazione alla propria volont e sottomissione alla volont altrui. Quindi il fascista non  neppure un uomo, perch rinuncia alle proprie facolt umane: chi rinuncia a volere, rinuncia a pensare, rinuncia ad essere uomo, per essere soltanto strumento o utensile a disposizione di chi lo sa maneggiare.
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E costui  un uomo? No,  un tiranno. Perch l'uomo esercita la propria volont fino al limite di non ledere la libert altrui: poich rispetta negli altri uomini quelle stesse facolt che rispetta in se stesso e che esige siano rispettate dagli altri. Il tiranno invece sopprime negli altri queste facolt, quindi non le rispetta neppure in se stesso: la sua sete di potenza non  altro che istinto animalesco, stimolato dalla forza brutale della ragione umana: il suo potere e la sua volont di dominio si esercita sugli altri, ma non sa esercitarsi su se stesso. E se anche dominasse il mondo intero, non sar mai cos ricco come un qualsiasi Diogene che sappia dominare se stesso.
Quanti uomini potrebbero con sicurezza affermare "io ho conquistato me stesso?". Forse meno di quelli che potrebbero affermare "io ho conquistato il mondo!".
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1936.
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Non serve di riassumere il 1935: esso figura abbastanza nelle sue fasi attraverso questo diario: la grande pausa invernale di malessere, di intorpidimento e di lavoro metodico, poi la rinascita attraverso la montagna, dalla titubanza iniziale fino all'eroismo finale, fino a ritrovare me stesso nel pi florido possesso delle mie forze fisiche, morali e intellettive. Il 1935 si chiude come si apre il 1936: senza trapasso. Continuit, cammino, azione.
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Vagavo da solo tra le sconfinate candide ondulazioni, con la vista aperta su orizzonti di crode e di ghiacciai. La mia pista, unica traccia di vita nell'immenso silenzio invernale, affondava profonda nella neve soffice e polverosa, si rincorreva dritta di poggio in poggio, fino al valico supremo o alla vetta. Come la mia vita. Ad ogni passo, la punta dello sci avanzava fendendo profondamente la morbida coltre, calpestando l'ostacolo. Pareva mi precedesse aprendomi il passaggio. Ogni tanto mi voltavo e mi piaceva quella pista cos lunga, cos netta e cos decisa che si snodava segnando tutto il cammino percorso. Poi l'ebbrezza della rapida scivolata, l'autorit degli arresti strappati. S, anche lo sci ha un senso: non  soltanto il mezzo per portarsi in montagna anche d'inverno, ma  anch'esso un'espressione del proprio essere, della gioia di dominio.
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15 gennaio. Domenica, anzich restare a Milano come avevo progettato, per riparare al malessere, mi son lasciato indurre ad andare a Sestrires. Raramente ho provato in montagna un cos profondo disgusto. Montagna? Macch, due o tre cocuzzoli insignificanti con le teleferiche in continuo movimento: sul piano un piccolo gruppo di edifici orribili, in forma di serbatoi d'acqua variopinti. Tutt'intorno uno sciame di gentaglia con gli sci ai piedi, che si esibisce in evoluzioni virtuosistiche, che ha imparato a memoria, ripetendo centinaia di volte la medesima pista. Formano un vero carosello di gente affannata e tumultuosa, che sale in teleferica, si precipita in basso a tutta velocit per prendere la teleferica successiva, che ha gi prenotato per tutto il giorno. Un affannarsi, un vociare, un correre in tutte le direzioni, urtandosi, spingendosi, picchiandosi con gli sci: la stazione delle teleferiche sembra la borsa di un grande centro d'affari e gli sciatori agenti di cambio nei momenti di panico. E tutti costoro son qui per divertirsi? O per godere della pace sconfinata di queste candide ondulazioni? Sembrano presi piuttosto da una follia collettiva e allucinante degna di un racconto di Poe.
Mi sono rifugiato nella piccola cameretta dell'albergo a raccogliere il raggio di sole che osava penetrarvi. Mi  parso che quel raggio fosse l'unica cosa vera nella grande menzogna della frenesia umana.
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7 febbraio. Ho ritrovato Vinatzer:  stata per me la gioia di aver ritrovato un amico, di aver ritrovato un bene che mi era stato strappato: e la serata passata con lui, con la sua schietta e semplice cordialit, mi  parsa tanta luce.  strano com'io mi senta cos vicino questo ragazzo, con cui pur ho scambiato occasionalmente delle chiacchiere, e con cui non ho condiviso neppure un'ora di vita. Eppure io sento gi per lui un affratellamento come per un compagno di cordata e desidero dividere con lui le ore di lotta e di vita di una grande conquista.
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23 marzo. Dopo un lungo inverno uggioso e autunnale, ecco il sole tiepido di primavera. Scrivo con la finestra aperta, respirando l'aria leggera del cielo, con la vista lontana al di sopra dei tetti fino alle montagne ancora candide e pesantemente ammantate. Prima leggevo alcune liriche, seduto sulla finestra, nel pieno sole che mi batteva sulle spalle. Par di rivivere, di uscire dalla tetraggine di Milano, di essere di nuovo liberi nello spazio. Rinasce la vita, quasi la sento sbocciare in me come i primi fiori dalla terra ancora molle di neve disciolta, e con la vita un desiderio di abbandono nel tepore del sole, di solitudine fra le prime gemme, a godere di questo miracolo della vita che rinasce in me e intorno a me.
Marzo. Tregnago. Perch? Mi son chiesto appena mi son reso conto di essermi fratturato una gamba. Perch?  vero? Mi pareva che fosse uno di quei brutti sogni da cui ci si sveglia con la gioia di poter constatare che non  vero. L'avventura era tutta come qualche cosa di irreale, come di sogno: non soffrivo fisicamente o non mi accorgevo di soffrire: non sapevo pigliarla come una disgrazia: ero cos felice nell'immensit di quel candore di nevi e nell'azzurro del cielo. L'accidente per se stesso mi pareva un fatterello insignificante, che per me in quel momento aveva il solo valore di darmi un godimento infinito, un'estasi di elevazione mistica o sovrumana.
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Sulla cima delle Msules, ho trascorso due ore sublimi: sono volate come in un sogno, ma forse ancor oggi non so rendermi conto della vera realt.
Da alcuni giorni vagavo da solo per monti e per valichi, nell'ebbrezza di un sole fulgido e di un orizzonte sconfinato e limpidissimo. Mi fermavo in alto, sulla Cima Bocche, sulla Marmolada, per attendere il tramonto che s'infiammava di una stupenda sinfonia di luci e di colorazioni: e poi mi lanciavo a valle, con le ultime luci, ebbro dello spettacolo vissuto. E i miei sci mi portavano veloci, si lasciavano guidare con insolita facilit, a larghe curve, a piccoli cristiania, aderendo alle modulazioni del terreno, con un ritmo di danza agile e leggera, quasi sfiorando le morbide chine, che appena serbavano il segno sottile e preciso del mio passaggio. Mi sembrava di aver improvvisamente imparato a sciare, che per la prima volta io sapessi godere dell'eleganza di questa danza di gioia.
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Era l'ultima gita: salii al Sella con un ritmo cadenzato e veloce, che in breve mi faceva conquistar l'altezza: nella fulgida mattinata di sole, la neve brillava in miriadi di cristalli e le mie crode ridevano e cantavano rossigne, gi nette nella loro verticalit e calde di sole: lo spigolo della Torre de Proces si ergeva giallo e affilato, con uno slancio architettonico e audace, ma armonico. Mi guardavo d'attorno e continuamente esclamavo: "che bello!". Quasi non potevo contenere la mia gioia. Le lunghe comitive svoltavano verso il Bo: file di puntini neri, minuscoli, che si snodavano a serpentine nel candido vallone. Ma io ero solo e la Natura cantava tutta per me. Ecco, dalla vetta delle Msules essa si dispiega con tutta la sua infinita ricchezza. Il vasto altipiano immacolato nel suo candore, sostenuto da alte mura, solcato da profondi e selvaggi valloni, ha perduto la sua cruda durezza: la neve ammorbidisce la severit del paesaggio, crea uno sfolgorio di riflessi, di controluci e di penombre, quasi un magico gioco di incanto. E lontano, monti e catene, si succedono a perdita d'occhio, quasi svaporando soffusi in un ondeggiare di veli azzurrini.
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Ed io, solo sulla vetta, dominavo tanta infinita bellezza, che avevo conquistato col mio passo che non conosceva ostacolo.
Non un ostacolo mi ha fermato: sul piano, mentre vagavo quasi senza sapere verso dove, ho inciampato, mi sono abbattuto, senza potermi rialzare. In un istante tutto era cambiato: non ero pi il dominatore ritto sulla vetta a spaziare sull'immenso orizzonte che si stendeva ai suoi piedi: ora ero io stesso parte di questo incanto sublime: sdraiato sul lento declivio, impotente, mi sentivo quasi incorporato e partecipe del grande mistero, che a me si rivelava, a me che avevo saputo rendermene degno, non solo con l'ascesa trionfale delle ore precedenti, ma soprattutto col sacrificio di me stesso, con l'annullamento di tutta la mia potenza di dominio. La mia potenza terrena fisica e morale, s'era trasumanata in partecipazione e comprensione dell'eterno.
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Il signore austriaco accorso a soccorrermi, si allontana rapido in cerca di aiuto: un minuscolo cosino che scivola via sulla pista sottile ch'io avevo tracciato, e scompare. L'immensit bianca si ricompone nel suo silenzio uniforme. Io sono gettato a terra, supino, impotente, annullato. La Natura dopo il piccolo dramma svoltosi in quel suo lembo estremo, riprende incontrastata il suo dominio, il canto del suo silenzio, la vita delle sue rocce e delle sue nevi inanimate. Estasi. Mi sentivo ormai spoglio della mia personalit umana, chiamato partecipe di una visione superiore. Pareva che quelle nevi che brillavano di mille luci cristalline e soffuse, danzassero soffici e leggere, glorificando lo splendore del sole, fonte suprema di ogni vita. Come aveva potuto uno spettacolo che  di tutti i giorni, aver assunto a un tratto per me quel valore supremo? "Souvenez-vous... de le commencement du monde - Ces choses n'attendaient qu'un peu d'amour" (Samivel). La comprensione  amore, e l'amore  sacrificio e annullamento di se stesso. La massima aspirazione dell'uomo  nell'ascesa, nella conquista, nel dominio: tanto pi l'ascesa  alta, tanto pi la conquista  spoglia da oggettivit materiale: l'alpinismo  puro ideale. Quando l'uomo arriva a saper lottare e a dedicare tutto se stesso a un puro ideale, potr essere eroe. Ma anche l'eroe che abbia tutto conquistato, ancor non pu svellersi dal suo terreno di conquista, dopo aver tutto dominato, deve dominare anche se stesso: e dominarsi fino all'annientamento. Non essere pi nulla di tutto quello che si  stati: gettarsi a terra soli, supini, impotenti. Allora ci si accorge che tutto quel dominio non era che un'illusione, che aveva soltanto servito all'ascesa; che l'infinito  ben pi vasto di quanto si possa stringere nel proprio piccolo pugno; che la Natura, che abbiam creduto di poter assoggettare, ci sommerge indifferente, come una pagliuzza sull'onda dell'oceano. Solo cos, in uno stato di annientamento totale, abbandonati inerti nell'immensit del creato, solo cos possiamo vivere di illusioni, ed elevarci almeno un istante verso una sfera pi alta, senza orizzonti, in una visione mistica di eterna luce e felicit.
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Due ore rimasi in cima alle Msules in attesa dei soccorsi: cos mi dissero: per me fu un sogno, un'estasi, il cui ricordo  solo una vivissima luce, come la suprema visione dantesca: due ore di luce e di felicit, che non hanno e probabilmente non avranno parallelo nella mia vita. Mentre mi trasportavano a valle, stentavo a frenare l'esuberanza della mia felicit; forse mi avranno creduto eccitato: certamente ero ebbro.
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La frattura? Mi sembrava un episodio tanto banale di fronte alla grandezza della mia avventura, che non riuscivo neppure a prenderla in seria considerazione. E quando gli amici mi vennero incontro con faccia mesta a farmi le condoglianze, ridevo che loro pigliassero tanto sul serio questo accidente cos qualunque. Ancor oggi non so capacitarmi come gli altri prendano tanto sul tragico una cosa in cui per me non c' altro che serenit. E questa serenit  una tal conquista, che mi aiuter a sopprimere senza tristezza e senza nostalgia il lungo periodo di sofferenze e di rinunce che mi attende.
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Perch? Mi son chiesto subito; perch mi capita qualche cosa che mi va male? Come non ho saputo evitarlo? Ma  proprio un male, questo? L'ho preso proprio come una circostanza, come il cattivo tempo improvviso, che mi vieta di compiere un'ascensione progettata; non so indispettirmene, perch so che prima o poi riconosco la causa dell'impedimento, e trovo che  stato un bene, una fortuna. Anche questa frattura, come qualsiasi altro contrattempo mi  parso soltanto una circostanza che mi tratteneva da qualche cosa che non dovevo fare. E tanto pi la debbo pigliare come la manifestazione di una volont regolatrice superiore, date le circostanze veramente straordinarie in cui  avvenuta: il pendio era quasi pianeggiante, procedevo a velocit moderatissima, son caduto nel modo pi banale e pi innocuo: cento e cento volte in ogni giornata di sci, faccio cadute di gran lunga pi pericolose: eppure mi son fratturato in modo cos grave e complesso. D'altra parte era l'ultima giornata che mi rimaneva per completare i miei itinerari sciistici e quindi l'accidente in nulla incide nel mio lavoro: ho girato per intere settimane sempre solo, senza incontrare anima viva, e proprio nel momento che son caduto avevo a pochi metri da me un signore austriaco, con cui avevo appena finito di meravigliarmi di trovarci in due in un luogo dove generalmente non si incontra mai nessuno; il signore era apparso improvvisamente pochi minuti prima, senza ch'io fossi riuscito a capire di dove sbucasse, dato che non avevo visto nessuno seguire la mia pista: ed altrettanto misteriosamente  scomparso appena terminata la sua opera di soccorso, senza ch'io lo potessi salutare n ringraziare, n sapere chi era. E ancora queste circostanze fortunate: le comitive che apparivano numerose al Bo, con le guide di Corvara, proprio al momento che vi arrivava l'Austriaco in cerca di aiuto; il piede che dopo un inizio di congelamento nella prima mezz'ora dopo la frattura, ha ripreso da s la circolazione: la giornata calda di sole e senza vento: la discesa rapida, facile e senza scosse, incontrando su ogni pendio, a detta dei portatori stessi, la neve pi adatta per il trasporto, ora molle per frenare sulle chine ripide, ora ghiacciata per scivolare sui piani. Tutta una serie di piccoli episodi, di circostanze fortunate, di incontri casuali, ecc. che farebbero pensare a un'ottima organizzazione, se non fossero invece ancora una volta la manifestazione di una precisa volont, che precorre ed  di gran lunga pi forte dell'essere stesso che la possiede. Non ho avuto un solo attimo di inquietudine, quantunque non sapessi come avrei potuto discendere la lunga valle che mi separava dal pi prossimo abitato; sapevo che tutto doveva andare per il meglio e non pensavo neppure al come: non sapevo condividere in alcun modo l'inquietudine di coloro che mi accompagnavano e dovevo essere io a calmarli. Poi li lasciavo fare e mi perdevo a contemplare la marea di vette accavallantisi che si perdevano nell'infinito orizzonte.
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28 marzo. C' tanta gente che si domanda: cos'ho fatto per meritare tanti dolori, tante disgrazie? Cos'ho fatto per essere cos infelice? E io mi domando: cos'ho fatto per esser cos felice? Non so proprio perch qui, in un letto di ospedale, con una gamba rotta, io debba essere ancora cos esuberante di felicit;  bastato un tramonto luminoso dopo una giornata grigia a rendermi matto dalla gioia. La mia felicit in certi momenti  addirittura spudorata!  ancora forse un residuo dell'ebbrezza delle Msules 10 giorni fa?
Le pote vainqueur! S, mi piace questo nuovo appellativo e me lo approprio.
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1 aprile. Dal letto dell'ospedale con la finestra aperta verso i tramonti che illuminano lontano la pianura, alla poltrona in giardino a ubbriacarmi dalla mattina alla sera del sole vivificante della primavera, e ora al prato, tra l'erba fresca nascente, fragrante di fiori e di erbe odorose, con gli alberi che di giorno in giorno sbocciano come d'incanto le loro fioriture, vivo la primavera abbandonandomi perdutamente al suo incanto. Non son quasi pi capace di lavorare attivamente; questa  una pausa di riposo e di attesa e mi piace lasciarmi perdere cos, senza programmi e senza tempo, vivendo di ora in ora tutto quello che la primavera mi sa donare. Depuis le commencement du monde ces choses n'attendaient qu'un peu d'amour. Oh, quanto amore!
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18 maggio. Attendevo la giornata d'oggi con una certa impazienza. Mi era stato promesso che avrei potuto togliere il gesso dalla gamba, e mi pareva che mi andasse cos bene, perch contavo che ai primi di luglio avrei potuto riprendere la mia vita in montagna e godermi ancora il meglio dell'estate. Invece oggi mi sento dire che ci vogliono ancora 20 giorni. Cos di 20 giorni in 20 giorni, passano i mesi. Sarei ingiusto a lamentarmi ora poich questa volta dopo 2 mesi sono, spero, alla fase finale, ma questa volta ho anche pi impazienza, poich vado incontro all'estate.
Oggi mi son sentito annunciare almeno altri 20 giorni di gesso e tutt'estate di cure senza poter andare in montagna. Questo non lo credo: troppo mi peserebbe un'estate perduta e inattiva, perch ho troppo bisogno delle mie montagne, perch prima o poi voglio riprendere a tutti i costi la mia attivit. Questa non  una speranza, ma una decisione; una decisione che mi impegna, che sapr volere e realizzare. Questa ferma volont mi impedisce di precipitare.
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22 maggio. Ma in questo diario c' tanta ricchezza e tanta forza di vita, che mi basta leggerne qualche pagina, per ritrovare tutto me stesso e la freschezza della mia vita.
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17 giugno. Domenica, quando vedevo che ormai camminavo senza appoggi, mi son detto anche questa  finita. E l'ho detto sentendo in me una freschezza di rinascita e una fierezza di essermi saputo imporre in queste due settimane un regime severo e senza concessioni, che mi hanno permesso un rapido e decisivo progresso. L'indomani infatti Fiorini mi ha tolto il gesso e oggi cammino gi col solo bastone: chiss che alla data fissatami del 30 giugno possa effettivamente riprendere la mia attivit. La gamba mi  rimasta un paio di cm pi corta, per l'asineria del chirurgo, che invece di vantarsi tanto della perfezione della sua riduzione, poteva degnarsi di prendere un centimetro ed evitare una cos forte imperfezione. Ma a me in fondo che importa? A me basta che mi regga con l'usata saldezza, che mi sappia ancora portar lontano, che mi restituisca la piena indipendenza di me stesso e la libert delle mie azioni: e la data del 30 giugno, con la liberazione dal gesso, segna la conquista definitiva verso questa meta.
Non so neppur pensare che l'anno scorso a quest'ora ero gi da lungo tempo sulle crode e non so neppur pensarmi in croda ora con questo senso cos profondo della mia impotenza fisica. Ho bisogno quindi di riconquistare me stesso per ritrovare l'aria, la luce, il sole delle crode e tutta la mia vita.
Vorrei che la mia prima passeggiata potesse essere alle Msules, quasi un pellegrinaggio di gratitudine e di devozione; vorrei esser solo e cercar di ritrovare e di rivivere almeno un istante di quella grande luce!
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8 luglio, Canazei. Mi desto nel treno: l'Adige come un nastro d'argento riflette le prime luci dell'alba: di fronte le alte pareti del Canal d'Adige: verticalit: un fremito di vita: mi par di ritrovarmi. In corriera nel mattino terso e trasparente respiro gi il profumo dei boschi e delle crode. Le guglie del Latemar, gli strapiombi della Roda di Vael, il Cimon della Pala, e poi la Marmolada: ancora bianca di neve: sulla parete sudovest ritrovo le ben note articolazioni. E poi il Vernel, ancora chiazzato di neve: mi par pi bello di ogni altra volta, mi par di accorgermi per la prima volta quanto  bello. Fassa, Canazei, i miei monti, la mia gente: quanto tempo, e che gioia ritrovarmici. L'aria stessa mi vivifica: scendendo dalla corriera mi par quasi di sentirmi pi solido in gamba, nonostante la notte passata in treno, quasi che un paio d'ore d'aria pura gi avessero avuto effetto sul mio fisico.
Non so star fermo: gi me ne vado su per la val Mortiz fino al laghetto: per strade, per sentieri, per prati, saltando ruscelli: mi par di sentirmi cos bene! Ma lo sconto: per due giorni mi duole di nuovo la gamba. Eppure qui non mi so pi rassegnare all'ozio o al lavoro al tavolo: sono impaziente e insofferente; la smania di azione, di riprendere interamente la mia indipendenza e le mie possibilit. Bisogna, bisogna far presto: le crode mi chiamano e io voglio correre.
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26 luglio, Milano. Ma anche a Canazei, dopo i primi giorni di felicit, la monotonia della vita senza azione mi ammorbava. Cercavo l'avventura in lunghe passeggiate, giungendo fino al limite delle possibilit della mia gamba: ma erano avventure senza gioia e senza eco. E la mia gamba ne risentiva, mentre il progresso non mi pareva mai abbastanza rapido per la mia smania di azione.
Tornando a Milano, mi son fermato in Gardena: son salito per una giornata in Cisles con Vinatzer e con lui ho ritrovato tanta dolcezza e tanta vita, che guardando le belle crode, gi le sentivo vicine; e un desiderio di ritornare a loro, non per volont di conquista, ma per volont d'amore. Pu darsi che la giornata delle Msules abbia segnato un mutamento nel mio senso alpinistico e che alle crode ritorner ancora pi spoglio e pi puro di quanto sia stato finora: sar forse qualche 6 grado di meno, ma un bene ancora maggiore. E Battista lo sento sempre pi vicino, e sempre pi caro: e c' in lui quella fierezza montanara, quella rettitudine e onest morale che  in Detassis, ma in lui v' anche una sensibilit forse non pi acuta, ma pi aperta ad esprimersi, una maggior levatura mentale e culturale, che rende in lui cosciente e completo ci che in Bruno  solo spunto incosciente e ingenuo. Quando sul suo tavolo da lavoro, accanto alle sculture fini ed eleganti ho visto libri di Tolstoi e poesie di Goethe, ho ricordato Celso che nelle solitudini dei rifugi, suonava sull'armonica i tempi di Siegfried. Ed anche il suo sorriso cos chiaro, aperto e luminoso, mi ricorda molto quello di Celso. Bruno mi sar sempre il miglior compagno di corda, ma in Battista spero di aver ritrovato l'amico che avevo perduto sulla Paganella, che avevo pianto a Udine, che tanto bene mi aveva dato e mi pu ancora dare. Vorrei aver sempre Bruno compagno di ogni mia pi grande impresa, ma vorrei aver Battista a dividere l'emozione dei bivacchi sulla croda. Con Bruno mi sento solo, appoggiato a una colonna fortissima: mi d forza, ma con generosa dedizione, mi lascia esser solo nella mia lotta e nella mia conquista. Battista non saprebbe seguirmi cos: con lui dovrebbe essere reciproca dedizione, per raggiungere nella cordata quella fusione di anime e di volont, come era con Celso. Ho bisogno di Bruno per l'atto eroico, perch lascia tutta a me la nostra conquista; ma ho bisogno di Battista per salire pi in alto, fino all'altezza delle Msules.
La giornata passata in Cisles con Battista  stata per me ricca come quella di una grande ascensione: in questo periodo di assenza e di povert, la sua vicinanza  stata l'unica conquista. Non perch io abbia conquistato, n possa conquistare lui, ma perch il bene che viene dall'incontro e dalla comprensione intima di due anime,  un bene che non potrebbe esser pagato con alcuna ricchezza.
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15 agosto. Silvio: anche lui mi ha lasciato. Non potevo credere a una disgrazia a Silvio. Mi ha stupito, mi ha preso, mi ha serrato. Nella notte pensavo a un'altra notte insonne passata con lui, quando ci parve che Steger con la salita della parete Preuss avesse violato il sacrificio di Prati e Bianchi. Pensavo all'incanto di altre notti passate con lui sui monti, pensavo alla forza di risurrezione, che mi ha donato dopo la terribile crisi del 1927. Silvio, quanto l'ho sentito vicino allora e quanto bene mi ha dato:  stato forse il primo amico ch'io abbia profondamente amato, con intensit di affetto, intimit di reciproca comprensione. Se poi lui ebbe ad allontanarsi da me, ci non conta: per me Silvio, anche lontano, rimaneva sempre quello che  stato negli anni di vicinanza.
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La notizia mi ossessionava, come un incubo: pi ancora che commozione, mi dava un senso di abbattimento e di terrore. Volli reagire effettuando la mia prima arrampicata di stagione: ma un tema di morte mi accompagnava insistente, come gi quando salii la Paganella (Per ricordare l'amico Celso). Fu solo quando ci fermammo in vetta a goderci un'ora di sole, che potei ritrovare il senso della vita, della mia vita.
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Accanto a me era Battista e mai come in quel momento l'ho sentito cos vicino. La vita  eterna: ci che si distrugge si ricrea, pi fresco e pi vivo: solo la pazza bestialit degli uomini pu distruggere un bene, non gi la saggezza del divenire e del rinnovarsi. Sulla tomba di Celso avevo ritrovato la commozione del pianto dopo la putrea aridit di Londra, e subito dopo ho trovato Bruno per ricostruire pi solida di prima la mia cordata, per riprendere il mio cammino. Ora la commozione per la morte di Silvio, mi ha dato un'affettivit umana pi profonda, un bisogno di affetto, di comprensione e di solidariet: e ho trovato in Battista tutto quello che avevo perduto, pi ancora di quanto avevo perduto.
Ci ritrovammo su un prato al sole a giocare, a rotolarci, a far la lotta; come gi un tempo facevo con Silvio. Non v' in lui la dedizione sottomessa e generosa di Bruno, ma l'eguaglianza, fatta di comprensione e di affetto, come con Silvio e con Celso. Non  solo il compagno di cordata prezioso come Bruno, ma  ben pi l'amico, che mi pu esser vicino e a cui posso esser vicino in ogni evenienza. E l'amicizia si forma di reciproca dedizione.
Raramente mi sono ingannato quando ho provato viva simpatia al primo incontro con una persona: unica eccezione Hans Kllner. Ora anche con Battista son certo di non essermi ingannato e son certo ch'egli rappresenter d'ora innanzi una gran parte nella mia vita. E se anche le nostre strade dovessero distanziarsi, il bene che mi ha dato in questi giorni la sua vicinanza,  gi un solco sufficientemente profondo per non potersi cancellare.
Perch tanto bene? In fondo cos poco abbiamo avuto finora in comune nella nostra vita vissuta:  solo il bene che deriva dall'incontro spontaneo, immediato di due anime: un senso quindi di ricchezza, di vita, di appoggio e di solidariet che pu venire solo dall'amico.
Nella donna si pu trovare a volte un bene momentaneo anche pi forte: ma non si sa mai distinguere fino a qual punto in questo bene entri la sensualit. E troppo spesso dopo l'atto, al bene subentra il disprezzo. Il bene di un amico  invece nella sua purezza, qualche cosa di molto pi vero e pi duraturo. Il bene per la donna  ci che l'uomo ha in comune con tutti gli animali ed  solo una conseguenza di una legge fisica: il bene per l'amico  ci che appartiene solo all'uomo e che lo eleva al di sopra di ogni legge fisica, di ogni interesse e di ogni egoismo. Forse nessuna cosa come la montagna pu creare questo bene: solo l'unione nella pi pura delle attivit pu creare il pi puro degli affetti.
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20 agosto. Resurrezione: la resurrezione morale dalla fiacca apatia dei mesi di ozio, mi  stata data in gran parte da Battista: la pronta riconquista delle mie possibilit fisiche non poteva essere che l'immediata conseguenza della mia rinata capacit di volere, della rinnovata volont di azione e di potenza. A Battista avrei voluto poter donare la mia pi bella ascensione: invece ci siamo legati sulle crode marce delle Odle, che hanno disgustato lui e me, senza interesse di arrampicata, mi ha aiutato nei primi passi incerti, in cui alle minorate condizioni della mia gamba, si aggiungeva l'intorpidimento di tutti i muscoli dopo 4 mesi di inazione. Ogni breve arrampicata esigeva giorni di riposo. Anche le piccole salite con Fasana e Gelosa avevano il solo scopo di allenamento, ma in discesa, gi mi trovavo tutto sciolto ed agile, gi padrone del mio elemento, la croda, come l'uccello dell'aria. Ma la venuta di Vitale mi ha ridato la fiducia: ho ritrovato di colpo la mia potenza fisica e la gioia dell'arrampicata. Mentre gli altri anni mi ci voleva almeno un mese per sentirmi a posto, ora alla terza salita, affrontavo con perfetta sicurezza e padronanza dei miei mezzi, una salita difficile qual' la via Vinatzer al Ciavazes.
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29 agosto. Sono arrivato alla Marmolada, come se vi fossi stato condotto per mano per una via piana e logica che portava alla base della parete. Il rapido allenamento, l'arrivo di Bruno, l'improvviso bel tempo, ogni pi banale particolare, sembrava appositamente organizzato senza ch'io avessi fatto nulla per prepararlo. Avevo netta e viva la sensazione d'esser guidato quasi per forza d'inerzia verso la mia meta, come un treno da un binario. E fino all'ultimo ho sperato che questo binario mi guidasse fino in vetta. Invece ancora una volta sono ritornato: non vinto, ch dal punto raggiunto la via si apriva libera davanti a me, ma sfinito dallo sforzo. Ho lottato con energia e con tensione, come nei miei migliori momenti, come se nulla mi fosse accaduto negli ultimi mesi: ho superato difficolt cos forti e cos continuate, come in nessun'altra mia ascensione: ma con calma, serenit e una tecnica ancor pi raffinata: mai un momento la difficolt mi ha trovato esitante. Quello era il mio cammino e io lo seguivo. Ma capisco che ora non  pi il sentimento di lotta e di conquista che mi sospinge, ma un sentimento di amore. Forse lo spirito di conquista mi avrebbe spinto ancora verso l'alto, malgrado il mio sfinimento fisico: ma quando ho sentito che cominciavo a salire coi chiodi per non esser pi capace di arrampicare, ho sentito che cos non era pi possibile l'amore. E son ritornato, per risalire un'altra volta. Amore per questa roccia formidabile, che mi ha gi dato quattro giorni e due notti di gioia, come nessun'altra montagna mi ha dato. Non ho desiderio di conquistarla, ma desiderio di conoscerla metro per metro in ogni suo segreto, per pi poterla amare. Forse quando sar arrivato in vetta, sar felice per un momento, ma mi sembrer che mi manchi qualche cosa, dopo averla tutta conosciuta. Come una donna, a cui si sia tolto anche l'ultimo velo, di cui non ci sia pi nulla da scoprire: dopo l'attimo di ebbrezza, si rimane freddi. Perch l'amore  soprattutto desiderio. Amo quella parete perch ha saputo negarmisi gi tante volte, unica tra le mie innumeri e forse troppo facili vittorie: ed  bene che questa brama resti insaziata, per acuire fino allo spasimo la mia felicit.
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Amore  desiderio: desiderio di conoscere. Conoscenza carnale della donna, conoscenza d'anime nell'amico. L'amore si raffredda quando il desiderio  saziato, quando si ha tutto conosciuto. Ma mentre il desiderio carnale presto s'accende e ancor pi presto si spegne, subito e facilmente sazio, il desiderio verso un amico  assai pi duraturo, perch nei profondi segreti di un'anima vi  sempre qualche cosa di inconfessato, di non conosciuto e forse inconoscibile, che tien sempre desto il desiderio. Non che non sia possibile l'amicizia e una conoscenza d'anime anche con una donna: ma troppo spesso il desiderio di lei si confonde col desiderio della sua carne e l'amicizia  possibile solo quando si sia tanto superato ogni istinto, da poter dimenticare che  donna.  per questo che l'esperienza femminile  sempre stata per me solo una necessit fisica: ma, salvo qualche breve e fuggevole illusione non mi ha mai dato un vero bene, come hanno saputo darmelo gli amici, quali Silvio, Celso, Vitale, Bruno ed ora Battista.
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Dapprima un senso rabbioso di sdegno: sdegno contro la sleale condotta di Sold, sdegno contro gli stupidi obblighi che mi hanno condotto tra le vuote chiacchiere e i pettegolezzi (riunione del CAAI) proprio nelle giornate pi favorevoli all'ascensione, sdegno contro Bruno, che con la sua condotta imprevidente  rimasto spossato pi ancora di me: rabbia di aver osservato onestamente l'impegno verso persone, che non meritavano neppure la 100a parte del mio sacrificio; rabbia di aver voluto essere fedele a Bruno, mentre con altri sarei quasi certamente riuscito. Ma perch tanto sdegno e tanta rabbia di esser stato onesto e di esser stato fedele a un amico? La rabbia della posta perduta, della sconfitta? No, non sarebbe degno di un alpinista. Onore al merito e al vincitore: ma anche questo mi riguarda poco. Non  in me la rabbia del vinto, ma il dolore di un sogno svanito. Ci che per due anni era stata la mia meta, a cui si indirizzava ogni mio atto, quasi a preparazione della grande conquista, a un tratto spariva. Mi trovai un attimo sbandato, senza pi nulla davanti a me: mi pareva che, sparita quella, nelle Alpi non ci fosse pi alcuna montagna che mi interessasse e che mi potesse attirare. Quasi mi sembrava una sciocchezza il pensare di arrampicare ancora, come un'attivit senza scopo e senza meta. Per due anni la Marmolada era stata in capo ad ogni mio pensiero, era divenuta quasi il simbolo della mia vita di alpinista, era l'oggetto di tutto il mio amore, intenso quanto il desiderio verso quella croda, sempre negatami. Ora, improvvisamente, non avevo pi nulla.
In Battista, pi l'avvicino, pi ritrovo l'amico che avevo perduto in Celso: la stessa limpida serenit, la stessa gioia della vita. La sera passata noi soli nella Capanna Punta Rocca  stata dolce per me e per lui, come le sere passate con Celso al Rifugio Padova chiuso, in novembre. A Battista ho potuto raccontare di me ci che forse non ho mai detto ad alcuno, ci che  segnato solo su questo diario: e in lui ho trovato sempre una comprensione intima e profonda, quasi spontanea e ingenua, data pi ancora che dall'intelligenza, dalla comunanza e affinit delle nostre anime e dei nostri ideali.
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9 settembre. Ripresa di contatto con la vita di cultura: visita alla Triennale, letture, pianoforte. Come sempre la gioia di ritrovarmi al pianoforte. Ma mi  sembrato che l'arte, in quanto espressione, non sia altro che il mezzo per comunicare, per avvicinare, per comprendere persone lontane nel tempo e nello spazio. L'arte pu dare molto, ma  sempre un'intermediaria, che non pu dar mai quanto potrebbe dare l'avvicinare direttamente la persona, che veniamo a conoscere solo attraverso la sua espressione.
Anche l'arte quindi ha funzione eminentemente umana; di avvicinamento, di solidariet, di reciproca comprensione.
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13 settembre. Gita in val Maira con Bonacossa, Vitale e Bozzoli. Disgusto della compagnia cittadina e borghese, nausea del pettegolezzo stupido e piccino. Nausea tanto pi forte, quanto pi mi era vicina la pura idealit dei montanari ladini, e la sera passata con Battista al Rifugio Punta Rocca. Due ascensioni difficili e chiodate, senza gioia, ma strappate per il solo scopo della difficolt, non sono state certo quello che ci voleva per ritrovare in me la gioia trionfante del capocordata dopo la rinuncia della Marmolada, ma mi hanno fatto ritrovare anche in me e nella mia attivit alpinistica il pettegolezzo, la polemica e il senso odioso della gara, che, anche se vinta, non  perci meno riprovevole. Il fatto che arrampicavo per altri, che compivo ascensioni quasi per incarico, non  una scusa sufficiente, perch'io, che avevo vissuto le giornate delle Msules e della Marmolada, mi vendessi al pettegolezzo e alla gara e vendessi a suon di chiodi e moschettoni le mie arrampicate.
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Nella mia attivit alpinistica di quest'anno non c' altro che sbandamento: perduto forse per sempre lo spirito vittorioso e ingenuo di Siegfried, sto ancora cercando in me il punto d'orientamento, che guidi la mia attivit, il senso vero che anima la mia passione. Forse in qualche momento ho potuto elevarmi verso la contemplazione mistica di Parsifal e verso l'amore eterno: ma le salite sulla Rocca Castello dimostrano che sono ancora troppo soggetto alle false seduzioni di Klingsor, che non ho ancora saputo sottrarmi alla bassezza della vita che mi circonda, per seguire la mia nuova, altissima via, verso la luce.
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1937.
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1 gennaio, Buenos Aires. Natale in mare, capodanno in America, lontano dalla tradizionale convenzionalit milanese, gi tutto preso da un'avventura grande e tutta nuova, che mi distacca una volta di pi da una vita che avrebbe potuto diventar monotona. Soprattutto quest'avventura ha valore per me, perch  la soluzione desiderata, quanto impreveduta,  la risposta migliore agli interrogativi e ai dubbi sorti dal dramma delle Msules e dalla sconfitta sulla Marmolada.
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3 gennaio. "Non c' verso: l'uomo che ha smarrito Dio, senza un qualche idolo non pu vivere. Sar la scienza, la magia, la razza, l'arte, sar il pi delle volte se stesso. Ma all'esigenza del credere e dell'adorare, non sfugge" (Mancorda). Forse  cos: alla mancanza di Dio avevo supplito con l'adorazione e l'idolatria di me stesso: le Msules avevano distrutto anche questo idolo: da ci la crisi di smarrimento, non avendo pi fede in me stesso e non avendo ancora con che sostituirla. Forse avrebbe potuto sorgere l'idolatria per la Natura, ma anche per essa, come oggetto passivo della nostra sensibilit, non vi pu essere adorazione se non siamo noi stessi che ne facciamo un mito.
A Milano febbre intensa di lavoro: terminare la guida e preparare tutto per la spedizione, di cui Bonacossa mi aveva affidato con cieca fiducia tutta l'organizzazione e la responsabilit! Era quello che ci voleva per me: lavorare e agire a mio volere, rendendo conto soltanto del risultato conseguito. Sono arrivato a tutto puntualmente, senza commettere un errore, pur con la mia totale inesperienza in materia. Nell'azione ho ritrovato la mia forza di agire e l'azione mi ha portato fuori dalle piccole beghe borghesi dell'ambiente cittadino, verso orizzonti ben pi vasti, verso quelle mete di sconfinata libert e solitudine che avevo sempre sognato.
Sul mare ancora un po' di lavoro: del resto la pace e il silenzio dell'imminente stellata sempre uguale, senza fine e senza tempo. Mi perdevo in una contemplazione assente, senza pensiero e senza oggetto.
Per la sig.ra Ranieri avevo provato qualche cosa di pi di una semplice simpatia occasionale, poich alla bellezza della donna si univa la profonda comprensione di un'anima sensibile, come la Nene, a cui non trovavo strano di dire e di rivelare tutto me stesso. Ma col suo sbarco a Santos, probabilmente anche questo  finito. La sua vicinanza tuttavia non  stata estranea alla viva impressione di luce e di gioia che mi ha lasciato la stupenda baia di Rio e l'incanto delle ultime notti sul mare.
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15 gennaio, S. Cruz. Mare, mare: pace e immensit. I delfini saltano sopra le onde, i pinguini si tuffano giocando e scherzando: voli di gabbiani e di anitre attraversano il cielo e vanno a posarsi sul mare e a cullarsi sulle onde. Il cielo ha colorazioni sempre pi intense, dal verde mare fino al turchese: al tramonto, nuvole rosse come riccioli di rame riflettono una luce calda e strana come quella che precede la tempesta. Nei lunghi crepuscoli fino alle 10 di sera, passeggiavo sul ponte o sulla riva, guardando silenzioso; non riuscivo neppure a cantare, tanto forte era la voce del silenzio in cui vivevo. Mai avevo provato un senso di solitudine cos assoluta: pare che la Natura qui si stenda infinita nella sua essenza primitiva; nel suo aspetto pi ingrato e pi desolato: l'uomo non vi  potuto ancora giungere.
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Terra piatta e uniforme a sconfinati tavolieri di petraia e di sabbia in parte ricoperta da bassa e rada sterpaglia spinosa. Pochi gruppi di case tirate in piedi in qualche modo e di capanne di lamiera ondulata e scossa fragorosamente dal vento incessante, si raccolgono nelle uniche tre o quattro insenature naturali della costa; alle porte delle case, a qualche centinaio di metri dal mare,  gi il deserto di sabbia, che par premere inesorabilmente su quei miseri abituri per ricacciarli in mare. A Commodoro Rivadavia le torri di ferro dei pozzi di petrolio popolano a perdita d'occhio il tavoliere, come scheletri spettrali: pompano il liquido nero, silenziosi, senza che alcuno ne sorvegli il funzionamento, quasi automi creati anch'essi per crescere l'orrore di questa terra di squallore e di fantasmi. Solo il mare, nella sua immensa vita,  popolato: uccelli e pesci a migliaia pare non siano ancora stati raggiunti dalla furia di distruzione dell'uomo. Nella solitudine selvaggia e primitiva si ha un senso di verit, sconosciuta nelle terre popolate dall'uomo. Verit, forse era necessario venire fino qui per conoscere che cosa sia il vero. Fin qui, dove la Natura  unica signora e unica legge, dove la lotta per la vita non  l'inganno, la frode o la rivalit fra uomini, ma  ancora la primitiva lotta per l'esistenza. Qui solo il forte pu vivere, e perci  vera vita.  quella vita di cui noi in Europa ancora rincorriamo il fantasma nella severa solitudine delle nostre Alpi. Ma che cos' qualche estremo angolino delle nostre montagne, in cui solo con tutta la nostra buona volont possiamo ancora sentire il palpito della Natura e della Vita, in confronto all'immensit e alla solitudine di queste lande desolate?
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Qui  la verit, e qui posso trovare la risposta al quesito che  sorto nell'ora delle Msules. Qui sapr se sono ancora Siegfried, l'eroe capace di dominare per forza di volere anche l'immensit della Natura, o se sono Parsifal, perduto e soggiogato nella contemplazione del mistero divino, pi grande e pi forte della mia capacit di volere. La solita alternativa: volere o amore. Volere  vittoria, amore  superamento di se stesso verso l'oggetto. Io so volere: ma pu l'uomo vivere senza amore? Anche l'eroe deve evolversi verso l'amore, anche Siegfried: se no  un mostro. Fino a quando o fine a qual punto sapr ancora vincere, di fronte a questa Natura, che oggi mi si presenta non pi con le minuscole bizzarrie dolomitiche, ma con la potenza smisurata dei suoi piani riarsi e infiniti, ove  negata ogni vita all'intruso? Vorrei essere tutto solo su una grande vetta, e l forse saprei ancora cantare e dominare con la mia voce l'urlo del vento, spandendola a ondate verso la valle, fino a suscitarne tutti gli echi della notte. L saprei ancora vincere.
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18 gennaio, La Primera. Lande desolate, di argilla, di sabbia, con poche zolle d'erba: branchi di pecore vagano senza cessa alla ricerca della pastura e fuggono selvagge all'avvicinarsi del camion. Lepri e conigli sbucano fuori da ogni lato, qualche gatto selvatico, qualche guanaco, otarde, falchi e piccoli uccellini. Sembra strano di trovare ancora tanta vita in un paesaggio cos ingrato. 300 km di camion tra larghi svallamenti e basse colline argillose sempre uguali, su una pista tracciata solo dal passaggio dei camions nella landa uniforme: pista che si sposta a piacimento quando un tratto diviene inservibile. Questa  la traversata della "meseta" patagonica. Le uniche due macchie di verde, paiono oasi incantevoli, nate miracolosamente in mezzo alla steppa: l'una  l'arrivo a Piedrabuena, che appare improvvisamente affacciandosi all'orlo dell'altopiano: con l'acqua pompata dal rio sono riusciti a creare una fertile ortaglia, difesa dal vento da una doppia cintura, di pioppi esternamente, di ciliegi internamente: par di rinascere dopo tanti chilometri di sabbia, a entrare in mezzo a questo stretto recinto di fiori, di frutta matura e di verdura, fiancheggiato dal corso maestoso e tranquillo del rio. L'altra oasi  a Mata Amarilla, anch'essa creata artificialmente nel mezzo di un'estesissima piana, perfettamente piatta, arida, gialla, bruciata dal sole e dal vento. I pochi abitatori delle estancias hanno organizzato quanto meglio la loro vita, con la radio e con qualche comodit: pi che un esilio, la loro pare una vita di rassegnazione disperata. Anche chi ama la solitudine, anche il misantropo, non pu trovare bastante ragione di vita in una terra cos arida e cos uguale, in una natura cos ingrata e cos repulsiva. Eppure c' gente che ha la forza di viverci per anni, anche per tutta la vita: incoscienti? Gente senza bisogni? O  gente tanto forte da trovare unicamente in se stessa ogni ragione e ogni risorsa di vita? O anche la solitudine del deserto pu avere un fascino, da cui poi non ci si riesce pi a staccare?
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Poi, finalmente, improvvisamente, il lago: rosseggia nella luce del tramonto rispecchiando i fantastici picchi della Cordillera: cuspidi e torri di granito rossiccio, pareti di ghiaccio, roccioni affastellati di basalto: l'immensa fiumana del ghiacciaio, scende gi fino a tuffarsi nel lago. La natura risorge a nuova vita, improvvisa, quasi ribellandosi, e affermandosi con maggior violenza.  il contrasto con le lande dell'altopiano o  la stupenda bellezza di questo scenario che richiama anche me a nuova vita, alla mia vita di azione, di volont di affermazione? La mollezza di un mese di ozio e della sciocca vita di bordo  svanita: qui mi trovo ancora io, tutto proteso verso la meta, verso il Fitz Roy che urla nella forza scatenata del vento la sfida del suo superbo ardimento. Ieri sera quelle pareti rosse nel tramonto mi parevano troppo repulsive, ma oggi lo vedo, lo sento gi con quella necessit con cui ho sempre sentito quelle montagne che dovevano essere mie. Accetto la sfida e son certo che sapr lottare: sapr anche volere la vittoria? Oggi mi sento un tale impeto di azione e di freschezza giovanile, che mi pare che nulla mi potr fermare. Fitz Roy: ora non  pi un sogno lontano,  la mia meta e la sento cos profondamente mia, che mi occupa tutto e che non mi lascer pace finch non l'avr raggiunta.
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21 gennaio, Campo al Rio de Las Vueltas. Le montagne son sempre eguali in tutto il mondo. Avvicinandomi alla Cordillera, trovandomi gi in mezzo ad essa, mi sentivo a casa mia, at home. Un giorno dopo esser arrivato qui, anche il Fitz Roy non aveva pi nulla di straordinario: era la mia montagna, la montagna meravigliosa, che guardavo ormai con familiarit, con confidenza, con sicurezza.
Ieri vagavo solo attraverso la landa sconfinata alla ricerca di un'estancia che non sapevo dov'era: il Fitz Roy sempre pi vicino mi faceva dimenticare con la sua imponenza la stanchezza del lungo cammino. Ma mi pareva cos strano il pensare di essere in America, di esser tanto lontano dal mondo e di sentirmi cos bene, cos padrone di me e delle mie montagne, cos felice nella solitudine sconfinata. S, felicit: non pensare pi nulla, non sapere pi nulla del mondo tanto lontano; vivere della vita vera di queste montagne, di questa gente forte e rude, di un'onest e di una seriet morale tutta montanara. Questa  sincerit, solidariet e spontaneit; questa  la gente ch'io ho sempre amato e che tanto raramente ho potuto trovare nell'ipocrisia della vita civile.
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Come avrei potuto credere che da tanta felicit, sarei di colpo ripiombato nell'ipocrisia dei miei compagni cittadini? Come avrei potuto credere che al ritorno da una camminata di 30 km senza riposo, fatta per l'utilit comune, sarei stato accolto dalla diffidenza, dal sospetto, dall'ingiuria e dall'ipocrisia dei discorsini detti ad arte dietro la tenda? L'ipocrisia in citt mi nausea e mi disgusta, ma qui tra la purezza di questi monti  una bestemmia, che fa troppo male perch'io possa rispondere. L'unica risposta sarebbe di andarmene tutto solo tra queste montagne, che non mi negherebbero la sincerit della loro amicizia. Mi illudevo che questi compagni mi potessero rimanere indifferenti per tutto il viaggio e si potessero conservare rapporti di reciproca comprensione e sopportazione. Ma l'ingiuria di ieri  una ferita che non pu essere sanata n perdonata: i rapporti non potranno essere chiariti con l'ipocrisia, e diverranno sempre pi tesi fino a spezzarsi. Non so cosa avverr, n dove trover la soluzione: intanto il Fitz Roy che ieri vedevo gi cos vicino e sentivo gi cos mio, ora  fuggito lontano. L'ipocrisia  l'unico nemico contro cui non ho armi per combattere, ma la sincerit della montagna mi dar la forza e la volont di vincere. E vorr vincere tutto solo, perch la vittoria sia tutta mia e non sia profanata dalla bestemmia dell'ipocrisia e dell'ambizione borghese, meschina e vile.
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6 febbraio. S, non era con quel preludio di urto coi compagni che potevo accingermi a una grande conquista. L'attesa e le lungaggini ci hanno fatto perdere le uniche eccezionali belle giornate che ci avrebbero potuto consentire la salita della montagna meravigliosa.
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Con la pesantezza dei campi e dell'organizzazione di tutto l'equipaggiamento, siamo arrivati al campo base, mentre io percorrevo ogni tappa, quasi ansioso di avvicinarmi al monte. Mi sentivo cos solo, circondato dalla diffidenza dei compagni e cos a disagio al loro contatto, ma cos felice appena mi trovavo solo a vagare tra le selve sconosciute, seguendo quasi istintivamente le tracce delle pecore. Natura ricca di boschi intricati e spinosi, di vallette, di ruscelli, di laghi: dalle radure il Fitz Roy appariva sempre pi superbo e imponente. Ritornavo con l'animo pieno di luce, incantato da quelle visioni di superba bellezza: ritornavo presso la rude e cordiale schiettezza di questi montanari, che paiono rispecchiare la sincerit e la forza di queste crode: e tanto pi mi nauseava il trovarmi a contatto col viscidume dell'ipocrisia cittadina che mi aveva seguito fin qui dall'Italia.
Col carico pesante saliamo lentamente per i ghiacciai. Alle prime incognite ci leghiamo e parto con Titta in ricognizione. In lui ho subito sentito istinto di alpinista vero, completo e sicuro, che non avevo certo potuto immaginare prima: una decisione pronta e sicura, un istinto che proviene solo da ricca esperienza, una fermezza ardita, ma mai temeraria. Tra noi si  subito creata la solidariet della cordata, e l'ho subito sentita come un grande bene umano nell'asprezza della lotta. Anche il giorno dopo, nell'attacco alla spalla del Fitz Roy, la lotta fu tutta sua, ma l'ho saputo seguire con quella partecipazione che viene soltanto dalla cordata. Leo invece mi  sempre rimasto l'ospite indifferente, che si  preso insieme per fargli piacere, ma che non pu dare alcun aiuto n morale, n materiale. Aldo ha avuto un atto di generosit, di cui non l'avrei mai creduto capace: accompagnarci fino al Campo Alto, faticando per portare il forte carico, pur avendo gi rinunciato all'ascensione.
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All'attacco al mattino, gi ad ora tarda e stanchi del giorno precedente, non possiamo superare la crepaccia. Attacchiamo alla sera in un altro punto: Titta supera la crepaccia, poi procedo io, destreggiandomi con divertente gioco su placche di magnifico granito bianco. La notte ci sorprende mentre Titta sta gradinando un ripidissimo sdrucciolo ghiacciato: procediamo ancora nel silenzio immenso della notte di plenilunio, fino a un sasso ghiacciato ove ci accomodiamo per il bivacco. Spettacolo fantastico, quel regno di crode e di ghiacci sconvolti, biancheggianti nell'intenso e sfuggente chiarore lunare.
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Al mattino, ancora lungo lavoro di piccozza: mi piaceva la sicurezza di Titta, nel suo gradinare metodico sullo sdrucciolo ripidissimo e uniforme, tutto solo con la corda tutta sfilata dietro. Quantunque senta ancora per il ghiaccio la diffidenza dell'inesperienza, capisco come anch'esso possa avere un fascino pari a quello delle grandi placche di granito. Finalmente raggiungiamo la spalla: la piramide rocciosa del Fitz Roy si erge sopra di noi pi formidabile che mai, ancora per oltre 700 m. I miei compagni sono stanchi per il lungo lavoro sul ghiaccio: io invece sono voglioso, smanioso di azione. La fessura obliqua, che appariva la pi praticabile  troppo pericolosa per caduta di pietre. Io vorrei attaccare da un'altra parte, pur di attaccare la mia montagna, ora che finalmente l'avevo vicina e la toccavo. Sapevo che era assurdo, irragionevole forse, attaccare un'impresa di estrema difficolt in queste condizioni di stanchezza e senza viveri; ma io volevo affrontare la montagna, volevo raccogliere la sua sfida, volevo accettare la lotta a qualsiasi condizione, volevo osare con quella temerariet e quella potenza di volont che sempre mi aveva fatto trionfare. I compagni mi hanno invece imposto il ritorno come era ragionevole: ho sentito alla gola un nodo di pianto per la rinuncia, come raramente mi avviene di provare: sapevo che la rinuncia era probabilmente definitiva. Se un'impresa non riesce al primo assalto, ben difficilmente mi riesce per quanti altri tentativi io possa fare. E la rinuncia era amara: forse nessun'altra montagna, neppure la Marmolada, avevo cos intensamente desiderato e amato. Ritorno: s, non ero stato sconfitto, perch non avevo neppur tentato, ma il ritorno significava rinuncia. Nessun'altra montagna mi poteva pi importare, n interessare: quella che avevo sentito cos mia, che avevo avuto a portata di mano, mi sfuggiva ora lontana, irraggiungibile.
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Ritorno al campo: senza riposo riprendo le ricognizioni. Anche il vagare per boschi e per valli ignote, ove ogni quadro ha il senso di una rivelazione e di una scoperta,  tanto ricco. E ripensavo alle Msules, ripensavo se non sia vero che la vita per me sia da ricercare non pi nell'impresa, e nella conquista eroica, ma nell'amore.
Fitte foreste di alberi nodosi e contorti con ramificazioni di una variet pittorica inesauribile: alberi morti, legne secche: branchi di cavalli selvatici fuggono galoppando: lepri e uccelli sfuggono intorno, senza paura dell'uomo, che non hanno ancora conosciuto: alcuni bellissimi, picchi neri, con la testa a ciuffo rosso cardinale. Anitre e otarde si lasciano trasportare dalle rapide del fiume, cullandosi e rimbalzando sulle onde: un'anitra, col petto color rame risale la corrente vorticosa di pietra in pietra, fermandosi a beccare i moscerini nell'aria.
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Dalla foresta si sbuca improvvisamente in una piana prativa: la valle del Rio Electrico  sbarrata da una successione di cordonate moreniche regolarissime, tra cui il fiume insinua piccoli e incantevoli laghetti. Il fondo  chiuso dai soliti grandi ghiacciai, e da una muraglia nera e uniforme, tutta merlata in cima da enormi seracchi di ghiaccio, dalle forme pi bizzarre. A destra il Fitz Roy eleva le sue pareti giallo-rossicce, pi che mai verticali, compatte e probabilmente inaccessibili.
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Ma io voglio andare ancora pi avanti, nella mia smania di vedere e di conoscere, procedo ancora per placche e strani mammelloni rossi e levigatissimi, solcati tortuosamente da infossature erbose ed acquitrinose, che creano un paesaggio fantastico da bolgia dantesca, e giungo fino all'ultimo vallone: un urlo di gioia: il Fitz Roy mi appare con un aspetto tutto nuovo, pi imponente e maestoso che mai: la sua parete domina il fondo del vallone con un'altezza di forse 2000 m. Ma qui le sue creste attenuano la loro verticalit, le sue enormi placche di granito bianco, solido, asciutto e pulito, paiono invitare ad un'arrampicata superba. Scendo nel vallone di corsa, quasi ebbro: mi sembra di conoscere per la prima volta che cos' la felicit. Vorrei correre fino a quella parete, correre con tutto lo slancio della mia felicit e della mia rinnovata speranza: il Fitz Roy mi  ancora una volta vicino, e da qui  accessibile, mi invita con un'arrampicata affascinante.
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Il solito ostruzionismo dei compagni mi esaspera. Si cercano scuse per andar da un'altra parte, considerando perduti inutilmente i giorni per i tentativi al Fitz Roy, ritenuto inaccessibile. Il tempo cambia: forse  finito il bello, forse le condizioni per la scalata di una parete di 2000 metri non si realizzeranno pi. E trasportiamo il campo nella valle Fitz Roy.
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Pioggia, vita di campo spensierata e beata: sorda ostilit con Aldo e un pochino anche con Leo, cameratismo con Titta. Si unisce a noi il figlio Madsen, innamorato dei suoi monti che vuol venire a conoscere con noi: la freschezza del suo entusiasmo  un alito di vento vivificante e nonostante la sua inesperienza alpinistica, lo accogliamo nella nostra cordata come un amico.
Ma queste montagne di ghiaccio non mi interessano: non posso sentire l'ascensione come un'impresa mia: la salita si risolve in una marcia pi o meno faticosa, girando ed evitando crepacci e seraccate: per me ha il solo senso di una meta panoramica e poich c' nebbia e vento la salita non ha scopo. Vado solo per accompagnare i compagni e li seguo passivamente. Il Fitz Roy appare tra gli squarci di nubi superbamente impennato e grandioso. Ci arrestiamo a bivaccare in una buca nella neve: il giorno dopo nella tormenta ridiscendiamo. Il ritorno mi  del tutto indifferente: la gita aveva il solo scopo di trascorrere alcune giornate in attesa e nella speranza forse vana che ritornino le condizioni favorevoli per la salita al Fitz Roy, la mia montagna. La vita qui si risolve in un'attesa indifferente e senza tempo. Solo soffro il peso di una compagnia noiosa e soprattutto il peso di dovermi sempre trascinar dietro in ogni tentativo due individui se non tecnicamente, certo moralmente inetti ad ogni genere di vero alpinismo e soprattutto a queste montagne.
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Poich pi di quant'altre io abbia conosciuto, queste montagne richiedono forza morale, solidariet a tutta prova, spirito di sacrificio e di rinuncia ad ogni non indispensabile benessere e soprattutto decisione e rapidit di esecuzione. Il clima sempre incerto e variabile, il vento quasi incessante, le formidabili difficolt tecniche di ghiaccio e di roccia e soprattutto le costruzioni estremamente ripide e ardite da ogni versante e le incrostazioni di ghiaccio impastate dal vento sopra pareti verticali, fanno di queste montagne quanto di pi formidabilmente difeso io abbia avuto occasione di vedere e alcune di esse, come il Cerro Torre, danno la pi spaventosa impressione di assoluta inaccessibilit con mezzi naturali, anche a chi come me  abituato a vedere sempre una ipotetica possibilit in ogni monte e in ogni versante. Per vincere queste montagne ci vuole una forza morale e una forza di volont di una cordata di eccezione e son convinto che solo se arriver a liberarmi degli inutili fardelli e ad aver piena libert d'azione con Titta, potr riuscire a realizzare qualche vera impresa e non qualche sciocca buffonata.
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11 febbraio.  strano come la salita del Doblado non mi abbia dato alcuna soddisfazione n alcuna gioia. Eppure  una bella cima, importante, l'unica cima della Cordillera Patagonica, che sia stata finora conquistata dall'uomo. E se ci ancora non era sufficiente a darmi soddisfazione nel mio rapporto assoluto e personale con la montagna, aggiunger che la salita non  stata del tutto facile, ha avuto tratti assai interessanti,  stata un po' strappata di forza nella violenza del vento e che vi ho partecipato attivamente e vivamente. Eppure quando in vetta Titta mi ha chiesto se ero soddisfatto, il mio s stentato, certo non ha potuto nascondere la mia perfetta indifferenza per quella calotta nevosa che non riusciva a darmi alcun interesse, che non potevo sentire come mia. Il mio occhio cercava continuamente tra le folate di nebbia, l'ineguagliabile architettura del Fitz Roy che appariva da qui come un ciclopico cono di roccia appuntito e arditissimo che si erge d'un solo balzo per 2300 metri sopra la valle ghiacciata. Quando potr ritornare a lui? Alla mia croda meravigliosa?
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22 febbraio. Brutto tempo stabile, pioggia e neve quasi ininterrotta per giorni e giorni. La convivenza con Aldo al campo diveniva insopportabile: la tensione sempre pi irritante per tutti e due. La giornata assonnata e oziosa mi era interminabile. Ho offerto a Titta di dedicare alcuni giorni in una passeggiata al Lago S. Martin. Ma ha rifiutato: effettivamente lui cerca l'ascensione per l'ascensione: il resto non gli interessa. Leo invece ha accettato con piacere e il suo desiderio di vedere e di conoscere lo fa un buon compagno di gita e di viaggio. Qui non si sente pi quella sua mancanza di decisione, di volont e di spirito di sacrificio che lo rendono inetto a una grande ascensione: lui cerca l'avventura dell'ignoto, ma l'avventura comoda: forse vorrebbe anche l'avventura eroica, ma non ha la forza d'animo sufficiente. Cos ce n'andammo a zonzo alcuni giorni, a cavallo e a piedi, per valli, laghi e boschi meravigliosi. Pioggia e bassi velari di nubi nascondevano i monti: il nostro era un vagare cieco, seguendo il sentiero che ci guidava attraverso paesaggi continuamente nuovi. Nulla di tutto questo era segnato sulle carte: la nostra gita aveva tutto il sapore avventuroso di un viaggio di esplorazione. A un tratto ci affacciamo verso il Lago S. Martin: il tempo si schiarisce improvvisamente e una superba Cordillera di picchi grandiosi e ghiacciati ci si schiera di fronte. Un'enorme ghiacciaio nero e seraccato, estremo lembo settentrionale dell'altipiano ghiacciato continentale, scende maestoso fino a tuffarsi nel lago. L'azzurro dell'acqua sorride in contrasto coi cupi e ripidissimi fianchi che lo serrano d'ambo i lati. Dopo 15 km una sottile cordonata morenica lo sbarra come una diga: solo uno stretto rio  riuscito a scavarsi un varco lateralmente e a sfociare nella continuazione del lago. Raramente ho goduto di uno spettacolo cos strano e pittoresco.
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Sulla piccola penisola morenica  la piccola estancia di Gomez, che ci accoglie con la tradizionale ospitalit patagonica.  lui solo a godersi tanta meraviglia di paesaggio; vive solo la maggior parte dell'anno, distante parecchie ore di cavallo dall'essere umano pi vicino, isolato da una cordillera insuperabile dalla sua patria e da un confine e una barriera doganale da ogni naturale sbocco verso l'Argentina. Per vendere le sue lane deve chiedere un permesso speciale a Buenos Aires o lasciarsi strozzare da profittatori e contrabbandieri. Eppure vive l da 9 anni e non ha alcuna intenzione di andarsene: passa le serate suonando sul grammofono il suo repertorio di dischi che ormai deve sapere a memoria: non  n un bruto n un filosofo, n un lama tibetano, ma un uomo normalissimo, civile e gentile, abbastanza giovane e intelligente per potersi fare una strada in qualsiasi parte del mondo. Eppure  felice l nella sua solitudine, con le sue pecore. La sua vita sembra un mistero o una condanna: o  la natura che con la sua ricchezza inesauribile  ragione sufficiente di vita e di felicit anche nella grande solitudine? O l'ignoranza della sua stupida vita? Anche Martin Bierg diceva che gli anni in Patagonia passano tanto presto, che ci si trova ad averne molti dietro le spalle senza che ci si sia accorti del loro trascorrere. Forse perch qui l'uomo ritrova la sua vera vita, che  bastare a se stesso, che  la solidariet col prossimo nella lotta contro la Natura avversa e scatenata, e non lotta col prossimo e distruzione di ogni bene e ideale umano; che  soprattutto verit e amore e non ipocrisia e odio, come nella vita borghese.
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27 febbraio, Rio Gallegos. Vigliacco! S, vigliacco: ho abbandonato il terreno senza neppur aver lottato; ho ceduto passivamente agli altri, abbandonando ci che sentivo cos intimamente come mio, per altre mete che non mi interessano.
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Con Leo avevo deciso di fermarmi pi a lungo al Lago Viedma lasciando partire Aldo e Titta e rinunciando a eventuali e ipotetiche salite in Cile. La neve che continuava a cadere abbondantemente rendeva assurda la speranza di fare ancora qualche cosa al Lago Viedma: ma se l'alpinista facesse solo quel che  ragionevole per prima cosa non andrebbe in montagna. Io sentivo quelle montagne come mie, ormai le conoscevo e mi sarebbe bastato qualche giorno di buon tempo per compiere qualche salita, che mi desse quella soddisfazione ch'io cercavo ora cos avidamente e di cui avevo cos bisogno. Mi sembrava che se mi fossi liberato dalla compagnia di Aldo, se fossi rimasto col solo Leo, alpinisticamente nullo, mi sarei di nuovo sentito solo, avrei di nuovo posseduto quella libert che solo la solitudine pu dare e nella gioia della libert avrei ritrovato la forza di volere forse anche l'impossibile. Il Fitz Roy mi  stato veramente vicino solo nei momenti in cui mi trovavo solo di fronte a lui e fin dal primo giorno avevo sentito che doveva essere una conquista mia e tutta mia. Per questo io volevo rimanere: per questo io dovevo rimanere. Titta invece ha insistito per andare in Cile, nella speranza di poter ancora fare qualche cosa, affinch il risultato di questo viaggio non fosse del tutto negativo e non potendo fare nulla da solo e meno ancora con Aldo, ha insistito perch venissimo anche noi. Io ho la convinzione che non si far nulla, perch non son montagne queste che si possano salire di colpo e la stagione  troppo avanzata per permetterci le necessarie ricognizioni e il necessario lento approccio materiale e morale a queste nuove montagne. Eppure non ho saputo rifiutare all'amico, non ho saputo di fronte a lui sostenere l'apparentemente assurdo contro l'apparentemente ragionevole. Per lui son partito: mi pareva doveroso non sciogliermi dall'amico che mi era stato cos strettamente unito nella cordata.
Vigliacco: e un nodo di pianto mi serrava la gola come quel giorno sulla spalla del Fitz Roy, quando i compagni mi costrinsero al ritorno, che io presentivo fin d'allora come definitivo. Sconfitta? Peggio: vigliaccheria della fuga.
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Ancora tutta la "meseta": riconosciamo il cammino gi percorso a ogni svolta, a ogni guado, a ogni casa. Branchi di guanachi galoppanti o al pascolo insieme alle pecore, torme di struzzi, voli di anitre e di otarde, lepri e conigli, un armadillo, sono l'unica diversione nelle lunghe ore di auto attraverso la steppa. Poich per i capricci di Aldo abbiamo rinunciato anche all'ultimo progetto, di andare direttamente a Magellano attraversando tutta la regione dei laghi. Ormai che ho abdicato ad ogni mia volont, ormai che ho rinunciato a ci che pi mi importava, tutto il resto mi  affatto indifferente.
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Non so ancora come andr a finire questa commedia. All'episodio del Rio de las Vueltas avevo gi sentito che la rottura sarebbe divenuta inevitabile; peccato solo che non si sia verificata subito, ch il nostro soggiorno in montagna sarebbe stato pi gradevole e pi conclusivo. Invece  avvenuta solo ieri a Piedrabuena. Ogni giorno l'urto con Aldo diveniva pi acuto: ogni volta ch'io aprivo bocca voltava ostentatamente le spalle o rispondeva con insolenza. Ieri si  sfogato lamentandosi di un mucchio di cose immaginarie, sfalsando come d'abitudine atti e parole. Gli ho detto con tutta calma che ero disposto a rimborsargli fino all'ultimo centesimo le spese che aveva fatto per me, ma che non ero disposto a lasciarmi insolentire tutto il giorno. Finalmente si decise a dichiarare che non voleva pi continuare con me e che oggi qui avrebbe sciolto la compagnia. Gli risposi che avrebbe potuto decidersi al Lago Viedma, invece di insistere per farci partire per il Cile; ma poich in Cile ci venivo per Titta e non per lui, era poi lo stesso, e se avessi potuto andare senza di lui, tanto meglio. Evidentemente sperava ch'io tornassi solo in Italia, battuto e umiliato si accorse troppo tardi della solidariet degli altri due compagni verso di me e che se dovevamo separarci, chi doveva tornar da solo in Italia, sarebbe stato lui, facendoci una figura assai meschina. Ora, dopo tanti paroloni grossi, e dopo che Titta gli ha detto di non fare il bambino (!), vista la mala parata, pare che abbia intenzione di rimangiarsi tutto,  tutto ammansito e gentile perfino con me, e viene a Magellanos con noi, con l'intenzione (pare) di proseguire per il Nord. Ne avrei fatto a meno volentieri della sua compagnia, che ci guaster anche l'ultima parte di questo viaggio: ma tanto  lo stesso, poich con la partenza dal Lago Viedma ho rinunciato a qualsiasi speranza di poter concludere qualcosa quaggi e tutto mi  ormai indifferente.
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Con Aldo sono ormai del tutto libero, e anche lui mi  ora indifferente: non ci parliamo e ci ignoriamo reciprocamente. La solidariet risoluta dei due compagni verso di me, ha dimostrato a lui e a tutti che nel nostro dissidio il torto non era dalla mia parte. Forse a lui rimane il rancore della sconfitta, della ritirata umiliante e della figura fatta. A me rimane solo il dispiacere che l'immensa ricchezza di questo viaggio non sia stata accompagnata, come avrebbe potuto e dovuto, da eguale serenit.
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21 febbraio, Oceano Pacifico. Mare, ancora mare (trasferimento in mare per il Cile). Che senso di pace e di immensit sconfinata! E come tutta la nostra vita e le nostre cose paiono piccole e meschine di fronte a tanta immensit! Dopo il vento e il freddo della Patagonia, dopo le burrasche di Magellano, oggi mi trovo improvvisamente nel mare aperto e calmo come l'oceano. Frotte di isolotti rotondi e coperti di bosco emergono dalle acque, come un'immensa regione montuosa inondata dall'oceano, da cui emergono solo gli estremi cocuzzoli. La nave si destreggia sfiorando scogli e isolotti. Il sole cala lontano, tuffandosi nel mare luminoso di riflessi di rame, mentre dal lato opposto un vulcano tutto bianco di neve si spegne in una rosea foschia. La notte  chiara di stelle: la luna si riflette nel mare con una grande striscia argentea. Col lento beccheggio della nave, pare che tutta la volta celeste dondoli sopra di noi cullandoci. Pace, silenzio, riposo, immensit. Non si pensa pi a nulla perduti nel vuoto infinito.
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Dall'inverno di Magellano, siamo tornati all'autunno, all'estate: dai ghiacci flottanti nei canali, alle palme, ai frutteti carichi, ai fiori. Il Cerro S. Lucia, breve cocuzzolo di verzura che sorge nel mezzo della citt,  tutto un giardino, con vialetti e sentieri che s'inerpicano tra i dirupi fioriti. La citt si stende ai piedi, dilagando vasta verso le montagne. Nel fondo, leggermente velata di una luce diffusa, diafana e irreale, la cupola bianca del Nevado del Plomo. La montagna  lontana, sembra quasi un miraggio: domani vado ad essa, ma senza convinzione: troppo la sento lontana dopo tanto tempo di ozio abbandonato, senza volont e senza slancio. So che dar tutte le mie forze per riuscire, ma so anche che non riuscir, poich non  pi possibile che qualche cosa mi possa pi riuscire in questo viaggio assurdo.  forse in un mese di vuoto o nell'insufficienza morale dei compagni che posso ritrovare ancora quell'impeto giovanile di qualche anno fa, e che sarebbe ora necessario per trionfare in pochi giorni su un colosso di 5400 m, che ha resistito a tanti attacchi di gente allenata e preparata? Ancora non si  convinti dell'assurdit di voler improvvisare un'ascensione su queste montagne, come fossero le guglie delle Dolomiti?
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2 aprile, Jumcal. Invece questa volta si erano realizzate le condizioni necessarie per darmi la vittoria e avevo ritrovato con Titta la mia cordata. Questa volta non  stato un ritorno o una rinuncia,  stata una sconfitta. Eppure mi ha dato pi gioia questa sconfitta di tante altre vittorie, perch qui finalmente avevo ritrovato me stesso, ho riscattato la vigliaccheria delle rinunce in Patagonia, lottando con tutte le mie forze, fin dove l'impossibile mi ha fermato. Il primo giorno, a soli 3000 m, gi un cerchio di ferro mi stringeva la testa e mi dava spossatezza: ancora una volta si doveva riconoscere l'assurdit di voler tentare una montagna difficile di 5400 m, con un mese di mare per tutta preparazione. Ma il giorno dopo gi salivo a 4000 metri senza fatica. Il mattino del tentativo il tempo pare cambiare: ci offre a Aldo la scusa per rimanere in tenda. Presto comincia a nevicare: saliamo senza convinzione fino a 4000 metri a portare rifornimenti e presto siamo di ritorno. Il sole splende di nuovo nel pomeriggio e la neve sparisce rapidamente. Il mattino seguente anche Leo rinuncia. Mi sentivo cos felice di salire nel mattino sfolgorante di luce, senza la zavorra dei compagni inetti, col sacco leggero, con Titta che sentivo cos vicino e cos deciso. Mi pareva di essere un altro, di ritrovare quel me stesso che da tanto tempo non sapevo pi riconoscere, tutto voglioso di azione e di lotta, tutto smanioso di vittoria. Ancora una volta mi pareva che nessun ostacolo mi avrebbe potuto fermare e gi sentivo la cima, distante ancora 2000 metri cos vicina e cos mia. Abbandoniamo la ferramenta, abbandoniamo le scarpe chiodate, per diminuire il nostro forte carico; abbandoniamo quasi tutti i viveri: ci pare tutto inutile e che la nostra volont di vittoria deve bastare a condurci in vetta senza bisogno di aiuti. Saliamo lenti, misurando le nostre forze che ci dovranno sorreggere per 3-4 giorni ad altezze a cui non siamo abituati; sostiamo ansimanti, preoccupati di non stancarci; eppure l'altimetro sale rapidamente. A 4000 metri ci leghiamo: attacco la parte pi ripida e pi problematica di tutta la cresta: una fessura strapiombante mi fa ansimare; poi rocce facili: procediamo lenti ma continui. Ecco che anche l'altro salto ha il suo punto debole: un diedro verticale con buoni appigli. Mi pareva di aver ritrovato lo slancio del Sass Maor o del Focobon, che sapeva infrangere ogni ostacolo, che sapeva trovare la chiave del passaggio anche nelle muraglie che parevano pi inaccessibili. Mi sento cos in alto e cos felice e sento in Titta una cos perfetta rispondenza, che ormai sono sicuro della vittoria. La prima Torre  raggiunta: la parte pi ripida della cresta  superata. Sono appena le 3 e abbiamo gi salito 1.350 m: forse la vittoria sar anche pi facile e pi rapida di quanto avessimo osato sperare.
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Quando un intaglio improvviso e inaspettato ci sbarr la strada, ne restai sorpreso; non mi pareva possibile che qualcosa venisse ancora a frapporsi fra me e la meta, ora che credevo di aver ritrovato in me quella volont di vittoria che sempre mi aveva fatto trionfare di ogni pi audace impresa. Non cercai neppure di forzare, non solo perch mi  parso subito vano ogni sforzo, ma soprattutto perch quell'ostacolo mi diceva chiaramente che il mio cammino era finito. Ritorno rapido per evitare un bivacco, che realmente temevo per il freddo eccessivo: ritorno non umiliato, ma quasi festoso, perch questa volta avevo finalmente lottato, avevo dato quanto era in me di dare. E nella mia ritrovata sensazione di essere e nella ritrovata padronanza di me stesso e della mia croda, mi sentivo di nuovo agile, sciolto e leggero; in 3 ore avevamo ridisceso i 1.300 metri di cresta.
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Non mi sentivo battuto, ora che avevo ritrovato il contatto con la montagna e il dominio di essa, e gi guardavo dove avrei potuto tentare nuovamente questo enorme colosso roccioso, che gi sentivo cos mio, che aveva saputo rieccitare il mio spirito agonistico, fino a fissare in essa il mio puntiglio ambizioso e la mia volont di vittoria.  strano: il primo aspetto di questi monti mi aveva lasciato cos freddo, quasi ostile: quegli eterni valloni brulli e monotoni senza vista e senza vita, serrati fra altissimi fianchi di petraia rossastra, senza un albero, senza un filo d'erba, senza un animale, mi dava un senso di tristezza e di desolazione che non mi poteva dare nessun fascino. Lo stesso massiccio del Leones, pur nella sua grandiosit, pur con la sua fantastica parete verticale, mi appariva come un ammasso di rocce frantumate, crollanti e repulsive. Quasi per dovere passai in rassegna i vari chilometri di parete, ma l'esame di quelle rocce sfasciate e ghiacciate mi aveva dato quasi un senso di disgusto, s da scoraggiare qualsiasi tentativo. Scelsi alfine la cresta, come la via alpinisticamente pi logica, pi diretta, pi bella, anche se non la pi facile. E questa montagna ch'io non volevo neppur tentare, questa montagna a cui son venuto solo per compiacere a Titta, questa montagna che mi era parsa cos repulsiva, appena attaccata potei sentirla cos intimamente mia, s che il semplice tentativo fallito, pot darmi la maggior soddisfazione alpinistica ch'io ebbi in tutto il viaggio.
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Ora tutto  finito, la partenza  decisa: ritorner mai al Leones? Mentre sento sempre cos vivo il fascino per la Patagonia, per i suoi monti, per la sua vita, per le sue tempeste, quello del Leones rimane un puntiglio o poco pi che un capriccio, un desiderio di spuntarla nella partita: un sentimento quindi piuttosto vano, che va sempre pi perdendo la sua forza nella mia vita attuale, che va sempre pi decisamente orientandosi verso la luce e l'Amore superiore. Questo viaggio infatti non ha fatto che confermare pi decisamente che mai l'orientamento delle Msules.
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8 aprile. Mare, ancora il mare con la sua infinita ricchezza di luci e di vita. Nella notte nera, le stelle brillano, piccole e luminose. Uno specchio di luna scherza dietro le nubi, quasi onde di velluto nero, iridato d'argento. La prua della nave taglia potente l'onda: la spuma biancheggia nella notte riflettendo con bagliori fugaci le mille luci della nave. E poi l'incanto di Rio, della sua baia, dei suoi monti, della sua vegetazione tropicale. In me un senso di nostalgia e di tristezza per tutto quello che ho lasciato, un senso di solitudine in mezzo a molta gente che mi  del tutto indifferente e che mi d noia, perch non mi lascia neppur star solo con la mia solitudine. E non posso non pensare quanto era pi bella la baia di Rio vista dal ponte pi alto con la Sig.ra Ranieri, quanto erano pi ricche quelle notti vissute accanto a lei. Forse non vi  nulla di pi dolce e nulla che faccia tanto bene, quanto la comprensione intima e profonda di due anime umane. Oggi sono stanco di solitudine, sono stanco di questi mesi passati sopportando un compagno che odiavo e due compagni indifferenti. E ho quasi rimorso di aver vissuto cos solo un'avventura cos ricca come questo viaggio, un'avventura che avrebbe potuto essere cos profondamente umana e che invece mi ha reso pi che mai selvaggio e ribelle contro il mio prossimo, pi che mai insofferente di questa nostra vita cos vana e cos vuota.
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29 aprile. Mann, Novalis, Maeterlinck, Tagore, Kipling: fa bene, pur nella distrazione svagata della vita di bordo, ritrovare il contatto con la cultura, dopo tanti mesi di assenza e di inattivit mentale, con compagni con cui non era possibile trovare alcun contatto di cultura o di pensiero men che banale. Lo stesso senso di risveglio appassionato che ho trovato in poche battute di Beethoven sentite occasionalmente in un cinematografo, o quando nei boschi della Patagonia ripetevo un canto di Dante o una lirica di Rilke. E mi pareva che anche ci che sapevo a memoria avesse un senso cos nuovo, una profondit sconosciuta fino allora, un'umanit cos vera. La voce stessa con cui le pronunciavo non aveva pi quell'enfasi cantante, che cercava solo l'armonia del verso, ma era solo un parlato cos intimamente vero e sentito, che illuminava la poesia di una luce tutta nuova. Come tutto  cambiato in me dopo le Msules! Mi sforzo sempre di trovare in me quello che avevo sempre conosciuto prima, e invece in ogni aspetto della mia vita e del mio essere, mi ritrovo cos profondamente diverso, quasi da non riconoscermi. .
 ben ora ormai che io accetti questo nuovo orientamento, tanto pi profondamente umano, di cui avevo avuto la sensazione nell'ora stessa passata sulle Msules, e concordemente ad esso io orienti il cammino della mia vita.  ora di por fine al dubbio, all'incertezza, al bivio e di seguire quella strada su cui ormai mi trovo con tutti e due i piedi, rinunciando per sempre a quella vita, che, anche se mi dava pi gioia, ormai non  pi mia. Non volevo staccarmi da quella strada luminosa e su cui camminavo tanto dritto e tanto sicuro, forse per nostalgia, forse per pigrizia di non dover ricominciare tutto da capo. Mi pare che questo mio orientamento attuale sia ancora tutto da scoprire, da studiare, da riconoscere: non so ancora vederci chiaro in esso, non so ancora dove mi dovr portare, non so ancora se non esiger un cambiamento radicale in tutta la mia vita, anche esteriore. Dovr proprio giungere fino alla liquidazione totale di quello che  stata la mia vita fino ad oggi? Il periodo eroico, il periodo di Siegfried,  certo definitivamente chiuso ma questo mio orientamento verso una pi profonda umanit, verso l'amore, forse logica evoluzione della natura umana,  essa un'evoluzione verso l'alto, verso un amore superiore e mistico da Parsifal, o  semplicemente un ritorno alla realt della vita comune, una necessit di rientrare nel consorzio umano? Potr ancora guardare il mondo dall'alto della mia solitudine, o dovr mescolarmi a quel consorzio, da cui tuttora rifuggo e la cui vita mi sembra tanto meschina, gretta e inutile? Probabilmente n l'uno n l'altro; ma se dovessi dire oggi qual' la mia concezione della vita e della personalit umana, a cui dovrei orientare il mio ideale e la mia vita pratica, certo non lo saprei definire.
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Domani rientro in patria: ritorno senza gioia e senza tristezza: l'inattivit, l'ozio forzato di due mesi, dopo la partenza dalla Patagonia, e il tedio della vita di bordo mi danno ora un'indifferenza assoluta, acciecano in una specie di letargo ogni sensibilit e ogni attivit. Penso alla vita che mi attende, alla ripresa del mio lavoro, all'estate in montagna, ormai vicina, agli amici che ritrover e che mi daranno ancora una volta il bene del loro affetto e della loro comprensione, ma vi penso senza quella gioia che dovrei provare a ritrovare la mia vita e tutto ci che  mio dopo tanti mesi di solitudine e di ozio, e vi penso senza quel senso di meschinit e di disgusto che provavo in Patagonia ricordando la nostra vita europea. Ora non ho che indifferenza. Tanto pi che non so come mi ritrover ora in quella che fu la mia vita, non so neppure se in essa cercher una ripresa dell'attivit, o una liquidazione totale per orientarmi verso mete del tutto diverse.
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20 giugno. Ho ridato vita al mio lavoro al punto in cui l'avevo lasciato. E il mio lavoro era a quel punto, come se l'avessi interrotto la sera prima, ma io che lo riprendevo dopo la lunga parentesi non ero pi a quel punto. Pi avanti? Pi indietro? Non so; certo molto lontano. Non so ancora dove andr a finire. Certo, a volte credo di capire, poi penso che non c' niente di vero. Probabilmente lo sbocco di questa crisi sar in un rinnovamento totale di me stesso e della mia vita; forse ancora una volta dovr ricominciare tutto da capo. Ma perch? In ogni modo ci che oggi mi preoccupa  esclusivamente l'interrogativo di me stesso. Ogni altra cosa mi  indifferente. Anche il ritrovare gli amici non mi ha dato nessuna gioia.
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 passato di qui Battista, ma non l'ho potuto vedere;  passato Bruno, sempre eguale, sempre forte della sua ingenuit improvvisatrice. Si allena per andare all'Eiger e ci si mette d'impegno. Mi ha detto di andare con lui, ma io ho rifiutato. Due anni fa sarei andato all'attacco con la certezza che ne sarei arrivato in cima con quella stessa semplicit con cui risolvevo ogni problema. Oggi non lo posso pi; non perch abbia paura, ma perch so che oggi non potrei avere una grande vittoria; non le difficolt tecniche o la mia incapacit fisica mi rigetterebbero, ma una circostanza esteriore, come alla seconda terrazza della Marmolada o alla spalla del Fitz Roy. Come una volta sembrava che l'ostacolo si annientasse sul mio cammino prima ancora ch'io lo affrontassi, cos oggi l'ostacolo si erge prima ancora ch'io inizi la lotta. Battuto, senza neppure aver lottato.
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Sono andato alla Presolana ad arrampicare; una cresta qualunque; mi sentivo molto gi d'allenamento, molto fiacco, ma la mia tecnica mi bastava per superare qualche passaggio anche abbastanza difficile. Ma non era la difficolt ch'io temevo; mi sembrava che ad ogni momento su quella cresta dovesse rizzarsi un ostacolo insormontabile e finch non son stato in cima, mi chiedevo continuamente con una curiosit tra ironica e incredula, se sarei arrivato in vetta. Da quattro domeniche ora, per una circostanza o per l'altra, non son pi andato in montagna; anche nelle piccole cose, nelle minime,  tutta una serie di contrariet, di nessun conto, ma non insignificanti. E come potrebbe essere altrimenti? Come potrebbe andarmi bene qualche cosa, dal momento che ho rinunziato ad ogni iniziativa, al controllo di me stesso e della mia vita? Dal momento che rimango inerte ad attendere l'evento, invece di essere io a crearmelo?
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L'altra sera ho suonato la Walchiria con uno slancio e una partecipazione come da molto tempo non mi avveniva; da un paio d'anni infatti non riuscivo pi a prender sul serio questi eroi wagneriani, mi sembravano dei donchisciotte di cartapesta, che sbraitavano a vuoto. Nulla infatti di pi ridicolo dell'eroismo wagneriano, se anzich accettarlo immedesimandosi, lo si piglia sotto una fredda critica obbiettiva e realistica. Ma se l'altra sera ho ritrovato in tutta la sua grandezza lo slancio eroico di Siegmund, ci vuol dire che questo slancio in me non  ancora spento. E perch non debbo pi saper ritrovare questo slancio d'azione, di volont e di dominio anche su una parete verticale? Perch debbo lasciar morire nell'inerzia dell'apatia e del dubbio quello che c'era di pi bello in me: la mia sicurezza e la mia franchezza rettilinea? Forse basterebbe una chiara vittoria nella vita o sulla croda, per rimettermi in arcione, per permettermi di rialzare la testa e di fissare il mio sguardo dritto in avanti. Ma la trover questa vittoria? Ne sar capace o ne sar degno?
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6 luglio. Sono passati di qui Bruno e Battista nello stesso giorno; che contrasto: Bruno in partenza per la sua impresa, ricco di entusiasmo spensierato, grande ragazzone sereno e limpido come un ruscello di montagna. Battista con la noia deprimente di un mese di servizio militare, con la profondit e la complessit dei suoi secondi piani e delle sue quinte, illuminate spesso con lampi improvvisi di certe sue frasi cos spontanee, semplici e cos grandi che rivelano tutto il suo essere, acutamente sensibile. Avevo quasi paura di non ritrovare pi con lui, dopo tanti mesi, quel senso di intesa e di reciproca comprensione profonda, che si era creato nelle poche giornate vissute insieme tra i monti. Avevo paura di provare anche per lui l'indifferenza che avevo provato per gli altri amici di Milano. Mi  bastato l'espressione del suo sguardo, qualche suo atto timidamente trattenuto, qualche mezza frase quasi strappata dal bisogno forse inconscio di dire tutto se stesso a chi pu comprendere, per sentire quanto mi sia ancora vicino, quanto mi faccia bene la sua sincerit, e come Battista sia ormai il pi vero, forse l'unico vero amico nel pi completo senso della parola ch'io ancora possegga; l'unico che mi possa dare col suo affetto un vero bene, l'unico che mi possa dare con la sua comprensione un appoggio morale, l'unico a cui potrei dire senza reticenze tutto me stesso.
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16 ottobre. L'inerzia mi ha accompagnato in montagna. Andavo ad arrampicare quasi per forza di abitudine, perch c'ero sempre andato e non c'era nessuna ragione ch'io non ci andassi anche quest'anno; ci andavo per non dover confessare a me stesso e agli altri che quest'anno non avevo voglia di andarci, perch'io non ero pi io, quasi per un residuo di ambizione di dover svolgere una certa attivit alpinistica per tener alto il mio nome. Naturalmente non  cos per forza, senza voglia n volont, o per ragioni di prestigio personale, che si pu raggiungere la vittoria in montagna. Ci andavo fidando che l'inerzia residua della mia capacit tecnica e della mia esperienza mi portasse in cima, augurandomi continuamente di non incontrare una difficolt che mi impegnasse seriamente. Temevo la difficolt non per la paura di cadere, ma per la paura di dovermi impegnare; poich sapevo di andar bene finch mi portavano i miei mezzi fisici, ma se un passaggio richiedeva la spinta dell'audacia e della volont di vincere, queste mi mancavano e, se non potevo piantare un chiodo, altro non mi rimaneva che retrocedere. .
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Andavo a tentare salite celebri in tutte le zone delle Alpi, ben sapendo di trovarle assai meno difficili della loro fama. Ma se per caso incontravo un passaggio veramente difficile, lo studiavo lungamente invano fino a persuadermi che non c'era modo di aggirarlo, n di piantar chiodi, fino a stancarmi, ma non mi decidevo a provarmici, quantunque lo vedessi benissimo e avessi un'assicurazione poco sotto, solo per mancanza di slancio e di decisione.  cos che invece di riuscirmi tutte le salite, come ero abituato (o viziato) un tempo, quest'anno me ne riuscivano regolarmente una s e una no.  cos che son tornato indietro non solo nei tentativi di parecchie vie nuove (Punta Guglielmina, parete della Sciora di Fuori, C. d'Ambiez), ma anche su vie gi percorse da altri, come sulla fessura Deye della Torre di Riofreddo, dove in tre ore di tentativi non ho saputo trovare la decisione di buttarmi su una paretina di pochi metri, di cui del resto vedevo benissimo il passaggio. Nella stessa situazione mi son trovato alla fessura Knubel del Grpon dove non sapevo decidermi a superare un passaggio di un metro, che vedevo benissimo: alfine mi ci son buttato non per reale volont di vincere l'ostacolo, ma solo per onor di firma, e come il topo che non osa attraversare una camera, ma scivola lungo i muri, cos anch'io mi son tenuto cos ben attaccato alle corde, che quando avevo gi quasi superato il passaggio, mi  mancata la corda e son volato via. Quella stessa baldanza, quella bramosia di osare, quella sicurezza di vincere sempre ogni ostacolo, che mi avevano guidato e sostenuto in tutte le mie lunghe campagne alpinistiche, erano proprio ci che mi mancava ora, proprio ora che la mia tecnica ed esperienza alpinistica hanno raggiunto la loro piena maturit.
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Eppure proprio il giorno che maggiormente ho sentito questo vuoto  stato il giorno che ho saputo raggiungere l'unica mia vera vittoria di quest'anno. Ritornavo dall'insuccesso alla Parete della Sciora di Fuori e mi domandavo se valeva la pena ch'io insistessi ancora in un'attivit che non mi poteva portare pi ad alcun risultato; sentivo vivamente che l'alpinismo era divenuto per me una parola vuota, o almeno troppo povera per potermi dare una sufficiente soddisfazione, se disgiunta dall'interesse esplorativo di una compilazione di guide o di regioni sconosciute.
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Partiamo con comodo dal rifugio e ci avviamo con passo da passeggiata per la lunga traversata di morene e ghiacciai: cammino come un automa distratto da questi pensieri: poi ci sdraiamo al sole sui bei lastroni di granito quasi non avessimo alcuna meta per la giornata. Ma proprio allora io mi risentii una volont d'azione, quale quest'anno non avevo ancora provato e persuasi Vitale di andare a vedere l'attacco dello Spigolo della S. Anna. Io invece ero ben deciso ad attaccare la parete del Badile e quasi mi stupivo che Bramani guardasse continuamente alla S. Anna, mentre io non guardavo che al Badile.  stato forse questa segretezza nelle intenzioni e nella decisione che mi ha fatto sentire l'impresa cos appassionatamente mia;  stato forse l'aver attaccato la parete alla 1 di pomeriggio e l'averla voluta attaccare quasi senza ammettere discussioni, nonostante l'opposizione di Vitale che non ne aveva voglia e non ne voleva sapere, che mi hanno ridestato quel senso di avventura, cercata e voluta, quell'audacia di gettarsi allo sbaraglio, malgrado le circostanze avverse, quella sicurezza di riuscita o almeno di saper degnamente lottare, che mi permetteva di imporre la mia volont sufficientemente forte per bastare all'impresa, anche se priva della solidariet del compagno, che mi seguiva quasi passivamente. N il ghiaccio che ricopriva la parete, n la continua incertezza sulla possibilit di proseguire su quelle enormi placche di granito, hanno potuto scuotere per un istante la mia fede e la mia sicurezza. Come nelle mie salite pi belle, come nelle mie giornate pi luminose, ancora una volta potevo inebriarmi nella gioia di quell'arrampicata stupenda. Non sapevo pi nulla n della mia crisi, n dei miei dubbi, n del compagno che mi seguiva: ero solo nell'immensit di quell'architettura che con una fuga gigantesca di placche, si ergeva con slancio gotico verso il cielo, convergendo nella cuspide luminosa, splendente nell'ultimo sole. Ero io, salivo, salivo sempre: tratto per tratto il passaggio si apriva davanti a me, innominato, difficile, ma sempre possibile, quasi fosse creato di volta in volta dalla mia certezza che il passaggio doveva sempre esserci. Mi sentivo cos sicuro quel giorno su quelle enormi placche esposte, aggrappato a quelle sottilissime crepe, in cui a stento e dolorosamente riuscivo a ficcare le dita col corpo tutto proteso in fuori, alla Dlfer; e salivo fino al termine della fessura, gi sicuro che dove questa moriva nella placca liscia, ne avrei trovato certo un'altra.  stata questa l'unica salita che io abbia potuto sentire veramente e intimamente mia, che sia stata condotta con lo slancio di un tempo in un rapporto esclusivo e diretto tra me e la montagna, l'unica quindi condotta con vera purezza di spirito, l'unica quindi che mi abbia potuto dare una vera gioia di vita, di vittoria e di luce. Anche altre salite sono state godute come i camini della cima di Riofreddo, le fessure del Grpon (a parte la Knubel), le placche dei Gemelli: ma nessuna  stata cos pienamente e puramente vissuta come la parete del Badile.
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Cos ho tirato avanti l'estate, sfuggendo sempre con una scusa o con l'altra la grande impresa; e quando ai primi di settembre son fuggito in Carnia con la scusa della nuova guida, ero segretamente felice di poter considerarla finita (senza onore e senza infamia) la mia stagione di arrampicate e di non aver pi l'impegno morale di fare ascensioni, di cui l'unico stimolo era un insufficiente residuo d'ambizione. E mi son messo a girar da solo per monti quasi deserti, dormendo nelle malghe e nei fienili, tutto preso nell'esplorazione sistematica di questa regione per me del tutto nuova. Quelle ore di cammino per sentieri faticosi, quei dislivelli che tanto mi pesavano per portarmi agli attacchi delle arrampicate per me prive di interesse, ora si moltiplicavano dall'alba al tramonto, quasi senza riposo, con un'aderenza cos viva al paesaggio, con una gioia di vivere quelle giornate luminose di autunno in semplice e sincero contatto con la natura, che ancora una volta ho dovuto riconoscere pi chiaro che mai quello che avevo visto gi sulle Msules; per me l'alpinismo e la vita stessa non si esplica pi nella volont d'azione, ma nell'amore, nella dedizione e nella comunione con ci che so amare; soprattutto la Natura. Come gi in Patagonia avevo trovato la felicit, non nell'ascensione del Doblado, ma nella scoperta del versante inesplorato del Fitz Roy o nella gita per boschi e per valli al Lago S. Martin, cos qui, pi in piccolo, ho trovato soddisfazione e il senso della mia attivit in montagna non nella salita dei pi arditi picchi delle Alpi, ma nel vagabondaggio senza meta tra i boschi e gli alti pascoli della Carnia.
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Ottobre. Ed ora qui di nuovo nella quiete riposante di Tregnago, tanto adatta per un temporeggiare assente, senza che mi richieda alcuna iniziativa. Anche nell'assembramento famigliare e nel chiasso di 10 bambini, riuscivo a sentirmi meno estraneo degli altri anni, a trovare anzi un certo affiatamento. Ora, partiti tutti, la casa  rientrata nel silenzio: profumo di fiori, cinguettare di uccelli su tutti gli alberi, caldo di sole, luci e colori di infinita ricchezza, smaglianti notti di luna: in me calma e serenit di una vita uguale e senza tempo; una passeggiata al Monte Cerri, le mie note sulla Carnia, la vendemmia, Huxley, un po' di pianoforte (ove pure comincio a ritrovarmi), sono tutta la mia giornata. E vorrei che questa serenit autunnale si prolungasse fino a primavera: mai come quest'anno, con la mia incertezza e povert di vita, ho guardato con ripulsione all'avvicinarsi del lungo grigiore dell'inverno e alla deprimente ipocrisia dell'ambiente cittadino.
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28 novembre. Un giorno ho sentito un impulso di leggere al pianoforte alcune poesie di Rilke, specialmente quei versi ritmati e armoniosi della storia dei Re Magi, mi bastava di leggerli perch la mia voce scorresse svolgendo quel ritmo in un fraseggiare melodico, fresco e leggero che pareva legato a quelle parole come fosse scritto, tanto era immediato e spontaneo. Appena terminato, ho ricominciato da capo; la melodia si  svolta in molti punti differente, ancora pi tersa e luminosa, quasi il fluire cristallino di un ruscello alpino. Stavo ad ascoltare la mia voce, i suoni che le mie dita provocavano scorrendo la tastiera, con un senso di curiosit, passando di sorpresa in sorpresa a una cos continua variet e ricchezza di toni e di riflessi, con cui gli armoniosi versi di Rilke si colorivano, come per incanto. Ero completamente estraneo alla creazione a cui assistevo ammaliato, a questa nascita spontanea della melodia, a cui la mia voce serviva solo da strumento per concretarsi. Avrei voluto che un disco di fonografo potesse fissare quel miracolo e ridonarmelo ogni volta che quella serenit mi fosse venuta a mancare. Il miracolo non si ripete; la freschezza di un attimo, tosto sfiorisce ed  perduta per sempre. Quante volte ho cercato di ritrovare quella melodia breve e trasparente, non mi  riuscito altro che frasi grevi ed opache, faticosamente estorte da un ricordo troppo fugace.
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Il defluire della vita  come il moto dell'onda; infinite onde fondono e compenetrano il loro moto a costituire l'eterno divenire del mondo. Come vano sarebbe il cercare di arrestare l'onda dell'oceano prima ch'essa abbia raggiunto il vertice o la sua depressione, cos vano riesce ogni sforzo di voler arrestare la china fatale prima di aver toccato il fondo, prima di essersi purificati attraverso l'esperienza del dolore, per essere di nuovo degni di ascendere verso la luce.
Anche la mia vita  sempre stata un ondeggiare periodico tra la luce e la tenebra, tra la fermezza e lo smarrimento.
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1938.
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17 gennaio. Non ho mai voglia di prendere in mano questo diario, perch non ho nulla da scriverci. Mi pare di trascorrere il mio tempo in una specie di letargo ozioso, in attesa di non so cosa, forse della rinascita della mia vita. Inganno il tempo con un lavoro assiduo, metodico, calmo; ma il lavoro  senza gioia, perch  senza meta, e la calma  serenit perch  senza ideali.
Il mio unico ideale sarebbe di andarmene da qui, lontano, lontano da questa atmosfera ammorbante, da questa vita sciocca e ipocrita, verso una vita pi vera, pi virile, pi umana, come quella della Patagonia. E il mio sogno  sempre l, ma quanto  lontano; e quanto debole son io, quando cerco di liberarmi da inutili vincoli borghesi, che ancora mi tengono avvinto a questa vita che non  per me.
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Sono andato ancora un paio di giorni in Austria con gli sci, non tanto per far gite, ch sapevo che le condizioni della montagna non lo permettevano, ma per respirare un po' d'aria pura dopo un mese di Milano. Ed ecco il sole rideva tra i boschi e dalle cime ebbre di luce spaziavo su valli e monti candidi, che si perdevano lontani nell'atmosfera lieve e trasparente. Mi pareva di essere un altro, di ritrovarmi ancora una volta; e nelle agili scivolate a valle mi lanciavo festante, come di una ritrovata giovinezza.
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La neve era malferma e pericolosa; studiai metro per metro il percorso per evitare la slavina, che il sordo boato sotto i miei piedi mi annunciava continuamente. Quando dovetti uscire sul pendio, mi sentii trascinare a valle insieme a tutta la spessa crosta nevosa; mi voltai e dopo pochi metri ne ero gi uscito lateralmente su terreno sicuro, e potevo contemplare lo spettacolo di quella densa fiumana, che scorreva lentamente e si ammassava in fondo, pressandosi in blocchi compatti. Tolsi gli sci e proseguii a piedi; subito dopo fui investito da una seconda slavina partita 10 metri sopra di me; piantai profondamente gli sci e mi aggrappai ad essi per ancorarmi e resistere al peso della neve. Una terza valanga, di pi imponenti dimensioni, si stacc pochi metri davanti a me, appena uscii su un lento pendio. Il pericolo non solo mi lasciava calmissimo e perfettamente conscio di quel che dovevo fare, ma anche del tutto indifferente. Il pericolo non mi ha mai fatto paura; da ragazzo forse era incoscienza, poi poteva anche essere eroismo, ora  indifferenza. Forse sarebbe meglio aver paura, piuttosto che questa stupida indifferenza. Ma son convinto che il miglior modo, forse l'unico di evitare il pericolo,  di non temerlo; ovverossia esser persuasi che non esiste.
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25 marzo. Venendo a casa ho incontrato un gruppo di giovani studenti, sui 15 anni, inquadrati al passo, al comando di un coetaneo caposquadra in divisa di avanguardista. I ragazzi erano evidentemente poco intimiditi dall'autorit del compagno coetaneo e parlavano, discutevano, ascoltando il caposquadra solo nello scandire il passo. Questi, non riuscendo a imporre la disciplina, fa un salto avanti, e, in mezzo alla strada e davanti a tutti d uno scapaccione al primo ragazzo della prima fila. Il ragazzo ha un moto di spontanea reazione, poi, considerando la divisa e la momentanea autorit di cui  rivestito il compagno, vince lo sdegno che trabocca dal suo viso paonazzo di rabbia. Il caposquadra ridacchia, fiero del suo trionfo e soprattutto di aver dato un bello scapaccione in pubblico al suo compagno, in un momento in cui era sicuro che questo non glielo avrebbe potuto restituire. Il pubblico osserva e commenta il gesto. Forse a nessuno per viene in mente di scorgere in questo gesto un esempio significativo della vigliaccheria che l'educazione fascista genera nei giovani, rivestendoli di divise e svuotandoli di moralit.
E ancora una volta, sempre pi netto e deciso, si delinea il mio atteggiamento psichico verso la montagna. Non pi l'impresa pi o meno eroica, ma il vivere nella montagna e della montagna, fino ad immedesimarsi in essa, fino ad annullarsi in essa.
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25 aprile. Una settimana di pace e di solitudine nella luce della grande montagna, ecco quello che da lungo tempo sognavo, quello che solo poteva ricondurmi a ritrovare me stesso e la felicit. S, una settimana fra i ghiacci del Monte Bianco, sciando e arrampicando sui lunghi ghiacciai silenziosi, sulle rocce solitarie che appena si spogliavano del loro aspetto invernale nel sole di primavera. Ripensavo al tedio e alla nausea della Mer de Glace nell'estate scorsa, quand'era tutta brulicante di centinaia di turisti gracchianti; ora era tutta candida e intatta; solo qualche vecchia pista di sci guidava tra le crepacciate come un segnavia muto nella solitudine. Al rifugio solo la rude e cordiale ospitalit del custode; sopra, pi nulla. Serenit e luce; orizzonti infiniti, immensit della montagna, quasi tumultuosa nell'accavallarsi ciclopico di architetture stupende. E tutto questo incanto, questo gioco di luci e di masse, era l tutt'attorno a me, solo per me. Vicino a me Bruno col suo affetto e la sua dedizione cos generosa, con la sua passione cos semplice e sincera. Abbiamo salito il Dente del Gigante, quello sprezzato pinnacolo, che mi parve tanto meschino visto da Courmayeur, quella banale e breve arrampicata, che nessuna soddisfazione mi avrebbe dato in altro momento e forse anche la nausea delle lunghe comitive chiassose; ora cos solo nel fulgore di questo meriggio di sole, mi sapeva dare la gioia piena di ritrovarmi su quella meravigliosa placca di granito, di arrampicarmi agilmente sulla solida roccia asciutta, nel sole e nel vento. E poi scorrazzare con gli sci dall'uno all'altro ghiacciaio, senza un programma, senza una meta, in felici corse veloci fra scenari grandiosi e stupendi, rapidamente mutevoli; e ritrovarsi cos tutto solo fra le mie montagne, con un compagno amico, in un'atmosfera di oblio e di felicit. Riposo, distensione di nervi. Mi concedevo tutto a godere istante per istante quelle giornate di serenit ineffabile; e non sapevo pi nulla, volevo non saper nulla, ma soltanto vivere e sentirmi vivere. Pareva che l'aria pura e rarefatta dei 4000 metri fosse entrata anche in me sgombrando tutto quello che di torbido e di inutile vi potesse essere rimasto, lasciando a una distanza pi grande dell'oblio ogni ricordo del fango cittadino in cui mi dibattevo pur dianzi.
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Ho voluto chiudere la breve campagna con la salita del Monte Bianco, in compagnia di Vitale e parecchi altri milanesi. Ottimi compagni e amici tutti, alpinisti e cordialmente simpatici. Ma era tutt'altra cosa, tutt'altra atmosfera. La montagna bellissima aveva cessato di vivere per me; era solo l'oggetto fisico della mia ascensione.
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6 maggio. Ho ritrovato finalmente la sig.ra Ranieri. Dico finalmente perch la desideravo e non potevo dimenticarla: eppure non l'avevo mai cercata, pensando che forse era meglio per lei e per me non incontrarsi pi e allontanare il ricordo come un sogno che si mescola alle notti d'incanto sul mare e al fascino della Baia di Rio. Quest'inverno l'avevo vista pochi momenti alla stazione: mi era parsa ancora pi bella, di una finezza di lineamenti ancora pi delicata: ma in quei brevi momenti nulla si era potuto scambiarsi oltre le poche notizie sommarie, affrettate e del tutto banali. Temevo di non trovar pi qui, al contatto di questa vita reale, quella comunione spirituale che avevo trovato in quella vita di sogno del viaggio. Il fatto che sia stata lei questa volta a cercare di me, mi ha sciolto da ogni riguardo, mi ha fatto sentire ancora pi libero, pi vicino, pi spontaneo. Il discorso  ripreso con quella naturalezza con cui si era iniziato la prima sera sul piroscafo, ed  ripreso al punto stesso in cui l'avevamo lasciato all'arrivo a Santos, come fosse stato ieri. Ricordavo esattamente ogni nostra parola. Alla partenza del treno si  di nuovo interrotto bruscamente. Ma  un filo che non si spezza; pu interrompersi per mesi o per anni, lo si ritrova poi pi vivo e pi solido che mai.
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2 giugno. "Se la tecnica non  pari all'amore, la montagna ripaga duramente chi l'avvicina" (Zapparoli). Ma se l'amore non  pari alla tecnica, l'alpinismo diviene un virtuosismo assurdo.
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13 giugno, Sappada. Finalmente una giornata di calma. Alcune giornate di pioggia, mi hanno fatto rimettere al corrente con tutti gli arretrati del mio lavoro. La pioggia scroscia senza interruzione; sono qui solo in questo lindo alberghetto ospitale, nella calma di una giornata di riposo e senza meta. Dalla finestra vedo i prati tutti fioriti, i boschi madidi di pioggia, le crode che ogni tanto riescono a squarciare i densi velari di nubi e a sbucar fuori a frammenti, quasi apparizioni irreali.
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Son corso fra i monti, ancora carichi di neve in disfacimento; giornate di sole, e giornate di pioggia violenta; ma io vagavo egualmente da mane a sera per sentieri e per boschi, per valli e per creste, bruciato di sole o fradicio di pioggia, instancabile e insofferente di ogni sosta. L'Elda mi ha seguito sempre con una dedizione assoluta e affettuosa; ma quando nel suo affetto o nella sua mal trattenuta espansione sentivo, non pi il compagno di gita, ma la donna, io provavo un senso di fastidio, perch volevo essere solo con la montagna, e tutto per la montagna; e al suo affetto rispondevo con bruschi atteggiamenti, gelidi come frustate. Ma forse proprio per questo lei mi si avvinghiava con una dedizione sempre pi abbandonata, come un cane bastonato; e io sentivo che qui non posso ricambiare il suo affetto. Il mio amore per la montagna  troppo forte e troppo esclusivo. E anche questa constatazione  un'esperienza risolta. E al ritorno dai monti, una scappata a Firenze; di quelle scappate senza scopo e senza scuse, volute solo per aggiungere gioia a gioia, in un periodo di cos fresca sensibilit e di cos intensa capacit di vita. L'incanto di un meriggio sereno sui colli di Fiesole e la serena incomparabile purezza architettonica della Baita Fiesolana, i grandiosi contrappunti della Messa di Beethoven e la sempre rinnovata sorpresa che danno chiese e palazzi di Firenze, pur visti cento volte, la profonda e schietta umanit nella stilizzazione dell'arte arcaica egizia, greca o medievale e un primo incontro con l'intelligenza vasta, aperta e appassionata di Fosco Maraini, sono state altrettante esperienze profondamente vissute.
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Pochi giorni a Milano per la rapida liquidazione degli impegni col CAI e prima di tornare in montagna, eccomi di nuovo un giorno a Firenze. La realizzazione della Walchiria nei giardini di Boboli,  stata anch'essa un'esperienza indimenticabile. L'orchestra wagneriana portata all'aperto perdeva tutto il suo fragore rimbombante e si spandeva nella notte stellata con la freschezza di Mozart; gli urli delle Walchirie perdevano il loro carattere barbaro e selvaggio, e si incrociavano da un capo all'altro della collina, come richiami nella foresta, mentre i cavalli bianchi si lanciavano a galoppo sfrenato nell'ombra luminosa della notte chiara di primavera. L'azione si svolgeva rapida e movimentata nello scenario naturale, con piena libert di movimenti e di sviluppi; e anche quell'esaltazione eroica, che non sempre riesce a prender sul serio fra le quinte di cartapesta dei palcoscenici teatrali, qui poteva aver libero sfogo attraverso la purezza delle voci, non pi falsate dalle casse armoniche delle sale da teatro, ed assumeva un senso di cos profonda umanit, quale Wagner stesso forse non aveva mai sognato nelle sue barocche costruzioni di Bayreuth.
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Poi subito tra i monti di nuovo; questa volta con Bruno, come sempre compagno ideale, anche se ora fisicamente e moralmente abbattuto dalle gravi malattie recenti; ma il suo spirito ha sempre la sua fresca e schietta ingenuit e lo vorrebbe trascinare forse pi in l di quanto il suo fisico oggi consentirebbe. Sono andato fra le crode; crode facili, per allenamento; volevo realizzare un allenamento lento e progressivo che mi mettesse a punto e mi desse quella sicurezza e quella fiducia che l'anno scorso non avevo mai trovato. Ho subito ritrovato tutte le risorse della mia tecnica; arrampicavo su rocce facili, ma anche nei passaggi pi esposti mi sentivo a posto e sicuro, come non sempre mi avviene in principio di stagione e arrampicavo libero tutta la cordata, senza un chiodo e senza un'assicurazione, godendo ancora una volta della mia ritrovata sicurezza baldanzosa e sempre trionfante. Era il mio spirito smanioso di avventura, che rinasceva in questo periodo di felicit, o era la sicurezza che mi dava la compagnia di Bruno? Volevo collaudare questo spirito, la mia capacit di spirito e di azione su una salita difficile; ma il cattivo tempo ha troncato sul nascere ogni attivit.
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Bruno ora  ripartito e ricomincer come l'anno scorso l'avvicendarsi di compagni indifferenti, con cui non posso affiatarmi, ch non mi danno la forza morale di volere la grande impresa. Eppure oggi mi sento cos smanioso di azione, che mi pare che potrebbero realizzarsi tutte le condizioni per ritrovare anche la mia capacit eroica. Trover in me stesso la forza necessaria? Oggi specialmente che il mio amore per la montagna  sempre pi decisamente orientato verso la pura dedizione, oggi che l'ambizione della grande impresa  totalmente spenta? Oggi sono sulla soglia della risoluzione imprevista della mia crisi, verso una luce rinnovata e purificata; sapr raggiungere quell'affermazione che sola pu ridonarmi la fiducia piena in me stesso e nella mia capacit di volere?  possibile che la mia crisi si dissolva cos senza l'esperienza della tragedia, o  solo una stasi luminosa e momentanea, da cui precipitare pi in basso? Solo le mie crode mi possono dar risposta a tutti questi interrogativi. E, come sempre, da loro e solo da loro attendo con fiducia la risposta a ogni dubbio e l'aiuto per risollevarmi a nuova luce.
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3 agosto, Milano. Ho telegrafato a Pisoni da Verona; a Trento mi aveva gi raggiunto con la sua serenit radiosa e festante. Non  pi il ragazzo inconscio e avventato di qualche anno fa, ma nulla ha perduto della freschezza della sua passione. Faceva cos bene trovarsi con lui e sentire in lui quella passione ancora cos sincera, cos pura, cos spoglia da ogni ambizione. Veniva ai monti solo per i monti e sapeva godere l'arrampicata come il bosco, la malga e il pastore come il viaggio e i luoghi nuovi. Abbiamo trascorso giornate febbrili, rinnovando ogni giorno arrampicate in gruppi diversi, e poi anche qualche giornata di riposo abbandonandoci alla pace del bosco, del prato, del bagno nel torrente. E in ogni momento ho trovato in lui una sensibilit cos pronta e cos fresca, una rispondenza cos vivace, che ogni cosa era anche per me doppiamente goduta. Con lui anche in roccia mi son sentito di nuovo sicuro come nei miei anni migliori, e ho completato il mio allenamento. Non ho cercato la grande impresa, perch non desideravo la lotta, ma solo di vivere e godere in pieno abbandono quelle giornate di serenit.
Pisoni mi ha lasciato quando mi ha raggiunto Vitale con Zoia. In treno mostravo a Vitale man mano questo e quello, ma lui degnava appena di uno sguardo distratto, e continuava a discutere infervorato dei pettegolezzi portati dalla citt, o delle cose del suo negozio. Dovevo saperlo che lui va in montagna solo per l'arrampicata; eppure me ne sentii umiliato e rimpiangevo la passione di Pisoni, che era partito col treno in direzione opposta.
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Mi rinchiusi in me stesso come un riccio o una tartaruga nel suo guscio, per conservare gelosamente in me stesso la ricchezza che avevo conquistato nei giorni precedenti. Accettai Vitale come compagno di cordata, ma gli rimasi sempre lontano spiritualmente: feci un lungo giro da solo, felice di poter essere solo; anche la sua volgarit spesso mi dava noia. Volgarit che non dipende da educazione, ma da sensibilit d'animo; tant' vero che in un montanaro o in un pastore analfabeta si trova spesso una cos acuta gentilezza di sentimenti e di espressioni quale non si trova neppure in persone di ottima educazione o cultura. Lo accettai come compagno di cordata ma ero anche ben lieto che il tempo incerto mi offrisse la scusa di rinunciare all'ascensione. Tentai un giorno una salita nuova; superai lunghi tratti di difficolt estrema, lieto di saper ancora una volta vincere, pur sentendomi cos solo di fronte alla montagna. Ma quando cominciai a sentirmi fisicamente stanco, la mancanza di un appoggio morale, ancor pi che materiale, mi tolse ogni volont di insistere. Alla montagna oggi vado con amore, quasi come ad un rito, e mi spiace portarvi chi per mancanza di amore, pu profanare il rito; e la montagna stessa mi si nega quando vado a lei coi profani anzich con gli iniziati.
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Stasera parto ancora con Vitale e con altri per il Delfinato, voglioso di grandi ascensioni: riuscir a superare il disagio e ad isolarmi nel mio misticismo fino a vincere tutto solo? Non cerco pi ora la grande vittoria, pur sentendomi oggi in condizioni fisiche tali da conquistare qualsiasi successo: mi manca l'ambizione e la volont eroica che mi spingano alla lotta e alla conquista. Ormai il rapporto con la montagna  esclusivamente di amore e cerco soltanto la montagna da amare, non da conquistare o da vincere. E ne ho una soddisfazione pari a quella delle mie pi grandi vittorie, ma pi pura, pi alta, pi serena: e la mia ascensione rimane tutta per me, non inquinata o imbrattata da pettegolezzi di alpinisti, chiacchiere di giornali, o puttanesimo di medaglie.
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Amore, amore: ecco la soluzione della mia crisi, ecco la luce che deve ormai illuminare il mio cammino. L'avevo gi intuito il giorno delle Msules, l'avevo capito ancor pi chiaramente in Patagonia; ma non mi ero saputo decidere ad abbandonare le mie mete eroiche, temendo che la rinuncia all'eroismo dovesse significare rinuncia alla montagna. L'eroismo non si pu comandare, come non si comanda l'amore; la campagna di quest'anno mi ha insegnato, senza pi possibilit di dubbio, che il vero sentimento che mi deve addurre alla montagna  soltanto l'amore. Ogni ascensione in cui ci fosse, anche nascosto o inconfessato, un sentimento di ambizione, pi o meno eroica, mi  sempre fallita: sono sempre riuscito invece, quando sono andato alla montagna con sentimento di puro amore e con compagni che potevo amare e che sapevano amare al pari di me. Fin dal giorno delle Msules avevo capito che avrei compiuto qualche impresa in meno, ma che avrei saputo amare molto di pi. Ma ci vollero pi di due anni per ritrovarmi in cammino sulla nuova via. Gli anni scorsi, pensavo che fosse la mia incapacit o la mia depressione morale che mi vietava la grande impresa; ora non pi: mi sento in forma perfetta, capace di qualsiasi conquista; tecnica e allenamento mi rendono facile qualsiasi passaggio; in nessuna occasione quest'anno mi son sentito seriamente impegnato; ma la grande impresa non  pi per me, perch non so pi volere la conquista. Oggi so soltanto amare e amare in un modo cos puro, cos spoglio da qualsiasi altro sentimento nobile o ignobile, cos superiore e indifferente ad ogni rapporto o contatto della vita in cui vivo, che mi pare che soltanto ora ho imparato a veramente amare.
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4 settembre. Delfinato, brullo squallore riarso di valli lunghe e sprofondate tra erti fianchi bruno rossastri: piccoli villaggi sperduti nella gran pietraia: rara una macchia di verde che colpisce come un'oasi: rarissimi gli squarci che permettono di vedere o di indovinare le crode e le seraccate che si celano dietro i primi baluardi. Qui non  il facile turismo delle Dolomiti, ove anche una rapida corsa in auto permette di godere i pi stupendi paesaggi; qui anche il turista deve sapersi guadagnare le sue soddisfazioni, deve internarsi lungamente su per i valloni di monotona petraia, deve spesso traversare ghiacciai, inerpicarsi per ripide rocce. Solo allora si svela questo mondo cos strano e affascinante; le cime rocciose, le pareti immani, le guglie e le torri si moltiplicano a perdita d'occhio quanto pi si sale. Tra l'una e l'altra, fiumane di ghiaccio calano impetuose e sconvolte, riempiono le prime conche, s'infrangono in mille azzurri ricami sopra i salti di roccia, precipitano a valle spezzandosi in blocchi immani, che rotolano e rimbalzano col fragore del tuono. Poi  la vampa del tramonto che incendia queste rupi rossigne, il crepuscolo lento di luci sfumate, la notte tersa e stellata, luccicante di mille riflessi. Giornate luminose di azzurro e di sole, orizzonti limpidi e sconfinati. Gioia di vagabondare quasi alla scoperta di questo fantastico regno sconosciuto, gioia di vivere dalle cime queste visioni d'incanto, gioia d'abbandono in una contemplazione assente, assaporando anche fisicamente questo sole, quest'aria cos forte, cos sincera, sdraiato sui lastroni caldi del meriggio. Ancora una volta smania d'azione e desiderio di conquista: sulla parete della Meije sentivo e godevo di tutta la mia potenza fisica e della mia capacit tecnica; salivo senza impegnarmi nelle difficolt, libero ed agile sugli appigli solidissimi. .
Correvo per isolarmi dai compagni che si bisticciavano futilmente per reciproca incomprensione e ostentata insofferenza. Quando gi credevo in un successo eccezionalmente rapido e brillante, l'ultima fessura mi si presenta ricolma di ghiaccio: con pazienza e tenacia la rimonto tutta, fin sotto l'ultimo strapiombo, ma questo mi sbarra il cammino della vetta. Forse era peccato d'ambizione la speranza del successo brillante, forse era peccato l'accompagnare sulla parete meravigliosa i compagni, che si bisticciavano con animo malevolo: ancora una volta ho sentito che il rito d'amore non era puro, e la vetta mi si  negata. Due giorni dopo vi ritornai, un po' per puntiglio, ma pi ancora per avere la scusa di liberarmi dallo stupido questionare e vociare di due compagni: Vitale solo era trasformato; non pi l'asprezza, l'ambizione, la volgarit; in lui era solo solidariet affettuosa, dedizione e serenit; era ritornato il Vitale delle giornate pi belle passate con lui sui monti.
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Salii fino al punto di prima e ridiscesi; dell'ascensione non mi importava pi nulla; ero felice della giornata di serenit passata sulla croda calda di sole, ero felice della ritrovata solidariet e solidit della nostra cordata, che si snodava tanto agile e sicura sulla parete altissima e verticale. Se avessi raggiunto la vetta, certo non sarei stato tanto felice ridiscendendo per la cresta della via comune, popolata di cordate vocianti e profane.
La meta, la conquista per me non sono proprio pi nulla; il senso dell'alpinismo si risolve tutto nell'atto di comunione e d'amore con la montagna e col compagno di cordata.
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7 ottobre, Tregnago. Quest'anno la luminosit tersa di questo magnifico settembre pareva rispecchiasse la chiarezza solare ch'era nell'animo mio. Come al solito vagavo senza meta; avevo solo un certo numero ben definito di itinerari da percorrere, che dovevo esaurire entro una certa data. Partivo alla mattina in una direzione ma non sapevo mai ove sarei giunto alla sera; di ora in ora il mio programma si mutava, accoppiando gli itinerari nel modo pi impensato, con marce lunghissime e di grande profitto, cambiando letto ogni sera, da un albergo, a un rifugio, a un fienile, mutando ogni giorno paesi e genti, varcando pi volte il confine. Il vivere cos di ora in ora senza programma, d a ogni giornata, a ogni piccolo episodio, il senso di una grande avventura; e il vagare cos tra i monti e le valli, tra selve e prati, per intere giornate, l'aprirsi di orizzonti lontanissimi nel terso azzurro del cielo autunnale, la ricchezza infinita di luci e di colori del paesaggio settembrino, mi dava un tal senso di felicit, che il mio spirito era tutto aperto a vedere e a godere di ogni sfumatura. Anche i contadini erano in festa nel tagliare il fieno, finalmente sotto il sole che lo seccava dalla mattina alla sera; anche i pastori cantavano guidando il bestiame, lieti del sole e di non dover pi rientrare alla sera fradici della pioggia quotidiana; anche i caprioli nei boschi e i camosci negli alti valloni pareva balzassero pi agili e veloci e godessero anch'essi della gran luce del sole. E il verde fresco e ridente dei boschi entro cui il sole penetrava quasi scherzando coi raggi obliqui fra fronda e fronda, il fulgore delle crode che si stagliavano nell'azzurro del cielo con una nettezza e una vicinanza, che era quasi un invito, il colore delle vallate dei villaggi, di un paesaggio di infinita ricchezza, tutto era per me motivo di emozione e di felicit o mi prendeva talmente che giungevo quasi a perdere la nozione del mio io e ad abbandonarmi in un oblio senza spazio e senza tempo, solo guardando, godendo e vivendo di ci che mi circondava.
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Amore ed estasi. L'esperienza delle Msules si ripeteva, meno intensa forse, ma anche meno fuggevole. Quello che allora  stato l'incanto di un momento, ora diveniva il mio modo di essere. La Natura mi parlava con un colloquio intimo e cos ben comprensibile, cantava per me in tutta la sua gloria. Anche le crode le sentivo vicine, mi pareva mi attirassero con tutta la vivacit, quasi la necessit, dell'antico fascino. Volevo ritornare ad esse, ma non osavo; temevo di infrangere con una nuova sconfitta o con un'esperienza negativa l'incanto di tanta felicit. Alla fine mi ci volli provare; feci una salita con Soravito e mi sentii sicuro. Avevo una mano ferita e ancor tutta fasciata per una caduta in moto due giorni prima; che importa? .
Un bivacco in quella stagione e in territorio straniero; che importa? Soravito e Sancristoforo, ufficiali in servizio attivo, non potevano arrischiare lo sconfinamento in territorio tedesco; che importa? I compagni anzich incoraggiarmi, parlavano continuamente, e sfiduciati, del ritorno; che importa? Ero io solo con la mia stupenda parete, bianca, marmorea, verticale, e la sentivo ancora una volta cos intimamente e profondamente mia, che per me non potevano pi esserci ragioni o condizioni esteriori. E salivo senza arrestarmi, una cordata via l'altra: salivo cos spedito e con tanta sicurezza, che non avevo neppur bisogno di metter chiodi d'assicurazione. Il mio modo di salire era un'espressione di canto di cui la luce ch'era in me era la melodia e di cui il movimento delle mie membra segnava il ritmo sciolto e variato. Anche questa volta, come nell'anno sulle Pale, giunsi in vetta in un tempo brevissimo, senza un'incertezza, senza sentirmi in nessun punto seriamente impegnato e sempre con quel senso che questa volta nessun ostacolo avrebbe potuto fermarmi, perch doveva avere la sua soluzione.
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Avevo ritrovato la mia volont di vittoria? No, questa volta era la volont d'amore; non pi la potenza della volont eroica, non pi il trionfo nella lotta, ma il trionfo dell'amore. E per questo mi  parso che la nuova vittoria fosse tanto pi grande e pi sublime di ogni altra, tanto pi luminosa. La crisi che si  aperta il 18 marzo 1936 sulle Msules si  chiusa il 24 settembre 1938 sul Biegenkopf. Due anni e mezzo di incertezze per ritrovare il senso della mia vita. Ma oggi so che la mia volont ha ripreso di nuovo la pienezza del suo imperio, s da occupare e saturare cos perfettamente il mio cammino, da non lasciar spazio neppure per il dubbio pi sottile. Ma tale volont non  pi retta dal senso inumano della lotta, di eroismo e di dominio, ma spazia oggi in una sfera tanto pi alta e cos profondamente umana e sovraumana, qual  il sentimento dell'Amore. E la felicit che ne deriva  pi luminosa, pi piena, pi pura.
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17 novembre. Il fatto odierno  significativo: poteva considerare il battesimo come un'opportunit e come un atto formale privo di importanza morale: non era necessario dare un valore impegnativo a una cerimonia a cui lui (il fratello Manlio) per primo non crede. I bambini, anche se battezzati, avrebbero potuto egualmente crescere con piena libert di pensiero, come lui aveva desiderato finora. Perch invece rinunciare completamente alla propria convinzione, cambiare indirizzo e dare ai bambini una vera istruzione religiosa, con tutto l'annesso di pratiche cattoliche? Ilaria andava gi probabilmente creando in se stessa la religione pi bella e pi giusta: quella che ciascuno si crea secondo il proprio bisogno spirituale: come pu oggi credere con convinzione a tutto ci che preti e maestre le vengono a raccontare? Si pu avere una credenza se si  cresciuti in essa e si  accettata inconsciamente come cosa che non si discute, prima che la ragione sia in grado di formulare un dubbio? Pi tardi si pu acquistare una fede solo in seguito a una profonda crisi morale. Ilaria  gi troppo ragionevole per accettarla senza discuterla, mentre non pu avere ora una crisi di coscienza che le faccia sentire il bisogno di una fede. La sua religione sar quindi inevitabilmente soggetta al dubbio, non potr mai quindi essere una fede, forse anche pregiudicando irrimediabilmente la sua possibilit di avere una fede vera anche in avvenire. La Nene dice che far di tutto, per quanto sta in lei, affinch questa religione possa essere una cosa seria: tanto meglio, ma come  possibile? Si pu raccontare e insegnare tante cose anche senza esserne convinti; ma non si pu ispirare una fede se questa fede non  anche nostra nel pi profondo dell'anima. E allora perch dare una religione che non pu mai essere una fede? Perch pregiudicare in un bambino la possibilit di crearsi una fede, di darsi il conforto della fede? Perch assoggettare i propri figli all'ipocrisia degli insegnamenti dei preti? Non sarebbe stato meglio considerare il battesimo una semplice formalit opportunistica, e fare in modo che i bambini se ne dimenticassero al pi presto possibile, e almeno non vi dessero alcun valore?
Sembra che una volta di pi Manlio, di fronte a un'imposizione non voglia n ribellarsi n cercar scappatoie, ma che, costretto a subirla, l'accetti anche con scrupolosa lealt in tutte le sue conseguenze, quasi facendola propria. Chi non sa reagire all'evento, deve subirlo.
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16 novembre. Solo chi raggiunge l'amore  alpinista; non chi va alla montagna solo per sfogo di un fugace momento di esuberanza.
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15 dicembre. Forse io resto tanto ignoto a tutti per la mia ritrosia a parlare di me stesso. E allora mi pu aver conosciuto molto pi profondamente la sig.ra Ranieri, in quelle poche ore passate insieme, che molte persone che pur mi vivono vicine. Ma perch io dovrei far qualche cosa per darmi a conoscere? Non  questo un senso di gelosia e anche di ricchezza l'esser tutto quanto racchiuso in questo diario? Non  anche questo un modo di possedersi pi completamente e pi intimamente, l'appartenere soltanto a se stesso? Non perch si abbia nulla da nascondere, ma solo perch  la forma pi completa di libert morale.
Se mai volessi raccogliere in sintesi e tradurre in parole il mio essere, ne uscirebbe probabilmente un ritratto di una rassomiglianza cos esatta, cruda, tagliente, quasi feroce, che mi farebbe forse ribrezzo il rileggerla.
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 assai maggior presunzione pensare all'universo infinito, che non riusciamo neppur a intuire, che pensare al proprio universo ristretto e definito entro la limitata sfera della propria capacit intellettuale (del resto se anche l'universo fosse infinito, ognuno di noi potrebbe esserne al centro, poich qualsiasi punto  il centro di una sfera infinita!). E allora l'universo si identifica anche con la verit.  vero per noi solo ci che conosciamo, solo ci che  compreso nella sfera del nostro intelletto. Meglio ancora,  vero per noi solo ci che  in noi. Tutto il resto come potrebbe esser vero, se ci sfugge? Peggio, se ci  ignoto? Come potremmo considerare la verit, il mondo di apparenze ch' intorno a noi? Come ciascuno  al centro del proprio universo,  altrettanto al centro del proprio mondo reale (che in fondo  la stessa cosa),  al centro della propria verit. Non esiste una verit assoluta, ma solo una verit in ciascuno di noi; la verit assoluta  solo un'illusione data dalla concordanza su alcuni medesimi punti delle verit di tutti noi. La verit  solo in noi, ma in ciascuno di noi; anche nell'ipocrita, poich anch'egli non potrebbe esser falso se non avesse in s il vero a cui contrastare.
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Dicembre. Qualche volta vien sera e mi accorgo che in tutta la giornata non ho scambiato una parola con alcuno. E mi par strano, tanto  stata ricca la mia giornata; ma forse proprio per questo ha potuto esser ricca e cos serena. Non mi accorgo neppure del cielo grigio e della pioggerella insistente di quest'inverno uggioso, della nebbia tetra e opaca, che obbliga a tener accesa la lampada tutto il giorno. In me c' soltanto luce e serenit.
Vitale ha pubblicato sulla Rivista un articolo sulla parete del Badile, mettendo in bella mostra se stesso. Anche nella relazione tecnica che gli avevo dato, ha avuto cura di cambiare una cosa sola: anteporre il suo nome al mio. L'anno scorso, nelle notizie pubblicate dai giornali, aveva fatto finta di scusarsene; ora l'intenzione  troppo evidente in un articolo preparato e riveduto da lui. Al primo momento, confesso, me ne son seccato, perch nella relazione ufficiale almeno avrei voluto l'esattezza dei fatti, non foss'altro che per amor di esattezza. Ma in fondo che me ne importa?
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 un'ascensione quella che ho veramente amato; l'unica forse tra quelle compiute l'anno scorso.  un'ascensione che ho voluto io, mentre Vitale non voleva neppur attaccare;  un'ascensione che ho guidato io, anche per la ricerca della via, mentre Vitale  rimasto insolitamente passivo per tutta la lunghezza della parete, ad eccezione di un traverso su una placca di 5 metri che ha fatto per primo lui mentre io l'assicuravo da pi in alto.  quindi un'ascensione esclusivamente mia, mia perch per due giorni mi son sentito cos solo di fronte alla montagna, mia perch l'ho cos pienamente vissuta. E l'ascensione resta pi intimamente, pi gelosamente, pi segretamente mia, ora che il mio nome figura in secondo ordine e scompare nelle relazioni ufficiali destinate al pubblico. Le ascensioni che amo vorrei tenerle tutte per me, come un segreto, senza farne neppur parola con alcuno, oppure anche vorrei donarle a un amico, perch restino pi mie e perch mi diano felicit anche maggiore. Donarle s, ma non farmele carpire con cos bassa e sciatta ipocrisia. Da parecchio tempo vado osservando come Vitale riesca sempre meno a celare l'ambizione, la polemica e il pettegolezzo della sua attivit alpinistica e come quel velo di originaria passione che mai una volta pudicamente mi ammantava, vada sempre pi diradandosi. La disonest, specialmente con la montagna,  cosa che non posso assolutamente ammettere n perdonare. Non  per me che mi spiace la faccenda del Badile, ch la salita rimane troppo intangibilmente mia, tanto che non mi curo nemmeno di chiedere una rettifica; ma mi spiace di dover constatare troppo palesemente in lui quello che gi temevo. E nei nostri rapporti in futuro, non potr mai togliere tra di noi l'ombra della disonest, non potr mai cancellare l'impressione di aver a che fare con una persona immorale.
Ipocrisia!  mai possibile che non si riesca a lottare contro questo morbo che infesta e appesta tutta l'umanit, tanto che neppure i migliori amici si salvano dal contagio? Dove sono mai la verit e la sincerit? Dovremo proprio cercarle solo nelle bestie?
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22 dicembre. Non si pu amare senza conoscere, ma non si pu veramente conoscere se non per forza d'amore.
Un ciclo si  veramente concluso in questi ultimi mesi. L'evoluzione verso l'amore, che  nata con la crisi delle Msules e che ora ha raggiunto una completa coscienza, s da esser divenuto il fondamento della mia vita attuale.  stata una crisi, che mi ha dato molta incertezza e sbandamento, che in qualche momento mi ha fatto anche molto soffrire, senza che fosse giustificata da alcuna causa reale.  stata dovuta allo smarrimento, dato dall'improvvisa evoluzione avvenuta in me in un'ora sulle Msules. In fondo non sapevo credere che un accidente relativamente banale e una sensazione mistica di una breve ora, avessero potuto realmente portare in me e nel mio modo di essere e di sentire un rivolgimento cos sostanziale. E invece di farlo immediatamente mio e di orientarmi subito ad esso, ho cercato prima di aggrapparmi al mio passato, pur sentendolo irrimediabilmente superato, poi di attendere passivamente che l'evoluzione si compisse. Quando l'anno scorso, una tragica prospettiva mi ha fatto credere che in questo evento dovesse effettivamente sboccare la mia crisi (che in ogni momento del resto avevo sentito come inutile) e nella tragedia e dalla tragedia dovessi cercare la resurrezione, ebbi in questo evento esterno un primo fondamento di certezza e da quel momento ricominciai a camminare, fino a riacquistare la perfetta coscienza, fino ad eliminare ogni dubbio, fino a ritrovar la felicit in una "luce d'amore", che non  in contrapposizione, ma un'evoluzione del mito eroico del mio precedente periodo.
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1939.
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15 gennaio, Milano. L'anno si  iniziato in tripudio di luce e di sole. Raramente ho goduto tanto una campagna sciistica come in queste due settimane, passate girovagando attraverso tutti i monti della Carnia. La neve fresca e abbondante rendeva facile qualsiasi pendio, ammorbidiva ogni scossa; mi lanciavo veloce e senza paura, quasi voglioso di gridare la mia gioia e la mia ebbrezza. Lunghe salite tracciando la pista nei pendii intatti, traversate da valle a valle, percorsi di cresta, panorami immensi, visioni d'incanto di crode e di boschi: la Val Visdende era un paesaggio di fiaba con quelle immense foreste ancora cariche di neve, gli alberi e i rami tutti incappucciati come una processione di fantasmi, curvi fino a spezzarsi sotto il grave fardello; con un colpo di bastone, si scrollavano di dosso la cappa bianca ammonticchiata, risollevavano lentamente il capo curvato, si drizzavano quasi con un sospiro di sollievo e di gratitudine. Mi piaceva di girare tra quei boschi piani, affondando io stesso nella soffice coltre, e passare tra ramo e ramo, sfiorandoli senza agitarli, tra quell'inesauribile bizzarria di forme grottesche. Tra i fusti alti, dritti e nudi della pineta i raggi obliqui del sole basso penetravano tenui come riflessi dorati, scherzando con un gioco continuamente mutevole. Sole, sole, sole; inondava di luce le belle crode bianche del Peralba e del Ciadenis, puliva le pareti quasi da ogni traccia di neve, le riscaldava con una luce calda e dorata, mettendone in evidenza ogni pi piccola ruga o asperit. Erano cos vicine quelle crode, cos nette e cos vive che pareva vibrassero e cantassero ad ogni soffio d'aria, come le corde tese di un violino. Avrei voluto accogliere l'invito e correre ad esse, afferrare quegli appigli, accarezzare quella roccia tiepida di sole, bere a saziet della gran luce meridiana. E poi quando il sole era gi scomparso, prima dei freddi e taglienti riflessi della sera, grandi vampate di fiamma incendiavano il cielo, nuvole di rame intarsiavano l'azzurro; e la neve diveniva anch'essa tutta rosa, quasi non fiocchi candidi fossero caduti dal cielo, ma petali di pesco; pareva di sentirne il profumo e la soavit lieve.
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Periodo di lavoro, periodo di felicit, felicit del lavoro, di dimenticarsi, eppure di sentirsi essere nel lavoro. Lavoro intenso, fedele a un programma imposto, lavoro che mi assorbe l'intera giornata per esaurire ogni capitolo nei limiti di tempo prefissati. A volte ho quasi rimorso di lasciarmi assorbire cos completamente dal mio lavoro, di sacrificare questo periodo di lucidit a un lavoro cos arido e metodico. Ma appunto perch il lavoro  cos arido e metodico, richiede anche un ritmo, e solo con un ritmo incalzante riesce a procedere spedito e sbrigativo. Cos in questo mese sono riuscito a portarmi a buon punto anche con la Carnia, conciliando la monotonia della stagione con la monotonia del lavoro e sfruttando l'una per l'altra.
L'alpinismo senza amore  come il pietismo senza fede. Ipocrisia. Eppure le persone che vanno in montagna senza amore sono in proporzione ancora maggiore di quelle che vanno a messa senza una profonda convinzione.
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15 marzo. Sono andato via per bisogno di reazione fisica all'intenso lavoro sedentario di questo periodo. Non cercavo la montagna questa volta, ma solo lo sforzo e sono andato al Monte Rosa non per godermi la solitudine e l'immensit dell'alta montagna, ma solo per cercare nel grande dislivello il massimo sforzo e la massima reazione del mio fisico al malessere di una prolungata inazione: era con me Vittorio Gilberti e la sua fresca serenit piena di luce e di passione.
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Da Milano al mattino, da Gressoney alle due del pomeriggio; 2000 metri per salire alla Gnifetti; crostoni di neve gelata rendevano pi faticosa la salita. Ancora sotto i 3000 metri cominciai a sentire lo sbalzo di pressione e a respirare a fatica: non mi sentivo stanco fisicamente, ch avrei camminato anche tutta notte, ma ogni pochi passi avevo bisogno di fermarmi e respirare profondamente per rinnovar l'ossigeno che mi mancava. Salivo lentissimo, ma sapevo che a un'ora o all'altra dovevo arrivare e che sarei arrivato. Ho avuto l'impressione precisa, che anche a grandi altezze, dopo il dovuto allenamento, saprei trovare sempre la forza di volont per vincere la rarefazione dell'aria e per conquistare la meta. Gilberti invece, che era salito con fatica molto minore, fu colto da sfinimento poco sotto il rifugio e insieme da un cos profondo abbattimento morale, che mi disse che temeva di non farcela pi, con un tono cos depresso da far impressione. Forse era anche l'oscurit della notte che gli dava quel senso di scoramento, e l'incertezza di trovare il rifugio, che non sapevamo esattamente ove fosse.
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Pensavo all'anno scorso, alla lotta per raggiungere il rifugio dell'Hrnli: ma allora era lotta contro gli elementi, questa volta era lotta contro me stesso. E in questa seconda lotta sono stato probabilmente assai pi vicino allo sfinimento, ma mi sentivo nello stesso tempo assai pi forte e pi sicuro di vincere e di saper ottenere da me stesso fino all'estremo limite delle mie energie. Dopo una notte affannosa e insonne credevo di non poter salire oltre; invece appena calzati di nuovo gli sci, mi sentii perfettamente a mio agio come se fossi stato 2000 metri pi in basso. Il ghiacciaio era insidioso, i crepacci coperti dalla neve soffiata dal vento, eguale e uniforme, che celava la trappola senza che il ponte fosse abbastanza solido per sostenere. Camminavamo con molta attenzione e cautela, Gilberti davanti e io a pochi metri, con met della corda avvolta e annodata attorno al corpo. Eravamo al Col del Lys quando mi sentii sprofondare la corda dagli sci; sentii il tonfo del ponte che crollava dietro di me nell'enorme voragine: mi aggrappai un istante, poi caddi nel vuoto. La corda filava trascinando Gilberti; riesce per ad arrestarsi a un metro dall'orlo, mentre la corda s'incastra tagliando la neve. Sospeso nel vuoto giro cos rapidamente da restarne intontito. Gilberti si assicura e mi assicura con la piccozza. Sotto di me forse 4-5 metri il ponte crollato ha formato un nuovo ponte. Non posso calarmi, perch ho tutta la corda avvolta e il nodo  cos stretto, che stando appeso non lo posso sciogliere. La corda mi sega le reni e mi mozza il respiro. Bisogna che mi liberi presto, finch ho ancora forza, perch la mia salvezza dipende solo da me. Non mi resta che tagliare la corda e lasciarmi cadere sul ponte sottostante. Resister al tonfo, o precipiter con esso fino in fondo alla voragine? Sono perfettamente conscio della gravit della situazione; contrariamente ad altra esperienza di caduta (Piz di Sagron), ho conservato in ogni istante una perfetta lucidit e una piena coscienza di ci che stava succedendo. Mi sono liberato dai bastoni, ho sganciato gli sci, ho tolto di tasca il coltello, ho cominciato a tagliare il laccio che mi cingeva la vita: il laccio che mi legava alla vita. Sapevo che tagliando quel laccio avevo eguale probabilit di salvarmi o di precipitare. Ma sapevo anche che non vi era altro da fare o da tentare. E questa certezza mi dava risoluzione e calma. Non ho provato un istante di incertezza davanti a quell'atto che poteva essere supremo. Ormai non  pi possibile il pentimento della mia decisione. Guardo ancora una volta il basso. Penso alla Mamma, che sempre mi  vicina;  un istante di vera e purissima fede. Fede in Lei, che mi ha sempre guidato e aiutato, fede nel mio destino, che non mi tradisce quando ho la forza di tenerlo in pugno con un cos lucido senso di certezza. Un taglio netto e deciso. Vado. Il ponte mi sostiene.
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Il resto non ha importanza. Riesco a risalire con le mie forze per la parete di ghiaccio. Recupero gli sci, e scendiamo come se nulla fosse stato. Non sento neppure il minimo eccitamento nervoso. Dell'accidente nessuna traccia, salvo una profonda esperienza vissuta. E con essa la maggior forza, data dalla consapevolezza di poter sempre conservare lucidit e freddezza in qualsiasi situazione, di saper sempre dominare me stesso di fronte a qualsiasi evento.
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Credo di aver detto altra volta che l'uomo pi forte non  colui che sa dominare il mondo, ma colui che sa dominare se stesso.
Tregnago. Pace, calma: ne avevo bisogno dopo la tensione di quest'ultimo periodo: tensione di lavoro e soprattutto tensione per gli eventi. Richiami e requisizioni continue (anche Ferruccio e Bruno richiamati), spostamenti di truppe, ammasso d'armi, intensificazione di fortificazioni: non si parla che di guerra. Le aggressioni delittuose e vigliacche, col solo scopo di conquista o di rapina, si ripetono ormai periodicamente, con la mostruosa sfacciataggine di chi sa che non esiste una giustizia che possa punire la delinquenza di uno stato, come si punisce la delinquenza di un individuo. Ma il male non ha mai trionfato, e se non esiste una giustizia che punisce, esiste sempre la ribellione di chi sa difendersi. Intanto si vive di ora in ora, senza esser certi del domani, con l'incubo e la persuasione che presto o tardi la catastrofe sia fatale: e per togliersi dall'incubo si vorrebbe quasi accelerarla, rassegnati alla fatalit di ci che ognuno pur sente come mostruosamente assurdo. Si pu accettare la fatalit di un terremoto, ma come accettare che il mondo intero corra incontro alla propria distruzione per la inconcepibile criminalit di due soli individui? O la distruzione stessa  fatale per il bisogno stesso di rinnovamento che  intrinseco nella vita? forse quei due poveri pazzi non sono che strumenti inconsci e necessari per provocare questa distruzione e questo rinnovamento, come il tradimento di Giuda era necessario perch si compisse l'opera di redenzione di Cristo.
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Ma qui tutto  pace, solennissima pace; ci si sente cos distanziati dal mondo e dal suo tragico orgoglio. Nel silenzio riposante non si sente che il cinguettare degli uccelli sul cedro; il sole del meriggio inonda di luce morbida e soffusa tutta la vallata, sfumando quasi i contorni e i profili delle colline sul cielo diafano. Il pesco qui nel viale sorride coi suoi petali rosati, ignaro e innocente come un bimbo.
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A Firenze non son capace di andare a visitare questo o quest'altro; vado a cercare le cose pi disparate, che mi vadano bene in quel momento, a seconda della giornata, dell'ora, della luce, del tempo che fa: entro in una chiesa solo per vedere una statua, cerco quel tale angolo, quella tal visuale, quel tal particolare. L'anno scorso non volevo vedere altro che architettura del '400, e ho scoperto S. Miniato; quest'anno volevo solo scultura. Nessuna citt, neppure Venezia, mi d tanto come Firenze. Nessuna citt so viverla cos intensamente come Firenze.
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29 maggio. Oggi a Genova sono andato a cercare il mare: gi pregustavo il suo odore acre, vivificante, la sua immensit. Ma non l'ho trovato: sotto un cielo plumbeo, l'onda pareva moscia, senza forza e senza vita.
Saglio diceva discorrendo che se non fosse per la soddisfazione di veder stampato il proprio nome, nessuno si assumerebbe un lavoro cos gravoso come la compilazione di una guida, per un cos magro compenso. Stava per offendermi, poi pensai che forse era vero; anzi  senz'altro una verit. Come si potrebbe concepire infatti che uno lavori solo per la soddisfazione intima del lavoro o per un proprio ideale? Tutto oggi  solo ambizione e vanit; quella stessa vanit che ha spinto Vitale a metter per primo il suo nome nella relazione della parete del Badile. .
Anche l'alpinismo non  altro che vanit. Forse il torto  mio che non ho abbastanza ambizione e che perci provo tanta ripugnanza per l'ambizione e la vanit altrui. Dal momento che l'ideale non esiste  inutile crucciarsi per volere il mondo diverso da quel che . L'ideale  soltanto nella solitudine, troncando ogni rapporto col mondo, ch ogni rapporto, anche il pi puro, non riesce alla lunga a celare il suo fango.
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Solo in un'isola deserta, o sulla vetta di un monte si pu ancora credere o illudersi di un ideale. Solo in un monastero del Tibet o tra i ghiacci della Patagonia l'uomo pu ancora sentirsi uomo e credere in se stesso, nel proprio essere e nella propria vita. Tutto il resto  finzione. La realt stessa non  che finzione. Solo nell'ideale  la verit, poich  vero solo ci che  in noi e solo in quanto noi sappiamo astrarci dalla menzogna del mondo concreto ed elevarci al di sopra della meschinit viscida e tortuosa della vita quotidiana.
Solitudine delle vette, luce di spazi infiniti, unica verit.
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In fondo la scienza conosce solo il fenomeno esteriore: ma cosa conosce delle forze intrinseche e vitali della natura, e che cosa conosce, in particolare, della forza psichica dell'uomo? Un fachiro indiano o un asceta tibetano  probabilmente assai pi vicino all'intuizione dell'essenza della vita e della natura, di quanto non lo siano tutti gli scienziati d'occidente. La potenza superiore della volont umana, che avevo gi osservato in me negli anni passati, oggi si rinnova per forza d'amore come nel credente si rinnova per forza di fede. Il fenomeno  per sempre il medesimo:  la capacit ultraterrena della nostra psiche di creare eventi che paiono miracolosi, perch non spiegabili con elementi scientifici, quando tutta la sua forza sia concentrata per un movente qualsiasi.
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11 agosto. Angoscia e terrore. S, terrore; terrore che quel rantolo ossessionante avesse ad essere soffocato improvvisamente, mentr'io fossi stato l presente. Era pi forte di me, non mi pareva di poter reggere a un momento cos. Non sapevo allontanarmi, poich quand'ero via da quella camera mi pareva che da un momento all'altro dovesse verificarsi quell'attimo supremo; ma quand'ero vicino a quel letto avevo continuamente il terrore che si verificasse ci a cui non volevo e non potevo assistere. Avrei voluto che ci che era ormai fatale si verificasse subito, per troncare a Lui quella pena orribile, per troncare a noi quell'angoscia cos estenuante; ma io stesso insistevo perch si facesse ancora qualche cosa per sostenerlo, per rimandare all'indomani o almeno di qualche ora quell'attimo a cui non potevo pensare e che mi faceva tanto terrore. Avrei voluto esser lontano, lontano e non saper nulla, mentre sentivo invece che l'unico conforto era proprio quello di esser tutti vicini e di sentirci ancora cos uniti intorno a quel letto di morte. Non potevo guardarlo, ch mi faceva troppa pena quel volto sfigurato, quell'occhio spento e velato, quella bocca aperta e anelante, quel rantolo affannoso e ormai quasi strozzato. Ma non potevo staccarmi da quel letto, non perdevo una battuta di quel rantolo, che era l'ultimo segno di vita, e ogni sospensione mi dava terrore. Non riuscivo pi a dominarmi, a mantenere la mia calma; passeggiavo su e gi per la camera agitato e nervoso, o mi sedevo con la testa tra le mani per non vedere. Fantasmi mi agitavano nel sogno, come nella veglia. Sognavo sempre di lui e mi destavo di soprassalto con l'impressione di qualcuno che ci venisse a chiamare. Le nuvole che lente s'avanzavano al tramonto e sorgendo all'orizzonte come schiere di nere pecorelle invadevano a poco a poco l'orizzonte, mi ricordavano il coro finale del Boris, che lento s'avanza a circondare col suo canto funebre l'agonia del morente. Guardavo dalla finestra il cielo luminoso, le auree luci del tramonto, lo scintillio delle stelle nella calma notte d'estate. Ma non sapevo volare verso di loro; l'animo mio era troppo legato a quel letto di pena, a quel rantolo affannoso, che sentivo sempre nell'orecchio come una condanna, anche quand'ero lontano.
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Da due giorni non prendeva pi nulla, ch il semplice deglutire un sorso d'acqua lo poteva soffocare; avevamo cessato anche le iniezioni di canfora, ch pareva crudelt prolungare la sua resistenza e la sua sofferenza. Si attendeva solo che si spegnesse, come una macchina si arresta quando ha consumato fin l'ultima goccia di essenza. Il cuore batteva ancora, valido, solo perdendo qualche colpo. La sua energia non era ancora del tutto consumata. Al mattino il dottore ascoltandolo disse che ormai i polmoni erano completamente ricoperti di catarro, da cui non riusciva pi a liberarsi. A mezzogiorno lo sollevai ancora una volta, sembrando che questo potesse alleviare per un momento il suo affanno. Per poco non rimase soffocato tra le mia braccia. .
Non lo toccammo pi, ch il minimo movimento avrebbe potuto essergli fatale. Il respiro diventava sempre pi affannoso, il rantolo pi soffocato, l'occhio semichiuso era completamente spento; la sofferenza aveva sfigurato il volto, scavando delle buche spettrali. Preti e monache ronzavano d'attorno con le loro stupide frasi e con la loro ipocrisia rivoltante. Una monaca, con voce stridula venne a strillare delle preci, con le rimette, come le filastrocche dei bambini. Avevo i nervi troppo tesi per poter reggere a un cos ripugnante insulto, proprio mentre stava per compiersi il grande e sacro mistero della morte. Quando entr ancora il prete, uscii dalla camera con la Nene. Subito Mario e l'infermiera vennero a chiamarci. I fratelli singhiozzavano sul letto. Bruno chiamava disperatamente Pap, Pap. Non respirava pi. Avevo potuto cos esser presente, senza tuttavia assistere a quell'attimo che troppo mi atterriva. Ma riprese ancora; il cuore riprese a battere, qualche rantolo intermittente ancora gonfiava il suo petto in un ultimo anelito.
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Poi pi nulla, da quel momento, rientrando in casa, ci siamo sentiti soli, senza di lui. Poi la cerimonia convenzionale, meno odiosa, di quanto sono i funerali a Milano. Condoglianze e frasi fatte. Accompagnai il feretro a Verona per la cremazione; mi pareva di consegnare un baule al deposito bagagli. Formalit pratiche; l'oggetto non era pi nulla per me; forse eravamo entrambi tanto lontani. Quando riportarono la cassetta, si sentivano le ossa battere contro le pareti di zinco. Senso di annientamento, di definitivo.
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28 agosto, Milano. Fuggire; un bisogno di evasione sentivo da quei luoghi, da quei ricordi; un bisogno di riposo e di distensione. Mi sentivo proprio stanco di fisico, di nervi e di spirito. Partii subito da Tregnago verso i monti, verso la Marmolada. Non per cercare l'ascensione, a cui mi sentivo spiritualmente inadatto, ma per cercare l'incanto della solitudine, della pace e dei fiori, come al Sass For. Forse avrei dovuto aver con me un amico, che mi fosse molto vicino, che mi sapesse amare e comprendere, che mi desse quella serenit che mi aveva dato Pisoni in Val Visdende. Invece partii con Saverio e un amico suo, ma io ero troppo lontano dalla loro ingenua freschezza, per poter vivere la loro giornata. Mi sentii solo, molto solo, tra quelle montagne che non avevano pi per me quella parola ch'io attendevo da loro. Perch? perch io non le so pi comprendere? o non le so pi amare?
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Passai per la Val di Fassa, senza fermarmi, quasi di nascosto, per non vedere, per non dover salutare nessuno. Feci la Marmolada, tra le nebbie, senza gioia, solo per accompagnare i ragazzi. Rividi quella parete sudovest, che per due anni era stata tanto per me e provai un senso di disgusto per il vile oggetto di polemica e di smoderata ambizione, che ne aveva fatto Sold, non con la sua ascensione, ma con tutte le frottole in mala fede ch'egli ha detto e scritto. Mi pareva che la parete stessa ne fosse insozzata; non era pi quel superbo lastrone di marmo candido e immacolato, com'io l'avevo conosciuto e amato fino a 3 anni fa. Ora  solo un muro, oggetto inerte e senza vita, atto all'autoesaltazione e all'affermazione polemica di chi non sa n amare n comprendere.
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Rividi la via Micheluzzi, nella sua splendida dirittura, grondante d'acqua e repulsiva. Rividi la parete S e pensai all'ultima gita di Kahn. Rividi la punta di Rocca che fu un atto di dedizione, ma che non pot mai essere una mia ascensione, perch troppo esclusiva fu la partecipazione di Vinatzer. Rividi la parete del Serauta e mi stupii come avevo potuto andarci all'attacco con tanta decisione e tanta speranza. Ricordi di giornate vissute, ma ricordi ormai lontani di una vita ormai completamente superata e spenta. Non  nel passato ch'io ho mai ritrovato la mia vita, ma nell'avvenire; ogni volta che ho guardato dietro di me,  stato solo smarrimento; la mia vita si svolge troppo rapida e troppo intensa, perch io possa ritrovarla nel ieri. Solo davanti a me  la luce.
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Nuovi problemi mi affascinano su quella montagna dove c' ancora qualche cosa da scoprire; non era l'ascensione pi o meno difficile, che m'attirava, quanto il problema per se stesso, per l'interesse di quella montagna che vorrei conoscere in ogni sua piega. Conforto attacc la via pi bella, pi diritta, pi logica; riusc dopo due giorni e mezzo di lotta con le difficolt, col ghiaccio, col maltempo. Una chiara espressione di felicit gli animava il volto, un sano entusiastico desiderio di lotta l'aveva portato alla vittoria. Se l'era ben meritata e fui contento che la vittoria fosse stata sua, ne fui contento come fosse stata mia. Io non cercavo ora la vittoria, ma la soluzione del problema su quella mia montagna; non pi vincere per dominare, come prima delle Msules, ma solo conoscere per poter meglio amare.
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Vitale mi raggiunse quando Conforto era gi in parete. Gli proposi di tentare un'altra via, mi disse che non voleva aver l'aria di mettersi in gara; giusto, specialmente quando sapevamo che la gara sarebbe stata perduta per un'impresa cos lunga e cos ardua. Vitale, in fatto di inconfessabili reticenze,  maestro. Pensavo anche che dopo il Badile non abbiamo pi portato a termine una salita insieme (anzi, lui non ha pi fatto una salita degna di nota). Eppure ancora molte volte sono partito con lui, perch per me  sempre un amico, perch sono molto al di sopra della sua meschina ambizione, perch vorrei dimenticare il suo inutile falso. Ma ogni volta, per una ragione o per l'altra, siamo tornati indietro; tipico specialmente il ritorno dal Biegenkopf (durante il primo tentativo), dove invece son riuscito con Soravito. Evidentemente il suo stupido falso ha spezzato tra di noi quella solidariet della cordata, che  condizione essenziale per la riuscita di un'impresa; ed ogni sforzo di buona volont per colmare il distacco  ormai vano. Ma tanto pi forte  anche il disgusto che provo per l'alpinismo come  ormai praticato da quasi tutti. E quando trovo qualche ragazzo ancora animato da una vera e fresca passione, lungi da ogni gara e da ogni polemica, ne resto stupito e quasi lo compiango come un illuso, che dovr presto provare delle ben amare delusioni.
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Andai in Civetta, al Vazzoler, tra quelle altissime crode fantastiche, che anch'esse erano state cos mie e mi avevano donato tanta felicit. Il libro del rifugio  pieno di autoesaltazioni, di confronti, di gradi di difficolt, di orari. Sui massi lungo il sentiero sono scritti col minio i nomi degli eroici protagonisti di qualche grande impresa.  tanto che non abbiano ancor venduto il loro nome a qualche fabbricante di scatolette alimentari; forse perch con tutte le loro gesta, vale ancora troppo poco per trovare un acquirente. Su ogni parete, su ogni terra, mi pareva di veder idealmente tracciato l'itinerario di questi eroici piantatori di chiodi. Le mie crode cos insozzate non avevano pi una parola per me, si nascondevano tra le nebbie. Solo a notte, dal piazzale del rifugio, mi apparvero ancora una volta con le loro sagome immense e portentose, guardai alla Busazza e ripensai a quella notte passata con Gilberti in cima alla parete. Come mi pareva lontana, e quanta nostalgia! (vedi 1931)
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Fuggire, evadere; mai come in quel momento, guardando la sagoma cupa e muta della Busazza, sentii il bisogno di andarmene lontano, lontano da ogni profanazione, a cercare la vita, la verit e la felicit, dove la natura  ancora selvaggia e pura, dove l'uomo non sia ancora giunto con la sua menzogna. Fuggire verso la solitudine immensa.
Chi mi potr pi trattenere, ora che sono libero? Libero e solo.  una libert cos grande, che mi fa quasi paura. Paura, perch mi giunge in un momento di stanchezza e di smarrimento, in un momento in cui non ho la forza di prendere in mano il mio destino e guidarlo, assoggettarlo, verso la mia nuova vita. Sento in me ora una tale devastazione, una cos completa e definitiva distruzione di ogni mio ideale, che basterebbe ben poco per farmi diventare un pazzo o un delinquente. Il cammino della ricostruzione sar lento, faticoso e difficile; avrei bisogno di tutta la mia forza, per distaccarmi violentemente da tutto ci che  stato e che ormai non  pi nulla per me, per ricostruire dal nulla, dalla sabbia del deserto, dalla solitudine, la mia nuova vita, tutta mia.
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Fuggire, evadere. Ho bisogno di esser solo, di raccogliermi tutto in me stesso, di difendermi selvaggiamente da tutto e da tutti, di odiare tutto e tutti, fino al momento in cui avr ritrovato me stesso, e avr ricostruito la mia vita. Allora potr stendere di nuovo la mano a chi mi ama, e a chi io amo. Ora ho bisogno di evadere al pi presto, il pi lontano possibile. Guai se dovessi rimanere ancora qui per molti mesi legato a questo tavolo; forse mi perderei per sempre, senza possibilit di resurrezione.
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2 settembre, Tregnago. Attesa, ancora attesa spasmodica, osservando inerti giorno per giorno l'avvicinarsi della catastrofe, a cui non volevo credere, come ci si rifiuta di credere alla pi mostruosa delle assurdit. Oggi  una realt; la guerra  cominciata ieri, quella guerra che nessun uomo, nessun governante, neppure Mussolini voleva, ma in cui l'umanit si trova ora fatalmente e inesplicabilmente travolta da un pazzo megalomane, forse travolto lui stesso o accecato dalla sua folle brama di rapina, di dominio, di abominabile e feroce tirannide. Sembra incredibile che un uomo abbia potuto ci, che il suo popolo stesso asservito e abbrutito si sia lasciato condurre per la seconda volta in 20 anni verso la rovina, verso la distruzione della nazione. Pu darsi che ancora questa volta gli vada bene; ma l'annientamento della Germania  divenuta ormai una necessit imprescindibile, se il mondo vuole riavere la sua pace, se gli uomini vogliono riavere la loro libert.  per questa necessit, ormai da tutti sentita, che  credibile che il conflitto si estenda nei prossimi giorni, gettando nuovamente nel caos tutta l'Europa. Mussolini, dopo aver per anni criminosamente aiutato l'espansione e il potenziamento della Germania, che anche per noi costituisce l'unico grande pericolo, ha avuto la saggezza di ritirarsi al momento dell'azione, di rinunciare (o romper fede) all'alleanza militare stabilita con tanto chiasso appena qualche mese fa, di dichiararsi neutrale. Riuscir a mantenersi tale? Forse  questione di giorni, di ore. O si rivolger al momento opportuno contro la Germania, per abbattere la minaccia che incombe su noi tutti, dopo averla per tanto tempo aiutata e rafforzata?  una cosa orribile, vorrei esser gi lontano, in un mondo tutto diverso, ch'io sogno, e non saper nulla di questo folle furore di distruzione assurda.
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Anche guardando a me stesso, l'eventualit di una guerra mi fa terrore. In un momento di spirito altissimo, avrei potuto accettarla come una grande avventura, una profonda esperienza di vita e di morte, dimenticandone i motivi assurdi e le conseguenze. Avrei forse potuto viverla giorno per giorno, nella sua realt, senza voler vedere oltre la piccola cerchia degli avvenimenti intorno. Ora no, ora sono troppo debole di spirito, troppo stanco moralmente, troppo scosso di nervi, per poter affrontare una simile esperienza. Ora non ho la forza di tener in mano caldamente il mio destino, di reggermi e di guidarmi sicuramente attraverso gli eventi; oggi soggiacerei miseramente, passivamente, abbiettamente, a una condizione di cui sentirei e soffrirei tutta l'assurdit, come gi durante il servizio militare precipito nella pi terribile crisi morale ch'io abbia mai vissuto, da cui non so n come n quando potrei risollevarmi.
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Non sono il pericolo o la morte stessa, che mi fanno terrore;  piuttosto la tensione di una continua angoscia, di una situazione che non saprei in alcun modo accettare, e che dovrei subire con intima e profonda sofferenza. Il rischio o la morte sono elementi del tutto secondari a cui non penso neppure. In questo momento sono cos libero, che non lascio nulla e nessuno. Ho sempre vissuto cos intensamente la mia vita, che non ho rimpianti. La morte non mi ha mai fatto terrore neppure quando l'ho vista in faccia cos da vicino, come quest'inverno nel crepaccio del Monte Rosa. Tanto meno ora, che l'ho vista (la morte del padre) cos bella nella sua pace e nella serenit, s da sembrarmi perfino tanto pi bella e pi grande, nel suo infinito mistero, della vita stessa. Io non lascio nulla dietro di me, ogni mia attivit si completa senza lasciare residui; io non guardo al di l della morte, poich  inutile indagare un mistero che  e sar sempre tale. Perci la morte non mi fa paura, tanto pi che ci che  in natura non pu che essere bello. Il dolore della morte, non  in se stessa, ma nel distacco, quindi nel tempo che precede la morte, non nella morte stessa. Perci io accoglierei in qualsiasi momento la morte, purch sia improvvisa, come la morte in montagna o la morte in guerra, io amo la vita, tanto pi quanto pi intensamente la so vivere, quanto pi ricerco avidamente ogni soddisfazione e ogni gioia ch'ella mi pu dare. Ci non toglie ch'io accetterei con serenit anche la morte in qualsiasi momento, anche subito, piuttosto che prolungare la mia esistenza in una vecchiezza, che non mi consentisse pi di vivere la mia vita, piuttosto che spegnermi in una lenta e lunghissima agonia, come Pap. Non temo dunque la morte nella guerra, ma temo la guerra stessa, come un'esperienza, che in questo momento non sarei capace di affrontare.
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Il ritrovarmi al pianoforte  stato un gran bene; non osavo aprire la tastiera, quasi temendo di sentirmi troppo assente; invece ho vissuto e sofferto quella musica con piena aderenza. Anche alcuni giorni fa, in una passeggiata solitaria in Brenta, ho ripetuto alcuni canti di Dante; tra gli altri il Conte Ugolino, che da moltissimi anni non ripetevo, forse dal liceo. Ho stentato qua e l a ritrovare i versi e le rime, ma la potenza tragica, il dolore e l'umanit di quella pagina, mi ha profondamente commosso, come se per la prima volta io la leggessi.
Attesa, ancora attesa; attesa vana. Avevo bisogno di agire, di prendere un'iniziativa qualsiasi e di condurla fino in fondo. Conquistare per riconquistare se stesso. Affermarmi per credere e aver fiducia in me. Ma la guerra ha troncato ogni possibilit. Il mio sogno di partire per l'America e di cercare l in quelle immensit selvagge e spopolate una vita pi vera e pi rispondente ai miei ideali, come l'avevo intravvista in Patagonia, quel sogno che per tanto tempo mi aveva lusingato, e che andavo concretando e preparando,  troncato sul punto di realizzarsi e chiss quanti anni passeranno prima che possa esser ripreso. Ogni pi attraente prospettiva di attivit qui  egualmente troncata, resa inattuale e rimandata in altra epoca (se dopo la distruzione di questa guerra si potr ancora pensare a queste cose!). Ogni altra possibile iniziativa  scoraggiata dal dubbio di cosa sar di noi forse fra pochissimi mesi. Il nostro intervento si render presto o tardi inevitabile. Come incamminarci per una strada qualsiasi, quando si sa che dopo pochi passi si dovr correre verso ben altre mete? Non resta che l'attesa, l'attesa passiva dell'evento, la vigliaccheria dell'attesa, di chi ormai impotente a condurre la propria vita e il proprio destino, si lascia condurre e fatalmente vi soggiace. Ribellione: sar mai capace di ribellione, a qualsiasi costo, pur di rendermi di nuovo padrone di me stesso?
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Manlio diceva una volta che alla vita lui non ha mai chiesto la felicit; la sua meta era l'accettazione. L'accettazione  forse l'eroismo di un santo o di un asceta; per me accettazione  solo rinuncia; accettare significa solo subire e quindi essere schiavo della sorte, della vita, di me stesso. Non potrei accettare la mia sorte, farla mia, sentirla come mia, benedirla come voluta da Dio (ci che  in fondo il conforto dei deboli, poich possono gioire di qualsiasi pena, pensando che  voluta da Dio a fin di bene); io debbo creare la mia sorte e cercare la felicit, a costo di soffrire per non poterla raggiungere, ossia pi di chi vi rinuncia; cercare la felicit non a scopo edonistico, ma perch solo nella felicit posso trovare la pienezza di vita, che  forse il primo dovere dell'uomo. Guai a chi arriva al termine della sua giornata senza aver vissuto. Ma felicit, pienezza di vita e potenza della volont sono tre termini cos strettamente uniti, che mal potrebbe definirsi qual sia la causa e qual sia l'effetto. Forse alla fine chi accetta la vita  pi felice di chi cerca di conquistarla. Ma quale dei due  veramente uomo? e non vale pi una sola conquista di mille accettazioni? Non  meglio esser padroni di se stessi (o almeno tentare di esserlo), che esserne schiavi? Parole, parole; ma intanto, in questa attesa vile in cui vivo, non sono capace n di conquista, n di accettazione. E mi sento a volte inutile, perch per non voler accettare nulla di ci che mi pu essere imposto e per non aver la forza di impormi, non so trar profitto della mia ricchezza, neppure di fronte a me stesso.
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Dicembre. Sofferenza e tragedia: sono un po' i termini che buona parte degli alpinisti d'oggi (specialmente tedeschi e italiani) si sentono in dovere di far entrare a parole o anche a fatti in ogni loro ascensione.  l'eroismo a tutti i costi che si vuol afferrare ed esaltare, proprio ora che, almeno nelle Alpi addomesticatissime, l'eroismo non ha pi posto o almeno non ha pi senso. Il vero eroismo  quello che non sa neppure di essere eroico; e quando si comincia a parlare di eroismo, l'eroismo  bell'e che morto. Cos il popolo italiano che  stato tante volte veramente eroico, ha cessato di esserlo ed  diventato un'accozzaglia di vigliacchi e di ipocriti, da quando ogni fascista, se appena si  scottato con un cenerino,  stato esaltato come un eroe. Durante la guerra si  fatto del vero eroismo. Chi non ha potuto parteciparvi, ha creduto di poter emulare quelle gesta creandosi l'eroismo a tutti i costi. Cos anche in montagna, l'eroismo  diventato un vezzo. Ogni parete  strapiombante, ogni risalto  un tetto, ogni placca  liscia, ogni camino  viscido e bloccato, ogni appiglio  infido, ogni ostacolo  almeno formidabile, ogni colpo di vento  la tormenta che infuria, ogni goccia di pioggia  l'uragano, e cos via. Lo si dice, ma molti effettivamente lo credono; e specialmente coloro (come la gran massa degli alpinisti tedeschi) che hanno il vizio di voler sempre fare qualche cosa di pi di quanto le loro possibilit glielo consentano.
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Pianteranno un mucchio di chiodi; impiegheranno un tempo infinito, arrischieranno il tutto per tutto, ma alla fine con una cocciutaggine non so se pi ammirevole o deplorevole, raggiungeranno trionfanti la meta (a volte anche modestissima); e non sar loro difficile drammatizzare con le tinte pi accese il racconto della loro ascensione, poich realmente essi hanno vissuto un dramma spasmodico per giungere un pochino al di l delle loro capacit, e una volta impegnati, hanno dovuto lottare fino all'estremo delle loro forze per riportare a casa la pelle. Eroismo a tutti i costi, s, ma a che pro?  alpinismo o gioco d'azzardo, atto solo ad aumentare il numero delle disgrazie?  scuola di coraggio o scuola di paura? o  solo volutt del sensazionale, spinta fino a vivere il dramma, per colmo di sensazione?
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Ma no, l'alpinismo non  dramma,  serenit; non  conquista della montagna (presunzione assurda), n lotta tra l'uomo e la Natura (mera finzione che noi immaginiamo per rendere eroica e grandiosa la nostra piccola lotta);  tutt'al pi conquista di se stessi. Anche quando anch'io concepivo l'ascensione come conquista, ho sempre rigettato tuttavia tutte quelle salite in cui m'ero troppo impegnato per poterle godere. Un'impresa sofferta potr dare soddisfazione, ma nessun vero bene. La vera ascensione  quella che pu esser goduta non solo spiritualmente, ma anche fisicamente, per quel benessere che d l'agilit dei movimenti, la scioltezza dei muscoli, la piena padronanza delle forze e della tecnica. Allora ogni difficolt  lecita, perch neppure ci si accorge della difficolt; essa  soltanto il mezzo per mettere alla prova, e quindi per poter godere, di quello straordinario stato di grazia fisico e morale; come sulla Torre Venezia, sulla Busazza, sul Sass Maor, sul Piz Long, sulla Marmolada, e su tante altre salite cos profondamente vissute. Perch parlare di sofferenza? io non ricordo con piacere quelle salite che per una ragione o per l'altra mi hanno troppo seriamente impegnato. Solo le salite portate a termine con piena serenit di spirito, mi hanno dato un vero bene e mi hanno lasciato un caro ricordo. Anche i bivacchi non devono essere sopportati, ma debbono esser goduti con tutta la gioia ch'essi possono dare. E perfino gli incidenti, quando mi son rotto le gambe, io debbo ricordarli tra le esperienze che mi hanno dato pi intensa felicit, almeno finch la sofferenza fisica non ha turbato quell'ebbrezza. In montagna io non cerco la sofferenza, non per vigliaccheria, ma semplicemente perch'essa mi vieta di godere la montagna e di trarne tutto quel bene ch'essa mi potrebbe dare. Io non cerco la lotta, ma cerco di mettermi in grado di poter superare anche l'ascensione pi bella e pi difficile senza lotta. La lotta implica l'odio: l'alpinismo  solo amore.
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1940.
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Gennaio. Due settimane di vagabondaggi senza meta per le Dolomiti, col solo scopo di godersi il sole, la luce e il paesaggio incantato delle crode e delle nubi. La gita pi goduta  stata la discesa dalla Val di Fanes con Pisoni che pareva andar scoprendo per la prima volta quel paesaggio fiabesco degli abeti ancora incappucciati dalla neve soffice e cristallina. Tornai anche sul Sella, con una salita molto faticosa per la neve gelata: in cima ritrovai quelle croste pericolose e il trovarmi solo mi dava un senso di oppressione (che senza eufemismi si potrebbe chiamare paura), che mi fece raddoppiare di prudenza. Forse proprio per questo non avevo la mia abituale sicurezza e nel canalone ghiacciato della Forcella Pordoi feci un ruzzolone di cento metri e non so proprio come nel gran groviglio di sci all'aria, di gambe e di bastoncini non mi feci nulla e potei ripartire veloce e sicuro verso Corvara.
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22 gennaio. Sono stato ieri a Bolzano a trovare Vinatzer, che in una caduta di sci si  rotto il bacino. La lettera che mi aveva scritto la sua fidanzata, lasciava temere qualche cosa anche di molto pi grave. Eppure, inconfessatamente ed egoisticamente, ne ero quasi contento: mi pareva che l'accidente e la necessaria degenza dovessero legarlo per qualche tempo ancora qui, rimandare quella partenza, che sento cos dolorosa per me, e che vorrei potesse non realizzarsi mai.
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Era in un letto e soffriva ancora molto; abbiamo parlato a lungo, confrontando le mie esperienze analoghe alle sue. Anche in lui non c'era traccia di dispetto o di ribellione alla sorte, come si poteva aspettarsi da uno spirito di cos ardente impulso di vita e di affermazione, ma solo una grande serenit che illuminava il suo sguardo di bont profonda. Lo stato di semi-incoscienza in cui  rimasto dopo la caduta, gli ha impedito di rendersi conto o di vivere un'esperienza come la mia sulle Msules. Forse non ci sar in lui un cambiamento cos radicale come quello che ha causato in me quell'accidente. Eppure, almeno per ora, mi sembrava che anche in lui quello stato, sia pur passeggero di impotenza avesse annullato o almeno assopito quello slancio eroico, quel bisogno intimo di affermazione e di conquista, subentrando invece un sentimento di serenit, di affetto, una luce d'amore profondamente umana. E di altrettanto quindi lo sentivo pi vicino al mio modo di sentire e di essere, tanto da potergli parlare, con la sicurezza di poter pienamente comprendere ed essere compreso, come se parlassi a me stesso.
Dicono ch'io odio le donne: ma davvero, all'infuori di quelle carnali, bisogna proprio dire che ben poche soddisfazioni io abbia avuto da loro; anzi sembra che facciano del loro meglio per farsi odiare, anche quando io avrei tutte le buone disposizioni per amarle. All'infuori di una naturalmente; ma anche quella forse l'ho potuta amare, perch era gi maritata (la sig.ra Ranieri). Ed  stata una fortuna che lo fosse!
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13 maggio. Sono stato a far la parete della Paganella; ho seguito passivamente Pisoni, senza gioia e senza entusiasmo. Solo verso la fine della parete ho sentito i muscoli sciogliersi dal loro intorpidimento, ho sentito attraverso il rinnovarsi dell'agilit e del benessere fisico, un primo risveglio anche di benessere morale, di gioia, di desiderio d'azione. Ma la giornata  stata troppo breve per risollevarmi in modo decisivo dal mio grigiore e anche a Pisoni non ho saputo essere abbastanza vicino per sentire il giovamento della sua luminosa e fresca giovinezza. Poi per due domeniche sono andato solo a cercare il sole, l'aria, la libert; brevi passeggiate tra i prati in fiore. Alla montagna voglio riavvicinarmi per gradi e per la via che oggi  la sola possibile per me: quella dell'amore.
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Vitale voleva andare a salire due sassi alti pochi metri, che lui chiamava due torri vergini. Gli chiesi se per caso non avesse perduto il senso del ridicolo. Ci rimase un po' male, poi volt tutto in ischerzo, ma nei motti che ci siamo scambiati c'era una lontana punta di acredine. Era dall'estate scorsa che non andavo con lui e forse dal Badile non avevamo pi fatto un'ascensione insieme. Sento in lui l'ambizione prendere una prevalenza ormai quasi assoluta sulla passione. Chiacchierando con l'uno e con l'altro, trov modo di far cadere una volta di pi il discorso sulla parete del Badile, e con un tono di affettata ostentazione nomin la parete che "Castiglioni ha fatto con me" dando a quel "con me" un'intonazione di ancor pi affettata modestia. Quanta ipocrisia!
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Da stamane siamo in guerra; questa sera ci sar l'annuncio ufficiale. Siamo gettati anche noi in quest'orribile avventura a cui non volevo credere, entriamo anche noi nel novero dei briganti affamati di preda, che ci gettiamo con selvaggia vigliaccheria su una nazione gi vacillante per strapparle la nostra parte di bottino. Nella storia d'Italia non esiste un'azione cos ignominiosa. Il popolo italiano  trascinato dalla follia criminosa di un uomo a una guerra che gli ripugna, con la consapevolezza che la vittoria sar forse pi funesta per l'avvenire d'Italia di una sconfitta, e certamente sar pi funesta per la causa della civilt. Ma dopotutto era questo il logico sbocco a cui la dittatura doveva condurci; e il popolo italiano che per 18 anni ha subito la schiavit senza sapersi ribellare, non si meritava altra sorte che di vivere fino in fondo la sua tragedia di ignominia e di attraversare la pi orribile prova di sangue e di distruzione per esser degno di redimersi. La nostra meta dev'essere la libert; e per la libert combatteremo tutti con tutte le nostre forze. Ma non  combattendo contro la Francia, che potremo riconquistare la nostra libert.
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Non sono ancora stato chiamato a partecipare a questa lotta, che mi ripugna, ma  probabile ch'io lo sia presto o tardi. Ma fino a quell'ora non mi pongo neppure il problema di quale sia il mio dovere pi forte: oggi, in questo momento cos grave, il mio caso personale scompare, anche il pi esasperante conflitto di coscienza che ne potr derivare, mi pare nulla in confronto della grandiosit dell'evento che ci incombe. Mai come in questo momento ho sentito il mio io cos totalmente annullarsi ed assorbirsi nella causa comune dell'umanit e della civilt.
Un paio di arrampicate con Battista mi hanno reso la sicurezza e la fiducia in me stesso, che da tanto tempo mi mancavano. Solo la montagna pu risollevarmi dallo stato di abbiezione in cui mi son lasciato cadere.
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18 agosto, Ortisei. Finalmente, dopo tanto smarrimento e tanto grigiore, ritrovavo tutto il senso della mia vita nell'ebbrezza e nella purezza dei monti. Avevo bisogno ancora di un po' di allenamento fisico; ma lo spirito, ch' quello che conta, era pronto e voglioso di imprese, come non era pi stato dai giorni della Marmolada.
Andai a S. Martino con Vitale. Ritrovai le mie crode in un fulgore di sole. Ed erano tutte per me. Gli alberghi chiusi, non un villeggiante, non una macchina turbavano il silenzio del paesaggio. Quelle orribili costruzioni sembravano improvvisamente abbandonate, e gi mi pareva di immaginarle diroccate, rivestite di edera, sommerse dalla foresta, come se il tempo potesse gi aver fatto giustizia di quella sacrilega presunzione umana.
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Nella conca di Pradidali rincorremmo l'ultimo sole fino alla base della Cima Canali. Poi il tramonto rifulse sulle torri col suo inesausto lusso di colori.
All'indomani ci avviammo tardi alla cresta di Val di Roda: volevo collaudare le mie forze con quella lunga galoppata attraverso i 7 campanili. Mi lanciai smanioso per spigoli e creste aeree, ancora una volta godendo dell'esposizione, gioioso di afferrare gli appigli solidissimi e di liberarmi su di essi quasi in volo, libero e proteso nello spazio. I primi tre campanili furono scavalcati assai rapidamente: pareva davvero una galoppata frenetica.
Salivo gi al 4, senza arrestarmi; in un piccolo ghiaione scorsi un grosso masso e mi ci avviai per assicurare Vitale. Appena l'avevo sfiorato e quello precipita trascinandomi. Rotolai un paio di volte su me stesso tra i sassi e arrivai ad afferrarmi all'ultima sporgenza prima del salto sul vuoto, non capii pi nulla; mi girava la testa, avevo nausea e la vista annebbiata; mi dolevano forte le gambe.
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Capii subito per che non c'era niente di grave: indovinai che avevo rotto il perone. Potei scendere arrampicando o a corde doppie e trascinarmi poi fino al nevaio, sotto al passo di Ball. Qui Vitale mi lasci per andare al rifugio a chiamare i ragazzi (tra cui Saverio) e a prendere attrezzi di soccorso. Ancora una volta cos rimasi solo, supino e impotente, in mezzo alle mie crode. Nulla di nuovo poteva insegnarmi questa esperienza, che si ripete ormai con frequenza quasi eccessiva. Del resto non sapevo neppur darvi gran peso, appunto perch non era cosa grave e la consideravo come un semplice accidente. Eppure quando mi trovai di nuovo solo nell'attesa, ancora una volta mi sentii trasformato, ancora una volta mi si dischiuse quel mondo di mistico mistero. Ripensai alla notte sul Piz di Sagron, alle ore sulle Msules. Quasi come rinnovando il rito, mi venne alle labbra, l'inno dantesco. Ne fui cos commosso, che non fui capace di terminare il canto; e piansi, forse di gioia. Nella nebbia che avvolgeva il vallone, apparve dietro una velatura irreale il pilastro superiore della Pala, radioso dell'ultimo sole. Cos, sospese tra le nubi e splendenti di luce, i pittori raffigurano le apparizioni divine. Mi parve quasi che il dirupo pi alto e pi sporgente avesse le forme della Vergine col Bimbo. Ma non era la divinit umanizzata, ch'io cercavo e sentivo, bens l'essenza stessa della divinit che si raffigurava in quella rupe diafana e irreale, inondata di luce, sospesa tra i nembi flottanti.
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 proprio necessario giacere a terra impotenti, per essere partecipi del grande mistero, per essere invasi e capaci di un cos alto senso di misticismo? O  di nuovo un ammonimento? Forse che col rinascere del mio spirito di conquista, avevo rotto il voto d'amore delle Msules? e dovevo troncare all'inizio il mio superbo cammino e di nuovo ravvedermi come sulle Msules, verso una concezione pi alta della vita e dell'amore?
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11 agosto, Tregnago. La breve estasi mistica mi lascia sempre un'impressione profonda e duratura di felicit. Non avrei pi voluto scendere da quelle crode che tanta gioia mi sapevano dare. Rimasi al Pradidali ancora due giorni, poi mi decisi a scendere, in gran parte a piedi, per farmi ingessare. Tornai a Ortisei, volevo passare tra i miei monti anche quel periodo di convalescenza. Rimanevo quasi l'intera giornata sdraiato nel sole, sul prato o nei boschi. La guarigione fu questa volta rapida e senza delusioni. Ne ebbi un benessere fisico straordinario. .
E pi ancora un benessere spirituale, come una rigenerazione e una serenit senza nubi. Come al contatto delle crode il mio animo e le mie forze andavano riprendendo l'antico slancio e l'antica volont d'azione cos anche il mio spirito si ridestava dall'avvilente apatia dei lunghi mesi di Milano e ritrovava tutta la sua vitalit e la sua capacit di gioia. Leggevo Goethe quasi riscoprendolo e due romanzi norvegesi, pieni di forza, come le antiche saghe nibelungiche. Avrei voluto anche scrivere, se ci non mi avesse privato di qualche ora di sole sui prati.
Era meraviglioso vedere con quale sicurezza di occhio e di mano quegli artigiani scolpivano il legno e sapevano ricavare direttamente dal ceppo greggio le loro figurine cos piene di movimento. Pensavo a Michelangelo che andava a scoprire nel blocco di marmo le sue figure, come se liberasse la figura ch'egli gi vedeva da tutta la materia ch'era in pi. E invidiavo quella gioia di creare dalla materia grezza quelle figure cos piene di vita.
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Fui felice anche della compagnia di Battista e di sua moglie, cos piena di spirito, di intelligenza e di vivacit. Si amano con un affetto cos fresco, quasi fanciullesco, e cos immediato che fa piacere a vedersi. Per lui la grande felicit sembra proprio essere quel senso di possedere la persona cara, di averla fatta sua, di averla tutta per s. In realt per  sempre lei la pi forte e sempre lasciandolo o adescandolo con quel senso di possesso, finisce sempre a far lei quel che vuole.  un gioco d'una astuzia, forse inconscia ma cos fine che mi divertiva molto; anche uno spirito cos volitivo e insofferente come Battista, aveva dunque trovato chi lo sapeva dominare per forza d'amore. E forse era proprio il sentire in lei quel bisogno d'indipendenza e di iniziativa e il sentir lei tanto pi libera di se stesso, che lo faceva cos sospettoso di tutti e cos geloso. Temevo che questa sua gelosia potesse portare una nube nella nostra amicizia; avrei voluto dirgli che, per quanta simpatia io avessi potuto provare per sua moglie, il mio affetto per lui era troppo grande perch io avessi potuto permettere che sorgesse in me o in lei anche l'ombra di un sentimento che gli potesse far torto. Di donne se ne trovan sempre dove e quante se ne vuole; i veri amici, invece son cos pochi, che non son certo disposto a perder un amico per il meschino piacere di una donna. La sua gelosia prima mi offendeva, poi in fondo mi faceva ridere e pensavo come possono diventare stupidi gli uomini quando si sposano! E infine, trovai che non valeva la pena di darvi importanza, dal momento che lui stesso cercava di dominare questo suo sentimento, forse riconoscendone la sciocchezza, e quasi cercava di compensarmene raddoppiando di cordialit spontanea e sincera. Ci siamo lasciati quindi amici come prima, forse pi di prima; l'unica conseguenza  l'imbarazzo che ci crea nei rapporti con lei, che avrei voluto potessero esser cordiali, liberi e spontanei come quelli con lui e che invece restano sempre dominati dal timore di dar ombra alla sua suscettibilit.
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6 novembre, Tregnago. Mi  sempre difficile riprendere questo diario dopo un lungo abbandono: mi trovo nella necessit di ricapitolare un passato che non  pi attuale e quindi non  pi vivo, e ci mi pesa, rimando da un giorno all'altro e cos il periodo da ricapitolare si fa sempre pi lungo, e il riaccostarmi a me stesso mi  sempre pi difficile; allo stesso modo come si resta imbarazzati a riprendere i rapporti con una persona che per lungo tempo si  trascurata per pura indolenza. Eppure io debbo a me stesso questo diario, perch debbo fedelt a me stesso, perch qui  contenuta tutta la mia vita interiore e tutta la mia evoluzione, e perch, appunto per questo, esso costituisce per me (e solo per me) la maggior ricchezza.
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Ritornai tra i miei amici, fra la luce dei monti, e passai un periodo felicissimo, con giornate incantevoli di purezza e di colori. Ero smanioso di azione, quasi sentissi in me risorgere tutto lo spirito eroico degli anni passati. Dopo alcuni giorni a Pradalago, andai in Brenta, tra le mie crode, che da tanti anni non rivedevo. Alla Tosa ritrovai il simpatico ambiente trentino e subito mi sentii cos affiatato e cos di casa, come non mi avviene in nessun'altra parte. Portai il Dando sulla Cima Tosa e mi fece piacere il vedere con che agile sicurezza si muoveva sia sulle rocce e sia sulla neve.
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Provai ad arrampicare (via Paulcke del Campanil Alto); mi sentivo abbastanza sicuro, ma in ogni sforzo con la punta del piede, la gamba mi doleva ancora fortemente. Tuttavia sentivo di poter riprendere, e quasi per puntiglio volevo far ancora qualche arrampicata e qualche via nuova prima della fine della stagione. Mi pareva che se avessi passato un'estate senza fare almeno una via nuova, sarebbe stato come abdicare ormai alla mia attivit alpinistica. Combinai con Graffer di andare nelle Pale, con intenzioni abbastanza serie: mi piaceva quel ragazzo cos fresco, cos pieno di spirito e cos ardente di passione e di attivit.
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Andai a Ortisei a riprendere i mie attrezzi da montagna. Avevo due giorni prima di incontrarmi con Graffer e Battista voleva andare nel Catinaccio. Salendo al Passo un sasso, lasciato cadere da Battista, mi fer profondamente un dito. Capii subito che dovevo rinunciare a tutte le mie speranze; un altro accidente mi fermava proprio sul punto in cui stavo per riprender la mia attivit. Battista sal da solo per i camini della Delago e all'indomani lo seguii su per lo spigolo. La gamba ormai funzionava quasi perfettamente; mi dava ancora un po' d'incertezza, ma non dolore. Con la mano ferita e fasciata invece potevo prender gli appigli solo tra mignolo e pollice e far pochissima forza; molti passaggi dovetti quindi prenderli a rovescio o come potevo, per supplire con giuochi d'equilibrio e con molta tecnica alla mancanza di un appiglio. In tali condizioni l'arrampicata non era certo un godimento, ma ne gustai egualmente l'eleganza.
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Graffer mi telegraf di non poter venire: chiamai Buffa e Bramani. Con Buffa potei ancora salire un camino sulla Cima Wilma, di scarsa importanza ma divertente, e cos soddisfare il mio puntiglio di una via nuova. Bramani arriv insieme alle prime gocce di pioggia, dopo 20 giorni di tempo splendido. Pioggia e neve c'indussero, dopo tre giorni di attesa, a ritornare a Milano, rinunciando quindi anche a partecipare all'inaugurazione dell'ingrandimento del Rifugio Agostini e alle progettate salite in Val d'Ambiez. Pareva che di fronte alla mia fiera, quasi cocciuta volont d'azione, sorgessero sempre nuovi ostacoli ad opporsi. La mia volont non era pi come un tempo sempre trionfante anche degli elementi esteriori, ma era sempre vinta, fermata in ogni direzione. Forse, dopo la rinuncia delle Msules, l'attivit eroica non  pi per me; ma perch non posso ancora vincere per forza d'amore, come sulla Marmolada o sul Biegenkopf, se la mia passione  sempre cos ardente? O forse sono inconsciamente fermato sull'orlo del pericolo, perch il mio slancio e la mia passione mi porterebbero ad osare di pi di quello che le mie forze fisiche attuali mi consentono? Credo che non mi sento pi l'agilit di un tempo, mi sento pesante, goffo, impacciato, a corto di fiato; ma a ci potrei supplire con l'allenamento progressivo, con la mia tecnica raffinata e con l'esperienza, che mi consente una grande economia di forze. E perch allora fui fermato sulla Cresta di Val di Roda, proprio quando ero sul punto di riprendermi anche fisicamente e di ritrovare tutta la mia trionfante baldanza?
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Andai ancora qualche giorno con Buffa nelle Marmarole. Anche qui un nebbione fittissimo e costante ci ha impedito di arrampicare e perfino di vedere le montagne. Un solo tentativo svogliato e alla cieca su per lo Spigolo della Cresta degli Invalidi  stato spinto fino al tratto pi difficile; ma qui n Buffa n io siamo stati capaci di passare. Meglio cos del resto, poich avevo un cos forte senso di sfiducia, e un cos scarso senso di solidariet col compagno, che non mi era possibile godere l'arrampicata, continuamente preoccupato di assicurare entrambi. Buffa pu esser un buon compagno nei rifugi e in gita, ma con lui non mi sar mai possibile di concluder nulla in roccia. Cos quelle giornate nella solitudine del Rifugio Chiggiato, chiuso, sono state probabilmente assai pi godute passeggiando, leggendo, oziando, e facendosi da mangiare, che se avessimo potuto andare ad arrampicare.
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Chiusura dunque di stagione, col rammarico di aver sciupato e di non aver potuto concludere nulla in un'estate cos bella, e di cui avrei potuto interamente disporre per mia soddisfazione senza impegni di guide e di ricognizioni; il rammarico di aver passato ancora un anno senza poter riprendere quell'attivit, che mi donava tanto fisicamente e moralmente, e a cui quest'anno dopo un lungo periodo di incertezza e di sbandamenti, mi sentivo spiritualmente pronto.
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Ancora una parola per Vitale, per ricordare una volta di pi come, dopo il Badile, non siamo pi riusciti a portare a termine una salita assieme. E non  mancata, neppure da parte mia, la miglior volont per passar sopra quel punto oscuro e ritrovare l'antica fiducia. Anzi sulla cresta di Val di Roda mi sentivo con lui la sicurezza e la solidariet d'un tempo. Ma sembra un destino che non ci sia pi possibile portare a termine alcuna salita. Cos sul Riegenkopf (durante il primo tentativo), sul Monte Fou, sulla Marmolada, sulla Cresta di Val di Roda e su molte altre salite impedite dal maltempo. E l'estate  andata sciupata per lui ancor pi che per me. L'unico compagno con cui siamo ancora capaci di realizzare quella cosa,  Battista, ed  l'unico con cui io sento ancora una perfetta unione e fusione spirituale.
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A Milano passai pochi giorni di febbre di lavoro per raccoglier rapidamente il materiale necessario per un articolo sulla Corsica. A Venezia passai due giornate dolcissime con la Rita e Dino. Poi di nuovo qui a Tregnago per il solito 6 ottobre, che ormai minaccia di diventare anch'esso una ricorrenza tradizionale e quindi vuota e formale. Partiti tutti mi ritrovai nella solita quiete riposante. Mi godevo il sole e i campi, leggevo, lavoravo con felicit. Uno dopo l'altro buttai gi senza sforzo l'articolo sulla Corsica e parecchi altri, e mi riuscirono subito come dovevano essere, senza quasi una correzione. Mi fa piacere questa felicit, inconsueta in questo periodo in cui la ripresa del lavoro mentale mi costa di solito parecchio sforzo. La pace di Tregnago, con quel suo effetto di beata narcosi, mi serve da transizione dall'intensa attivit estiva al letargo invernale. Parecchio lavoro mi attende a Milano e anche per questo forse posso guardare all'inverno che mi attende, con tristezza s, ma anche con tranquilla serenit ben diversa dalle nere prospettive dell'autunno scorso.
20 dicembre.  morto Graffer, nel cielo d'Albania, in una delle sue azioni di eroico ardimento. La notizia mi ha sconvolto e mi ha serrato fin quasi il pianto. Un senso di angoscia e di odio ancor pi violento contro chi ci trascina in questa pazza corsa verso l'abisso, stroncando ogni pi gagliardo e fecondo impulso di giovinezza e di vita.  la prima volta (ma non sar l'ultima!) che questo furore di distruzione mi colpisce nei miei intimi affetti ed  per questo che l'odio e il desiderio di ribellione e di vendetta non sono pi fondati solo dal sentimento di moralit e di patriottismo, ma anche sul sentimento dell'affetto personale. Eppure con Graffer non avevo mai arrampicato e mi ero solo incontrato occasionalmente, senza che fra noi ci fosse mai stato alcun rapporto di intimit. Perch dunque tanto affetto e tanta commozione? Forse per il suo glorioso ma inutile sacrificio per una causa che non  la nostra, ma che sar solo la nostra rovina? o piuttosto per la stima che avevo di lui, come uno dei giovani di pi luminosa rettitudine e di pi ardente impulso di vita (pur nella sua calma pacata e serena), ch'io abbia conosciuto. Stima, rettitudine! di quante persone oggi si pu dire altrettanto? quante si possono stimare al punto, da commuoversi per la loro scomparsa come per il miglior amico? Per Graffer ho provato lo stesso sentimento di perdita e di abbandono come per Gilberti e Agostini; ma mentre allora potevo solo piangere la sciagura e rassegnarmi alla sorte fatale, oggi mi ribello contro colui su cui ricade tutta la responsabilit di ogni sciagura, che solo lui ha voluto. Si pu con la rassegnazione dominare il destino, ma dal delitto si pu difendersi solo abbattendo i criminali.
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1941.
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5 novembre, Tregnago. Mi ero proposto col 1941 di cominciare un nuovo diario, visto che l'altro era quasi terminato; ma  trascorso quasi tutto l'anno senza che io sapessi decidermi ad iniziarlo. Mi spiaceva iniziarlo in un periodo cos di grigiore e di inerzia, mi spiaceva iniziarlo prima di poter almeno intravvedere un'alba pi serena e il principio di una nuova fase della mia vita e soprattutto trovavo inutile scrivere un diario in un periodo cos opaco.
Ben poco ho da dire per colmare questo lungo intervallo tra l'uno e l'altro diario; non si pu neppur parlare di una lacuna, tanto  vuoto e arido questo periodo. Potrei rifarmi all'inverno passato come a ieri, grigiore trascorso con apatica indifferenza, occupando il tempo con un lavoro condotto fiaccamente e senza gioia, come tutti i lavori che non segnano una tappa del cammino, ma solo riempiono una stasi dell'inerzia. Qualche luminosa giornata con gli sci tra le crode delle Dolomiti, qualche faticata ascensione invernale in Valtellina, qualche ora di abbandono alla musica, sono forse le uniche brevi scintille di vita che potrei registrare. Poi  l'estate in montagna: avevo bisogno di strapparmi a tanto grigiore, di reagire all'inerzia che minacciava di sommergermi. Si resta tanto presi dall'apatia che ci si disinteressa perfino degli avvenimenti che non hanno una vera importanza finch non conducono all'evento fatale, atteso con ansia e con angoscia, e ancor tanto lontano.
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Evasione in montagna dunque per strapparsi all'inerzia deleteria, per ritrovare ancora una volta se stessi, per poter ancora credere nella vita, per abbandonarsi e dimenticarsi nella luce del sole vero, nella purezza dei cieli, nella verginit delle crode e delle nevi. Avevo bisogno di pace, per calmare la tensione dei nervi, per riposare lo spirito da tanta angoscia opprimente. Passai 10 giorni al rifugio Chiggiato coi ragazzi di Fanny. Il rifugio era chiuso e tutto per noi; e tutta per noi era anche quella meravigliosa e rigogliosa fioritura della prima estate: i rododendri chiazzavano con macchie di color violento il verde dei prati. La Nannina ne raccolse un gran catino e lo mise sulla finestra della mia camera; pareva che tutta la camera fosse rischiarata da quell'acceso color di fiamma; inquadrato nella finestra troneggiava l'Antelao, gigantesca piramide solitaria ancora ammantata di neve. Vivevamo nel sole, liberi e felici, senza saper nulla del basso mondo che potevamo scorgere lontano ai nostri piedi affacciandoci all'orlo del terrazzo. Ci saziavamo di polenta e di latte della malga, ci inebriavamo di sole e di luce, di albe e di tramonti, di orizzonti infiniti, del canto silenzioso della natura in tutta la pienezza del suo rigoglioso splendore. Passavo alcune ore sul poggio da cui si dominano i monti e la vallata, e leggevo Leonardo e Poliziano; quelle rime perfette davano alla mia voce la dolcezza di un canto, di una melodia purissima, quasi ultraterrena. Anche i ragazzi erano felici di quella libert, di quella solitudine, di quell'avventura per loro cos nuova e forse senza rendersene conto scoprivano quanto la vita possa esser pi bella, pi luminosa e pi vera, in confronto a quella sciocca, torbida e falsa che si vive in citt.
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Con Saverio mi arrampicavo sulle belle cime delle Marmarole. Era una buona scusa per me per non affrontare nulla di difficile, e per lui serviva come lenta e graduale esperienza. Il primo contatto con le crode mi lasci meno sfiduciato e timoroso degli anni scorsi, forse perch questa volta cominciai con salite del tutto facili. Brevi arrampicate su roccia salda e onesta, ricca di appigli, era quanto mi ci voleva per sciogliere i muscoli intorpiditi dalla lunga inattivit e soprattutto per riacquistare fiducia in me stesso e nelle mie forze. Ogni giorno mi sentivo pi sicuro, tanto da cercare se non la difficolt almeno l'esposizione; e sugli spigoli aerei, nelle fessure verticali ed esposte, ritrovavo ancora una volta tutta la gioia, anche fisica, dell'arrampicata. Saverio mi era ottimo compagno, mi sembra che in lui ci sia assai di pi di un vano desiderio di conquista e dell'ambizione dell'impresa, comprensibile del resto in un ragazzo ai suoi primi contatti con la vera montagna; ma ci sia anche una vera e profonda passione, intima e inespressa, che scintillava nei suoi grandi occhi ingenui ogni volta che gli proponevo una nuova arrampicata, pi elegante e pi difficile delle precedenti. E poi  molto che sapesse godere la montagna non solo nell'arrampicata pi o meno difficile, ma anche nelle passeggiate per valli e forcelle, sui prati e nei boschi. Amore dunque, non dell'impresa ma della natura tutta e della montagna in particolare, come sua pi sublime e grandiosa manifestazione. E tra noi andava formandosi un rapporto del tutto nuovo: non pi il semplice affetto per il ragazzo, ma il cameratismo e la solidariet dei compagni di cordata; la sua raggiunta maturit gli d diritto a un rapporto di uguaglianza. E sarei ben lieto se in lui potessi aver trovato anche un amico.
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Partiti la Nannina e Dando, lo trattenni ancora alcuni giorni. Gli dissi solo che avevo bisogno di trovare un torrione inaccesso e innominato; non una guglia qualsiasi ma qualcosa di importante e di sostanziale, cosa ben rara nelle Dolomiti al giorno d'oggi. Studiando attentamente la guida Berti, mi pareva di averne individuato uno nel Gruppo della Croda dei Toni. Il suo aspetto super ogni mia pi audace previsione: sagoma e proporzioni degni del Campanile Basso, altrettanto ardito e isolato, ma ancor pi massiccio e complesso. Vagando un po' a casaccio nella nebbia per tutto il giorno, tra rocce difficili e pericolose, vi girammo tutt'attorno, senza aver trovato una via d'accesso. Vi ritornammo due giorni dopo e con una arrampicata varia, complicata, tutta a sorprese, superando qualche passaggio impegnativo, ne toccammo la vetta. Scrissi su un pezzo di carta qualunque "Torrione Giorgio Graffer" - 1a ascensione - data e nomi, e mostrai la carta a Saverio, senza una parola, quasi fossi stato incapace di pronunciare quel nome, per un senso di profonda reverenza. Forse non ne ero capace perch ero troppo commosso. Raramente, forse mai in montagna, mi son sentito tanto commosso, e raramente, forse mai, un'ascensione mi ha dato una gioia cos pura. Tutte le mie ricerche, le mie ricognizioni di approccio, le difficolt superate, i giorni che avevo passato con l'animo tutto teso verso quella meta, non erano stati per l'ambizione di una conquista, sia pur importante, ma erano dedicati all'amico, con una dedizione cos pura come un atto di fede. Quella salita, che senza dubbio  la pi bella e la pi importante di quest'anno, non  per me n un'ascensione n una conquista, ma solo un omaggio devoto alla memoria dell'amico; come se mi fossi spogliato della mia gemma pi preziosa, per deporla con tutta umilt ai piedi dell'amico per erigergli il monumento pi bello, pi degno, pi imperituro. Non so se Saverio abbia potuto comprendere la profonda bellezza del rito sulla vergine cima; ma il suo rispettoso silenzio me lo lascia supporre e sperare.
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Quando pi tardi gli amici mi chiesero fotografie e relazione per pubblicarle sui giornali, rifiutai; alle loro insistenze, adducendo l'opportunit di onorare la memoria di Graffer rendendo noto il battesimo del nuovo torrione, risposi che l'ascensione l'avevo fatta per Graffer, non per il pubblico e per i giornali. Avrei voluto tener segreta quest'ascensione, nota soltanto a me e allo spirito di Graffer, che sentivo cos vicino e presente in quel momento di commozione, con un senso di gelosia, quasi che la pubblicit avesse potuto insozzare la purezza del mio sentimento.
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Amavo la compagnia di Saverio per la freschezza, l'ingenuit, la sincerit del suo sentimento. Tanto pi quindi mi riusc difficilmente sopportabile, subito dopo, la compagnia di Vitale, cui non seppi rifiutare la solita settimana in montagna. Anche lui l'amavo per la sua semplicit arguta e la sua spontaneit; ma ora si sente ogni anno pi la sua smodata presunzione, la sua ambizione e la sua piccola e malcelata vigliaccheria. Quel suo tono predicatorio e quel suo vezzo di impartire a destra e a sinistra consigli non richiesti, quel suo modo di andar in montagna non si sa bene se pi per passione o pi per pettegolezzo, quei suoi racconti delle proprie gesta con quelle mezze frasi di finta modestia, che lasciano supporre chiss che a tutti i suoi fedeli ammiratori, quella sua insistenza a farsi fotografare sul passaggio (solo quando  lui capocordata) oppure in posa eroica sulla vetta conquistata, e quella sua fifa sempre pi manifesta, che gli fa moltiplicare in modo quasi ridicolo le assicurazioni, sono tutte cose che rendono sempre meno digeribile la sua compagnia in montagna. Poich la montagna  uno specchio cos limpido, che nulla lascia celato e riflette anche la piega pi recondita del proprio animo.
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Lo accompagnai al Montanaia: non dimostr alcuna commozione nel trovarsi per la prima volta in quella cerchia cos straordinaria e selvaggia, neppure quando cercai di fargliela apprezzare. Solo una viva curiosit in lui, un desiderio di conoscere non tanto la montagna quanto le vie d'ascensione e i relativi pettegolezzi, per poter riferire e raccontare. E raccontare poi con aria di autorevole competenza, facendo propri i giudizi e le osservazioni altrui. La gita non mi diede naturalmente alcuna gioia, l'arrampicata mi riusc difficile oltre ogni aspettativa e ogni ricordo, come fosse la prima arrampicata della stagione, e nessuna commozione mi diede il ritrovare sulla vetta dopo 15 anni quella "straordinaria campana", ch'io stesso vi avevo portato. Gli stessi squilli acuti e argentini della campana, che rieccheggiavano tra le crode, mi sembravano falsi e stonati. Io sono sempre lieto quando posso donare un'ascensione ad un amico, ch anzi l'ascensione stessa mi pare doppiamente pi bella. Ma perch debbo profanare una croda purissima, portandovi chi non la sa n amare n comprendere, e privare anche me di ogni gioia dell'arrampicata?
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Feci anche due salite nuove, di non grande impegno, ma abbastanza importanti, varie, eleganti e divertenti.
Non serbo di queste salite alcun ricordo n triste n lieto, proprio come di quelle cose che mi lasciarono del tutto indifferente. Solo nella parte superiore della seconda, stimolato forse dal maltempo che si avvicinava, presi un'andatura cos sciolta e sicura sulle ripide placche di splendida roccia, che mi pareva di aver ritrovato la baldanza dei tempi migliori. Ma sono tutte arrampicate senza storia e senza gioia. Mi era indifferente l'ascensione, mi era indifferente il maltempo, che anzi mi offriva la buona scusa per non andare a far scalate senza gioia e senza amore. Speravo solo che col maltempo Vitale anticipasse il suo ritorno a Milano; invece volle accompagnarmi anche in Civetta, proprio l dove meno avrei desiderato la sua compagnia. Fui anche duro con lui; alle sue ben giustificate domande sulle varie vie d'ascensione, rispondevo secco ed aspro, con tono di dispetto e di insofferenza. Tanto che me ne rimprover con tono di dolcezza e senza rancore; il rimprovero era giusto, ma neppure era ingiusto il dispetto che mi dava la vuota curiosit pettegola tra quelle architetture sublimi.
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Ogni ritorno in Civetta  per me qualche cosa di straordinario, come ogni ritorno a Firenze. La potenza di quelle linee e di quelle masse  superiore ad ogni capacit di ricordo; si resta meravigliati come al ripetersi di un miracolo sempre nuovo. La stessa impressione di gioia e di sgomento a un tempo che provo al primo apparire della cupola, immensa e armoniosa, al di sopra dei tetti fiorentini, provai anche rivedendo la Torre Trieste, nella sua smisurata verticalit, isolata e irreale tra i nembi che l'avvolgevano, o rivedendo l'immensa mole della Busazza, cos vicina e maestosa nella calda luce del tramonto, cos irreale e opprimente nell'ombra della notte stellata. Poi risalendo la Val dei Cantoni, quelle due gigantesche fiancate di roccia andavano man mano abbassandosi ai due lati, finch raggiunsi il piccolo circo ghiacciato ch'esse racchiudono e celano nel loro angolo pi interno e pi recondito, come una gemma preziosa in uno scrigno inaccessibile. Affacciandomi alla merlatura pi alta dello scrigno, mi apparve improvvisamente, di scorcio, tutta la muraglia della Civetta.
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Vista cos da vicino, da tanta altezza, pareva aver triplicato la sua massa poderosa e dava l'impressione di un'imponenza senza uguale; il suo aspetto cos tetro e repulsivo contrastava per stranamente con quello della Busazza, cos chiara, compatta e levigata, quasi fosse stata modellata da un sublime artista, con la stessa cura come si scolpisce una statua nel pi bel marmo cristallino.
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Pochi giorni dopo ero a San Martino, per raggiungere Barzaghi e Fasanotti, buoni e modesti amici, cui sono lieto di donare la gioia di un'arrampicata. Rifeci senza alcun interesse la parete della Cima Pradidali. Poi ritornai ancora una volta alla mia preferita Cima Wilma, per una via nuova che credevo da poco. Invece una serie di fessure strapiombanti e viscide mi impegnarono abbastanza seriamente. Ma l'uscita in alto, superando di slancio qualche inarcato strapiombo e qualche placca verticale con pochi ma ottimi appigli, mi diede pi soddisfazione di qualsiasi altra arrampicata di quest'anno. E sbucando in cresta, proprio sulla cuspide sommitale, mi parve di aver ritrovato quella linearit e quella fermezza di procedere secondo la verticale, senza concessioni e senza deviazioni, che distinguevano tutte le mie salite degli anni "eroici".
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Mi sentivo lanciato e sicuro, capace forse di qualsiasi impresa. Ma non volevo forzare, volevo sempre lasciare un buon margine alle mie possibilit, per esser sicuro di essere sempre in grado di godere dell'ascensione, di ascendere alla montagna e non di conquistarla di forza.
Scesi a Milano per andare a Courmayeur a tentare qualcuno dei classici itinerari del Bianco; ma le condizioni sfavorevoli ce lo sconsigliarono. Andai senza voglia, quasi trascinato da Vitale, nel gruppo dell'Adamello. Lo squallore di quel pietrame bruno, mi dava, in confronto alla ricchezza di vegetazione e di colori delle Dolomiti, un senso di desolazione e di tristezza. Qualche esteso panorama di quelle linee orizzontali senza un profilo e senza una linea, che rendesse logica e attraente l'ascensione. Ancora un mucchio di vie nuove da fare, forse perch ancora nessun alpinista serio si era mai occupato di quei monti. Seguii svogliatamente Vitale, quasi rassegnatamente, in un paio di arrampicate; lo lasciai piantare tutti i suoi numerosi e inutili chiodi di assicurazione, lo precedetti superando in due salti un passaggio dove lui si era affaticato invano una buona mezz'ora e poi l'offesi dichiarandogli che quelle imprese potevano esse valutate di secondo grado. Le salite che avevo fatto con Saverio nelle Marmarole erano certo meno facili e pi eleganti.
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Ardevo di ritornare alle Dolomiti, ai bei campanili della Croda dei Toni. Mi trovai con Pisoni, in gran forma e veramente molto sicuro in parete, meno agile nei camini, che non sempre prendeva nel modo migliore. Fresco della sua ingenuit e ardente di entusiasmo come sempre. Salimmo ancora il Torrione Graffer, per la fessura frontale questa volta, divertentissima; poi una gran parete della Croda dei Toni, in parte molto difficile. Lasciai sempre a lui di andare avanti, che ne aveva ben diritto per la sua sicurezza e soprattutto per il suo entusiasmo; ma a me quelle arrampicate diedero solo interesse, ma poca gioia. Quando qualcuno mi precede in cordata, non posso pi sentire la montagna come mia; ogni intimo rapporto tra me e la montagna mi  interrotto. Se si tratta di un amico, sono lieto ugualmente di essergli compagno e di donargli l'ascensione; ma per me  tutt'altra cosa. Siamo andati per tentare una grande impresa, cui penso da anni; Pisoni era ardente di entusiasmo; io ero ancora un po' in dubbio se avrei saputo affrontare l'impresa con quell'esuberanza di forze fisiche e spirituali che avrebbe richiesto. Rimandai di un giorno ancora, e salimmo invece una splendida Torre in Valle Lagazuoi. Le difficolt si rivelarono ben presto molto superiori al previsto. Ma anche nei tratti di estrema difficolt, in tutta esposizione e con scarsa assicurazione, seppi seguire Pisoni senza esitazione, slanciandomi fiducioso e quasi incosciente e mi sentii anche in quei tratti perfettamente sicuro, come quando seguivo Battista sulla Marmolada di Rocca. Una scarica di sassi mi colp alla testa subito all'inizio dell'arrampicata. Nonostante il male e i capogiri, proseguii ugualmente, rimettendomi a poco a poco. A 40 m dalla vetta, dopo 8 ore di sforzi, Pisoni mi annuncia che non si pu proseguire. Non ne sono affatto convinto e vorrei tentare io; ma il timore che mi riprenda qualche capogiro nel momento critico, mi fa esitare.  un istante di vera vigliaccheria, nonostante il desiderio di cimentarmi con quell'uscita. La vigliaccheria  subito punita: ridiscendo la corda da uno spuntone di assicurazione, una nuova scarica mi colpisce alla testa assai pi gravemente della prima. Altro non mi resta che scendere a corda doppia, assicurato, con cos forte mal di capo, che mi fa vacillare anche sul terreno piano. Un giorno di necessario riposo, poi una nevicata mette fine ad ogni nostra speranza di ascensioni.
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Ancora una volta sono stato bruscamente arrestato quando avevo raggiunto la pienezza delle mie forze e quando mi sentivo capace di qualsiasi impresa.  forse il destino che mi preserva dall'affrontare imprese che non sono pi per me, oggi che non son pi capace di dominare con la volont il mio destino? O  forse il destino che mi vieta l'affermazione e mi impedisce di rompere fede al voto d'amore delle Msules?
Poi  una serie di camminate per monti e per valli, condotte con ritmo assai intensivo per terminare una serie di ricognizioni; mi spiaceva di non poter approfittare di quelle splendide e limpide giornate di settembre e di quello stato di grazia fisico e spirituale che avevo raggiunto per un'attivit di maggior soddisfazione. Ma anche nelle lunghe camminate solitarie, con l'attenzione sempre tesa per tutto quello che mi occorreva di osservare, godevo intensamente la pace della natura. E quando mi concedevo qualche pausa di riposo, rilasciando muscoli e nervi nella gran carezza del sole, potevo cantare con pieno abbandono, dimentico di me stesso e di tutti.
Ancora due giorni a Venezia, tra il profumo e le luci della laguna, l'incanto delizioso delle calli ignote, e due serate di musica alla Fenice, e poi a Milano, tutto preso dal lavoro intenso e febbrile, fino alla stanchezza, ma con una lucidit che mi permetteva di concludere rapidamente ogni capitolo, senza alcun dubbio o pentimento e nel modo pi definitivo. Ero tutto preso e anche soddisfatto di un lavoro, che pure mi aveva poco interessato e avevo condotto avanti senza convinzione.
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Consegnato l'ultimo capitolo, eccomi di nuovo qui a Tregnago a godermi le sinfonie di luci dei tramonti autunnali. I boschi e i prati ingialliscono, le viti e i cespugli sono rossi accesi; accordi preziosi il colore avvinazzato del fogliame, i grappoli bruni e vellutati e il candore della nevicata precoce, che aveva imbiancato tutte le colline.
Vivere della natura e sognare; e dimenticarsi nella gran pace dell'estasi, senza saper pi nulla del mondo che ci circonda.
"Gli uragani, la nebbia, la neve qualche volta ti faranno andare in bestia. Pensa allora a quelli che li hanno provati prima di te e d semplicemente: dove gli altri son riusciti, si pu sempre riuscire." (Saint Exupry). Anche l'alpinista dice: dove un altro  passato prima di me, passer anch'io. Ed  questa una sicurezza che permette di vincere ogni difficolt. Solo percorrendo una via nuova, non si pu avere questa sicurezza.  tutto qui il grande fascino di una prima ascensione: l'incertezza di ci che ci attende, il sentirci soli nella lotta contro la difficolt, il sentire che per vincere dobbiamo fidare soltanto in noi stessi. Occorre pi forza morale per superare l'ignoto, che per superare la difficolt.
20 dicembre. Dopo un periodo di intensit di lavoro, ora di nuovo calma, assestamento e riordinamento. Il lavoro intensivo mi d benessere e lucidit; mi pare a volte di camminare di nuovo dritto come un tempo, con un passo cos deciso, che infrango tutti gli ostacoli. Diversi piccoli contrattempi, noie, ritardi, sono stati tutti superati con un'autorit che non ammette discussione. E nel mio cammino di nuovo cos lineare ritrovo anche la fiducia in me stesso e nella mia volont.
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Un programma di lavoro intenso mi attende anche per i mesi prossimi: il mio lavoro vien richiesto ed apprezzato. Liberatomi dalle pastoie e dall'ipocrisia burocratica del CAI, mi sembra di aver ora ritrovato la mia strada, tra gente onesta e desiderosa di azione pi che di chiacchiere. E in tal modo la mia strada  di nuovo aperta davanti a me, dritta e luminosa. Non ho che da seguirla ormai, con fede e col mio passo sicuro.
Tutto quello che scrivo di pi intimo, come le pagine di questo diario, non potrei mai vederlo pubblicato; e ci che scrivo per pubblicare  sempre qualche cosa di strettamente obbiettivo, in cui la mia anima resta del tutto celata. Il darmi al pubblico mi sembrerebbe una spudoratezza e un rivoltante insulto a me stesso. Tutto il mio essere  un mondo chiuso, che potr avere contatti con altri solo con la sua superficie esterna; ma non potrebbe aprirsi, sviscerarsi ad altri senza frantumarsi e infrangersi. Non perch abbia nulla da nascondere, ma per un invincibile pudore, che mi impedisce di denudarmi in pubblico.
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1942.
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20 aprile. Pienezza di luce di giornate intensamente vissute. La solitudine dei rifugi chiusi, la pace, il senno di essersi estraniati, fuori dal mondo, dalla volgarit e dall'orrore e di essere giunti in un'oasi di pace, ove si pu dimenticare tutto e lasciarsi vivere nella luce di un'atmosfera pura. Il Brenta nel suo aspetto invernale era ancora pi fulgido del solito, mentre la neve ammorbidiva le squallide pietraie. Le crode per contrasto ne balzavano fuori con tanta maggior potenza di massa e di colore. E nella solitudine, in quel gran silenzio delle nevi intatte, mi pareva che quelle crode fossero tutte per me, pi vicine al mio animo, pi mie. Ritrovavo le mie pareti e i miei camini, ne riandavo ogni passaggio, e una folla di ricordi mi faceva rivivere giorni felici, ormai lontani. Ritrovavo il vecchio rifugio Tosa, dove avevo passato un mese intero, la mia cuccetta accanto alla finestra da cui contemplavo tante albe stupende, la cucinetta che ci aveva tanto affumicati, i miei angoli preferiti, il pietrame dominante tutta la valle, dove andavo a leggere Goethe e Novalis. E poi scivolavo leggero con gli sci sulla neve perfetta, alla ricerca di un passaggio talvolta fortunoso tra le rocce o su cengioni spioventi, cercavo di indovinare i ben noti sentieri nascosti sotto la coltre candida, mi guidavo d'istinto anche tra la nebbia, quasi obbedendo a un muto richiamo delle mie crode, e mi sembrava che quel veloce e agile scivolare tra gli ostacoli, in contrasto con la lenta e cadenzata marcia dell'estate, fosse tanto appropriato all'ambiente invernale, poich cos non rompevo col mio passo il grande silenzio, e vagavo leggero, quasi sfiorando i pendii e librandomi tutto con l'animo in quell'eterea serenit.
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Anche Saverio mi pareva godesse veramente tanta serenit e quel sciare cos speciale in un ambiente tanto selvaggio di crode, che parevano ad ogni tratto sbarrare il passaggio. In Val d'Ambiez gli amici trentini ci accolsero con la loro consueta cordialit. Con loro si ha spesso l'impressione di trovarsi in un mondo diverso, tanto pare straordinaria quella schiettezza, quella sana e misurata allegria, quella spontaneit e sincerit di rapporti; in contrasto con l'ipocrisia, la falsit, la disonest, la malafede, l'invidia, la rivalit della vita cittadina, che rendono impossibile qualsiasi solidariet e qualsiasi fiducia anche nei rapporti che dovrebbero essere pi profondamente umani.
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Poi la Presanella: peccato solo ch'io non avessi altro compagno che Vidi, piuttosto noioso, mestierante e stonato all'ambiente. La sera dal rifugio il tramonto incendia con riflessi e bagliori violenti tutto il gruppo di Brenta, mentre la tormenta eleva dalle creste della Presanella gigantesche colonne di fumo. Il mattino tersissimo si rischiara a poco a poco mentre saliamo i primi dossi, ammorbidisce i pendii con luci rosate, che si riflettono, quasi ravvivandole, sulle tetre rocce granitiche. Poi dalla vetta l'orizzonte si apre immenso in tutte le direzioni:  un belvedere isolato che si eleva nel mezzo di un mare di bianche catene innevate, e di oscure vallate gi spoglie, che aiutano a distanziare i vari piani successivi fino ai pi lontani, fino al Rosa, ai Tauri, alle colline di Tregnago. Nella luce radiosa di un mattino calmissimo, mi trattenni quasi 2 ore sulla vetta, mai sazio di un cos affascinante spettacolo. Poi dalle nevi scesi improvvisamente nell'estate. Arrivai a Pinzolo a torso nudo, quasi voglioso di tuffarmi nel torrente, mentre la natura era gi in piena fioritura, e nei campi ferveva il lavoro dei contadini. Avrei voluto poter passare anch'io di colpo nell'estate, attaccare subito qualche nuda parete di roccia, su quelle crode che nei giorni precedenti mi erano apparse gi cos pulite, cos invitanti e cos mie.
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La campagna alpinistica si  iniziata con la gita in Paganella. In parete ho ritrovato quel senso di sicurezza quasi baldanzosa e quella fiducia in me stesso che gi avevo provato in Grigna. Al rifugio, con numerosi amici milanesi e trentini, abbiamo festeggiato la nomina ad accademico di Pisoni (che ho ottenuto dopo lunghi mesi di insistenza contro l'ipocrita ostruzionismo di Bonacossa). Giornata luminosa, di allegria e di cordialit. Poi alcuni giorni di vagabondaggi solitari in Brenta, pi faticati che goduti a causa della lunghezza delle tappe e del continuo impegno di attenzione e infine ancora una settimana a Milano per esaurire il programma di lavoro. In sei giorni ho steso tutto il testo della guida sciistica del Brenta e Madonna di Campiglio, scrivendo direttamente a macchina, con perfetta lucidit, con ordine e in modo definitivo. Un bel record non solo di velocit, ma anche di perfezione di lavoro. Ne ero quasi orgoglioso. Tanto mi pare cos strano di sorprendermi in cos meschini peccatucci di vanit!
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Le prime salite sono state con Pisoni, anzi dedicate a Pisoni. Seguivo l'amico nelle ascensioni che io stesso avevo indicato e che lasciavo a lui; lo seguivo abbastanza passivamente con scarsa gioia, e ancor minore soddisfazione e sentivo pi che mai come la posizione del secondo di cordata potr esser forse comoda nei momenti di vigliaccheria o in insufficiente allenamento, ma alpinisticamente ha un valore del tutto negativo. L'ascensione  priva di interesse e ci si preoccupa soltanto di salire col minimo sforzo evitando per quanto possibile le difficolt e i passaggi impegnativi. Per questo fui lieto del ritorno dalla Cima Bassa d'Ambiez, che presentava difficolt eccessive per il mio scarso allenamento.
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Volli perci esser di nuovo capocordata: sentivo che quest'anno potevo e dovevo ritrovare tutta la mia sicurezza, la mia baldanza, la mia autorit forse come negli anni migliori. Non solo mi sentivo gi a posto sulla roccia, ma, ci che pi conta, sentivo proprio il desiderio e la volont dell'impresa. Ma non volli affrontare subito le difficolt; volevo arrivare ad esse solo con un progresso graduale e lento, solo con un allenamento perfetto, onde evitare inciampi e disillusioni, che avrebbero potuto interrompere bruscamente anche questa volta il mio cammino verso l'alto. Salite brevi dunque, facili, d'ordinaria amministrazione, senza interesse n emozioni, destinate soprattutto al completamento della guida. Ma gi godevo dell'arrampicata, per facile ch'essa fosse, attaccavo con entusiasmo e salivo per l'itinerario prestabilito, senza compromessi. Qualche passaggio pi difficile, mi impegnava, ma lo superavo con calma e sicurezza, senza esitazioni e senza cercar scappatoie. Cos le ascensioni si moltiplicavano rapidamente, la guida si arricchiva giornalmente di ricognizioni e di nuovi itinerari ed io mi sentivo sempre pi a posto, sempre pi padrone dei miei mezzi e della mia tecnica e sentivo di nuovo la roccia, non pi come ostacolo da vincere, ma come mio elemento naturale in cui muovermi a mio agio come un pesce nell'acqua o un uccello nell'aria. Elemento naturale, che diveniva anche e soprattutto mezzo di espressione del mio essere, della mia gioia e della mia esuberanza di vita. E la roccia mi ripaga della mia fedelt e del mio amore, presentandomi sempre l'appiglio di cui ho bisogno, offrendomi sempre la direttiva pi logica e pi elegante (come il classico diedro della Cima d'Ambiez), quasi a rendere pi perfetto il godimento estetico dell'arrampicata.
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Nebbie fitte quotidiane; vagavo tra la nebbia trovando sempre con assoluta sicurezza l'orientamento e la via migliore. Per me erano egualmente giornate di luce, anche se la montagna mi negava lo spettacolo dei suoi quadri e dei suoi panorami, ritrovando piena soddisfazione nelle mie arrampicate e nel mio lavoro. La quiete del rifugio ospitale e solitario, cos fuori dal mondo da consentire un completo oblio, creava l'atmosfera migliore per questo stato di perfetta serenit d'animo.
D'altronde mi sentivo ormai gi abbastanza a posto per ritrovare piena soddisfazione nella mia intensa attivit alpinistica e di lavoro. Alla domenica erano arrampicate dedicate a Pisoni; ma negli altri giorni erano tutte salite ben mie, che realizzavo non pi tanto per il completamento della guida, quanto per la gioia stessa dell'arrampicata.
Perci attaccavo per la via pi bella e salivo per la via pi diritta, senza concessioni e senza deviazioni, come nei periodi "eroici", in cui arrampicavo per la sola gioia della conquista. .
Cos sulla cresta della Solanda, che seguii sempre sul filo anzich deviare sulle pi facili pareti laterali, cos sullo spigolo tanto aereo della Baratieri, cos sulle rocce innevate dello spallon dei Massodi, cui non volli rinunciare nonostante le condizioni quasi invernali, cos nei camini della Cima Mondroni, che superai con tutta eleganza senza piantar un chiodo, cos sullo spigolo del Crozzon che scalai in 4 ore, quasi in una corsa frenetica, ebbro al sentirmi tanto sicuro in quei lunghi caminoni, ebbro di ritrovare tutto il mio ardore e tutta la mia passione su quell'architettura prodigiosa, che ho amato forse pi d'ogni altra nel gruppo di Brenta.
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Ma torniamo alla mia cronaca. Un richiamo di Bruno mi fece tornare a Milano per il l d'agosto, per partecipare a una progettata Missione scientifica nelle Alpi Albanesi. Scesi dai monti con quello stesso animo di tanti anni fa, quando nello stesso giorno 1 agosto dovetti presentarmi per il servizio militare (1929). Anche allora avevo coronato la mia campagna sul Crozzon, anche allora avevo ritrovato sul Crozzon tutta la pienezza delle mie forze fisiche e morali, anche allora avevo dovuto troncare a mezzo il mio trionfante cammino proprio quando lo stato di grazia raggiunto attraverso un lento e graduale allenamento mi schiudeva la possibilit di qualsiasi impresa. Acconsentii all'Albania prima di tutto per un senso imperioso di dovere verso Bruno, cui non potevo negare la mia collaborazione, cui evidentemente teneva e che mi aveva insistentemente richiesto; e in secondo luogo per la convenienza che avevo, (in vista di future auspicate attivit extra-europee) di partecipare a una missione dell'Accademia d'Italia e quindi di fare un primo passo per rendermi noto in quell'Istituto, che potrebbe sempre offrirmi appoggio e preziose occasioni per l'avvenire. Ma tutte queste considerazioni, pensate a Milano, svanivano ora di fronte al vivo rammarico di abbandonare i miei monti, di rinunciare a tutti i progetti sognati da tanto tempo e rimandati di anno in anno in attesa di ritrovarmi sufficientemente in forze; e non riuscivo nemmeno a compensarmi con quell'interesse e quel senso di avventura, che certo avrebbe dovuto offrirmi un viaggio in regioni ignote. L'Albania non mi presentava nessun interesse, i suoi monti non avevano per me nessuna attrattiva, il viaggio stesso, per scopi scientifici a me estranei e in cui non avevo preso e non intendevo prendere alcuna iniziativa, mi era del tutto indifferente.
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Il ritardo della autorizzazione da Tirana, fece dapprima rimandare la partenza, poi rinunciare (almeno per quest'anno) al viaggio, con grave disappunto di Bruno, che vi aveva dedicato 2 mesi di preparazione e di organizzazione, e con grande ed egoistica contentezza mia, che vedevo riaprirsi insperatamente davanti a me una porta che ormai credevo irrimediabilmente sbarrata. Ebbi un senso, quasi fisico, di sollievo, come all'improvviso svanire di un incubo o all'annullamento di una condanna! Corsi di nuovo alla Tosa, donde promisi di non muovermi, per restare sempre disponibile per un eventuale richiamo; ma gi sapevo che questo non sarebbe venuto e che avrei potuto disporre liberamente della mia estate. E allora rinascevano e si concretavano i progetti: Croda dei Toni, Marmolada, Agordino, Fanes, ecc.. Ero sazio del Brenta (dopo pi d'un mese): volevo altri orizzonti, altre montagne pi mie.
Arrampicavo ogni giorno pi per occupare la giornata in attesa di poter partire per altre zone, che per reale interesse nell'arrampicata. E tuttavia la salita solitaria alla Cima Ceda o al Castelletto (da quanti anni non mi riusciva pi di arrampicare solo?), la salita elegantissima dello spigolo di Cima Sella e quella della bella parete di Cima Brenta Occidentale, sono state pienamente godute, quasi con entusiasmo.
Subito dopo me ne andai; fu una specie di fuga precipitosa, piantando in asso Vitale, e tutti gli amici della Tosa. Con Pisoni filai diretto a Cortina e, senza fermarmi, al rifugio Cantore. .
La direttissima della Tofana si dimostr irrealizzabile non solo per la difficolt (o impraticabilit?) della roccia, ma soprattutto per le paurose precipitazioni d'acqua e di sassi da quell'orribile canale ricolmo di ghiaccio e di ghiaia. Era la punizione della mia eccessiva presunzione, di voler scoprire nuove direttissime su una montagna cos nota e cos in vista? Certo rimasi un po' deluso della mia cantonata cos marchiana, di esser partito cos deciso all'attacco di una via tanto bella e logica vista a distanza o in fotografia e tanto repulsiva e assurda all'atto pratico. Lo stesso senso di stupita (o stupida?) delusione, che provai anni fa all'attacco della fessura del Serauta e scoprii che non era una fessura ma un filone di melafiro. Ci lanciammo di corsa e senza sciogliere la corda per la via comune della parete sud, quasi facendoci beffe delle pi celebrate e classiche ascensioni, come altra volta con Vinatzer sul camino Adang. Pareva di giocare con la roccia e con l'abisso con la stessa baldanzosa sicurezza e la stessa spensierata incoscienza di un Siegfried!
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E allora non pi indugi, non pi esitazioni: mi avvio diritto ormai e con passo sicuro verso la montagna: la Marmolada. Nessun'altra montagna posso sentire cos mia, non tanto per i giorni e le notti che ho passato sulle sue pareti, non tanto per lo studio meticoloso che le ho dedicato d'estate e d'inverno, ma soprattutto perch nessun'altra montagna io ho cos profondamente amato, nessun'altra montagna  stata tanta parte nella mia vita alpinistica n ha segnato date cos decisive nella mia evoluzione spirituale, nessun'altra montagna mi ha dato tanta gioia, tanta passione, tanta emozione. Temevo proprio di non potervi ritornare pi. Dopo le Msules, che avevano significato la rinuncia del mio sogno pi bello, la parete sudovest, dopo la Punta di Rocca che avevo donato a Battista con puro atto d'amore, di anno in anno, per una causa o per l'altra mi sentivo fisicamente e moralmente pi debole. Quel giorno, insperato,  venuto! .
Con una marcia lunga e faticosa sotto il peso di sacchi considerevoli, ci trasferiamo dal Pocol a Malga Ciapela: saliamo a sera lo "scalone" e sbuchiamo improvvisamente sul Pian d'Ombretta. Le pareti vibrano nel fulgore del tramonto come corazze d'acciaio in un tripudio di luce: un'impressione di ubriacatura, schiacciante e opprimente, come un diapason di trombe in una sterminata orchestra. Presento a Pisoni le mie pareti, le vie, i problemi: nel suo entusiasmo ingenuo, lui vede possibilit dappertutto, vorrebbe salire le muraglie pi lisce e pi compatte.  grigio, dunque si deve passare; dice con la sua esperienza di Brenta o di Pale. Sorrido e lo invito a pazientare e ad "assaggiare" quella roccia prima di giudicare e formulare itinerari. Mi sorprendo a parlare, forte della mia lunga esperienza, con una saggezza moderatrice e bonaria, quasi paterna: una specie di Virgilio che guida e regge il novellino Dante e ne raffrena gli entusiasmi. Ma ho avuto anche subito l'impressione che qui non venivo per affrontare le mie imprese, ma solo per accompagnare Pisoni, presentargli quel mio regno incantato, instradarlo sulle vie che lui avrebbe dovuto percorrere. Illustravo all'amico quelle ascensioni, perch non cadessero in mani profane? Ma qui non era un dono generoso come quello della Punta di Rocca; qui era piuttosto rinuncia a favore dell'amico di ci che non poteva pi essere mio. Mi parve che il mio compito fosse esaurito dal momento che avevo presentato all'amico tutte quelle pareti e tutti i problemi che attendevano soluzioni: cos abdicai a qualsiasi iniziativa, mi affidai a lui, lo seguii fedelmente per consentire a lui di realizzare l'impresa.
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Proposi di cominciare con la parete della Marmolada d'Ombretta, ma Pisoni affascinato dal sottile diedro del Piz Serauta decise di attaccare senz'altro quello all'indomani. N io mossi alcuna obbiezione. Aveva ragione di iniziare senz'altro con l'impresa pi bella, pi ardua, pi importante, senza ulteriori indugi. Anche a me quel diedro stava a cuore pi di ogni altra cosa, ma pensavo di lasciarlo per secondo, forse per un residuo di esitazioni e di vigliaccheria, o perch non osavo prendere io stesso l'iniziativa di attaccare quella linea architettonica cos diritta e cos pura s, ma anche cos problematica. Il tempo intanto al mattino ci tiene a letto fin tardi; poi ci avviamo nel nebbione pi fitto col proposito di portare il materiale fino all'attacco e di studiare da vicino il diedro. Saliamo lentamente, ci arrestiamo in lunghe soste, facciamo inutili giri viziosi, come chi abbia da perdere il tempo per passare in qualche modo la giornata. Solo alle 11 siamo all'attacco e io salgo le prime placche e fessure pi per il piacere di ritrovarmi su quella meravigliosa roccia compatta, che mi d tanta gioia per l'eleganza e il perfetto stile dell'arrampicata, che non per il proposito di attaccare sul serio l'ascensione. Una placca verticale ci obbliga a legarci in cordata e poco dopo Pisoni riesce a superare, dopo vari sforzi e tentativi, uno di quegli strapiombi a campana, tipici della Marmolada, che paiono un nulla visti da sotto e che invece presentano le pi tremende difficolt. Quando son passato anch'io, finalmente mi rendo conto che quello non  un passaggio che si faccia per sport, solo per andare a vedere come sar il diedro poco sopra, ma  un passaggio che si vince solo quando si  decisi a lanciarsi con tutto l'impegno nell'ascensione.
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Ero cos felice di ritrovarmi su quella roccia, mi sentivo cos sicuro e cos a mio agio, che ebbi per un momento l'impulso, quando ci legammo, di andare avanti io. Anche Pisoni me l'offr, forse sapendo quanto io tenevo a quell'ascensione, ma con un tono che lasciava chiaramente capire quanto desiderava che io rifiutassi l'offerta e quanto teneva ad esser lui capocordata. E ne aveva ben diritto. Dopo un istante di esitazione, gli dissi di andare avanti lui non per una rinuncia generosa a favore dell'amico, ma piuttosto per un vago residuo di vigliaccheria e soprattutto per la consapevolezza della sua superiorit (non tanto tecnica, quanto nella capacit di osare), che offriva una maggior probabilit di successo nell'impresa. Eppure, se avessi osato andare avanti io, se avessi osato riprendere la mia iniziativa e la mia autorit d'un tempo, non solo mi sarei sentito pi a posto sulla roccia e l'ascensione stessa forse mi sarebbe parsa pi facile, ma avrei potuto ritrovare tutto me stesso, avrei potuto riscattare anni di debolezza e di vigliaccheria, avrei potuto sentirmi forte e giovane come nel tempo eroico, avrei potuto conquistare la vittoria - forse l'ultima grande vittoria - sulla mia montagna, avrei potuto riafferrare e rivendicare quell'impresa per tanto tempo agognata, e che ora mi lasciavo sfuggire non per donarla all'amico, ma solo per un attimo di vigliaccheria. Proprio vigliaccheria? E non poteva essere invece il sentimento delle Msules? Il sentimento che mi fa rifuggire dalla violenza della conquista, per cercare nella montagna solo serenit e illuminazione dello spirito a contatto con la divina potenza della natura? In fondo, lasciando andare avanti Pisoni, io potevo salire la mia parete, conquistare la mia montagna senza eroismo, con puro amore. La mia montagna? Ma era poi ancora mia? - Parole, parole: talvolta a perdersi in un'analisi sottile della propria sensibilit e del proprio modo di essere si cade nel nulla e si perde il contatto con ogni realt. Seguivo Pisoni passivamente, cordata per cordata; non chiedevo pi nulla n a me stesso n alla montagna, cui avevo rinunciato. Assicuravo, toglievo i chiodi, portavo il sacco, salivo meccanicamente, senza gioia; dell'ascensione stessa non m'importava pi nulla. Tanto che quando un enorme strapiombo a met diedro parve sbarrarci definitivamente il passo, ero quasi lieto dell'ostacolo che ci obbligava al ritorno ancora in tempo per evitare il bivacco. E non mi rallegrai affatto quando invece Pisoni trov modo di vincere anche questo formidabile ostacolo. Con questo stato d'animo  ovvio che la fatica mi riuscisse penosa, che ogni difficolt mi fosse grave e che seguissi Pisoni pi con rassegnata dedizione, che con gioia o soddisfazione. Mi sentivo incapace di superare senza l'aiuto della corda i passaggi pi difficili: arrivai al termine del diedro esausto, coi crampi alle mani per l'eccesso di sforzo e pensavo che era stata eccessiva presunzione la mia di venire ad attaccare quell'ascensione, che dovevo rassegnarmi e convincermi che le estreme difficolt non erano pi per me. Forse avevo torto, come ebbi a constatare pi tardi quando superai con perfetta sicurezza, da capocordata, passaggi altrettanto impegnativi. Ma in quel momento non potevo vincere l'amarezza di sentirmi tanto inferiore all'impresa cui mi ero accinto, tanto inferiore alla mia potenza di un tempo, che mi ero illuso di aver ritrovato quest'anno attraverso un mese e mezzo di metodico allenamento. Il bivacco fu senza gioia, nella notte cupa, con l'incertezza del tempo che ogni tanto si metteva a piovigginare e che minacciava di impedirci di completare l'ascensione, ora che le maggiori difficolt erano superate. L'indomani ripresi l'arrampicata quasi con rassegnazione e seguii ancora Pisoni senza interesse, pur su quella cresta che in qualsiasi altro momento mi avrebbe dato la pi viva gioia e la pi grande soddisfazione. Non avevo mai creduto che proprio quell'ascensione, che doveva essere la pagina pi luminosa della mia annata alpinistica, mi avrebbero invece dato tanta amarezza. Neppure la ben legittima soddisfazione che illuminava entusiasticamente il volto raggiante di Pisoni, mi poteva ripagare neppure in parte di tanta amarezza. La felicit di Battista sulla Punta di Rocca era stata molto anche per me, perch io gli avevo donato quell'ascensione che avrebbe potuto esser bene mia; la felicit di Pisoni sul Serauta invece era per me solo motivo di umiliazione, quasi di vergogna per essermi sentito fisicamente e soprattutto moralmente tanto inferiore a lui e all'impresa che avevo realizzato solo col suo aiuto. Meglio sarebbe stato se avessi lasciato andare Pisoni con un altro compagno: avrei avuto la soddisfazione e l'illusione di donargli quello che credevo potesse essere mio.
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N mi trovai certo meglio due giorni dopo sulla parete della Marmolada d'Ombretta. Era anche questa una ascensione cui tenevo molto, per il fascino della parete meravigliosa, proprio sopra al rifugio, e per l'eleganza dell'arrampicata sulle placche levigate, nei canali aperti e arrotondati, nelle lunghe fessure dritte. C'ero gi stato all'attacco per studiare l'itinerario, e anelavo al momento di poter attaccare quell'ascensione. Invece ora andai all'attacco con la rassegnazione di un condannato, solo per compiacere a Pisoni e non fargli perdere una delle sue pochissime giornate libere, ma sentendo soprattutto l'assurdit di affrontare una parete come quella in una giornata grigia, che prometteva soltanto temporali. Credo che la scalata di questa parete sia tra le pi belle e godibili di tutte le Dolomiti, per la qualit della roccia, la variet di passaggi, la grandiosit dell'ambiente. Eppure anche questa volta arrampicai senza alcuna gioia, meccanicamente, distrattamente: seguivo Pisoni badando solo a far meno fatica possibile: alla minima difficolt, proprio su quelle placche che sempre mi avevano tanto entusiasmato, mi attaccavo alla corda, senza neppur provare a superare il passaggio, per guadagnar tempo, per evitare uno sforzo, per completo disinteresse. Non mi importava pi nulla di quelle pareti, che pur avevo tanto amato, ora che sentivo che non potevano pi essere mie; quasi le odiavo, per avermi tradito, o meglio per avermi dato la prova della mia incapacit. .
Peccato! quanta felicit avrebbero invece potuto darmi, se avessi osato affrontarle da capocordata, o almeno con maggior partecipazione e un ben diverso spirito.
Lo seppi pi tardi, troppo tardi, quando salii con Negri la parete della Punta Serauta. C'ero gi stato all'attacco, in ricognizione, con Saverio, ma non avevo osato attaccarla. Negri, prostrato nelle forze da una forte colica, fu del tutto passivo: invece di tenermi la corda, mentre salivo, lo vedevo appoggiato alla roccia, con la testa tra le mani, affranto dalla debolezza, e ad ogni tappa mi chiedeva quanto mancava ad arrivare in cima e se poi diventava pi facile, come uno che pensi soltanto alla vetta come alla fine delle sue pene. Mi sentii pertanto solo, tutto solo su quella parete, che avevo voluto affrontare come l'ultimo grande problema della Marmolada. Questa volta s che la montagna era mia, tutta mia, cantava solo per me con le note squillanti e metalliche delle sue placche grigie, fulgenti nel sole e nell'azzurro di una limpida giornata settembrina. Certo non c'erano passaggi difficili come alcuni di quelli del Piz Serauta; certo l'arrampicata era meno bella, meno lunga, forse meno varia e meno interessante (ma non meno difficile) della Marmolada d'Ombretta; ma che importa? era la mia parete, la mia ascensione. Godevo immensamente passo per passo, fin dalla prima traversatina sulla placca liscia all'attacco; godevo di sentirmi ancora una volta cos sicuro su quella roccia compatta, godevo di salire in libera arrampicata su quelle fessure verticali, per quei diedri levigati, godevo delle difficolt e della continuit delle difficolt, che, superate senza la minima esitazione n stanchezza, mi davano la misura delle mie rinnovate possibilit, godevo dell'eleganza di stile, agile e ritmico come una danza, con cui sapevo salire, ora che la mia tecnica poteva ancora una volta accoppiarsi a una baldanzosa sicurezza in me stesso e a un ardente desiderio di ascesa.
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S, di ascesa, non di conquista. Mai un momento sentii l'impulso violento della conquista; mai un momento mi sentii vittorioso della montagna o della difficolt. Godevo dell'arrampicata solo per la gioia di ritrovare tutte le mie forze fisiche e morali, per la gioia di sentirmi essere; salivo, non per vincere e dominare, ma solo per il desiderio di ascendere, verso l'alto, verso la luce, verso la cresta che mi doveva schiudere un pi ampio orizzonte, verso la vetta, da cui avrei potuto ancora una volta contemplare la mia Marmolada in tutta la sua maest regale. Ecco il vero significato dell'alpinismo: ascendere verso la luce, verso l'amore! E mi chiedevo come mai da capocordata arrampicavo con tanta eleganza e sicurezza, senza piantare un chiodo anche nei passaggi di notevole difficolt, mentre invece con Pisoni mi ero sentito tanto inetto anche su passaggi ben meno difficili di questo. Forse ci dipende un po' dal fatto che come capocordata salgo libero, con calma, studio il passaggio prima di attaccarlo e lo supero come meglio mi piace o come credo pi opportuno, mentre come secondo salgo con l'assillo della corda che mi tira e quasi mi obbliga a correre, attacco il passaggio come mi capita e lo supero tante volte non come vorrei io, ma come la corda mi costringe o come l'esempio di Pisoni mi consiglia; cos mi trovo talvolta a met passaggio in posizione infelice e non so pi come proseguire e per non perder tempo o fatica mi aggrappo alla corda disperatamente e mi tiro su di forza. Ma certamente non  tutto qui, che la corda  una troppo meschina giustificazione. La causa vera di tanta differenza nel modo di arrampicare  tutta nel ben differente spirito che mi anima quando seguo passivamente un amico, in un'ascensione che per me non ha pi interesse, o quando invece prendo io stesso l'iniziativa dell'ascensione e sento l'impresa veramente come cosa mia.
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Da ci l'amarezza di aver sacrificato invano quelle due ascensioni che avrebbero potuto essere ben mie, l'amarezza di non avervi saputo partecipare, di non averle saputo vivere. Ma la Marmolada ancora una volta non doveva lasciarmi con l'amarezza della rinuncia e con l'avvilimento dell'incapacit, ma ha voluto donarmi con la giornata della Punta Serauta ancora la soddisfazione di ritrovarmi e di sentirmi essere, l'emozione di vivere intensamente e intimamente quell'ascensione cos mia. Anche qui rimasi a lungo sulla vetta, avvolto nel morbido amplesso del sole. La bianca coltre della Marmolada si stendeva davanti a me in tutta la sua ampiezza. Nel largo orizzonte, un mare di vette note ed amiche mi facevano corona come un coro di Arcadi e si perdevano lontano nei vapori azzurrini del cielo. Ma io non mi sentivo l'eroe, centro di quest'immenso orizzonte, bens, come sulle Msules, solo un nulla che aveva saputo elevarsi fino ad esser partecipe di questo mondo superiore, fino a comprendere la bellezza e i misteri, fino ad andare con puro atto di fede.
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Partito Pisoni rimasi con Saverio. Come ho gi detto rinunciai per il momento alla Punta Serauta e mi trasferii con Saverio alla Croda dei Toni. Qui arrampicai non per ragioni quasi professionali come in Brenta, non per l'interesse dell'impresa come in Marmolada, ma essenzialmente per la gioia stessa dell'arrampicata. La roccia solida e onesta, ricca di appigli, s da consentire molte possibilit, l'eleganza di quelle fessure, l'esposizione di quelle pareti verticali, tutto concorreva a dare una continua gioia dall'attacco alla vetta. Forse mai ho realizzato una cos lunga serie di ascensioni tanto divertenti, certo tra le pi belle delle Dolomiti. La serie ininterrotta di giornate bellissime mi consentiva, anzi mi imponeva di arrampicare tutti i giorni. Feci perfino due ascensioni al giorno. La roccia perfetta e ideale mi era divenuta cos famigliare, che l'arrampicata non era pi un problema n uno sforzo, ma un modo di procedere abituale, come pu divenire la bicicletta o l'automobile per chi se ne serve giornalmente. Salivo ovunque con la massima naturalezza, come se in vita mia non fossi mai stato altro che in roccia, e anche i tratti pi difficili potevano solo rallentare la mia andatura, ma non impegnarmi, poich mi sentivo sempre perfettamente a mio agio e sicuro. Salivo dritto, quasi trasognato, o meglio tutto preso nell'ebbrezza dell'arrampicata, spesso senza neppure rendermi conto delle difficolt: quando mi accorgevo di essere alto, pensavo di piantare un chiodo, ma se non riuscivo o non trovavo il posto adatto, continuavo indifferente fino al termine della corda. Cosa dovevo farmene dei chiodi, quando mi sentivo tanto sicuro? Per Saverio? Ma anche lui era ben sicuro e mi seguiva senza sforzo e senza esitazioni: e poi mi sentivo io tanto sicuro che mi pareva che la mia sicurezza dovesse bastare anche per lui. Mi sentivo in quello stato di grazia che rasenta i limiti dell'incoscienza come alla fine della campagna nelle Pale nel 1934. Anche allora l'arrampicare mi era divenuto tanto naturale, che salivo senza accorgermi o almeno senza rendermi conto della difficolt. Come un pianista dalla tecnica perfetta, che basta lasci correre le dita sulla tastiera per compiere senza sforzo qualsiasi acrobazia, abbandonandosi completamente alla pura gioia del suono. Anche il mio procedere cos sciolto, cos leggero, cos ritmico, era proprio come il correre delle dita sulla tastiera e la roccia mi rispondeva come un istrumento musicale perfettamente accordato e intonato col mio modo di essere.
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Che importa quali cime ho salito? Torri e fessure, camini e pareti, li passavo tutti in serie, uno dopo l'altro, quasi mi fossi fatto un compito di salire ogni cima, metodicamente. Brevi o lunghe, facili o difficili, tutte le arrampicate erano ugualmente belle ed egualmente godute. Mi sorpresi anche a superare qualche passaggio di estrema difficolt (dunque ne ero ancora capace?!), ma quasi con indifferenza; e non mi dava n pi emozione n pi soddisfazione di un qualsiasi altro passaggio di media difficolt. Qui non era pi questione di montagna o di impresa; era solo questione di arrampicare, quasi nel senso sportivo dell'arrampicata, e per la sola gioia dell'arrampicata.
Come in una sonata di Mozart si dimentica la struttura armonica del pezzo, per abbandonarsi interamente alla pura gioia del suono.
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Ancora qualche nota sui compagni di cordata:
Pisoni ha raggiunto una maturit tecnica e morale, che fa di lui ormai un alpinista completo. In arrampicata d un senso di completa fiducia: specialmente in parete ha una padronanza e una sicurezza magnifiche: in fessura o camino invece sale bene, ma fatica forse un po' pi del necessario, non sempre lo prende per il giusto verso e finisce per trovare difficolt un po' superiori al reale. Non ha certo lo stile di un Gilberti, n quella versatilit che solo potrebbe venirgli da una lunga pratica su diversi tipi di roccia ma lo ritengo tuttavia uno degli arrampicatori pi a posto e pi seri che ci siano oggi in Italia. E questa maturit tecnica, la sicurezza in s stesso, la consapevolezza della propria esperienza di capocordata gli hanno dato ormai anche una notevole autorit. Ora non  pi il baldo arrampicatore, audace ma un po' incosciente e inesperto, ch'io lasciavo andare avanti, ma che guidavo costantemente indirizzandolo in ogni singolo passaggio, non  pi il lieto fanciullone che mi seguiva ovunque con cieca indifferenza, chiedendo solo di arrampicare ovunque e comunque. Ora egli sa scegliersi le sue ascensioni, sa vedere l'itinerario, sale sicuro senza bisogno di alcun consiglio, risolve da s il passaggio come crede meglio:  insomma il vero capocordata. E insieme all'autorit, si  sviluppata in lui anche una forte volont, tanto che pi volte (come in Marmolada), mi sono spontaneamente piegato anch'io con piena dedizione alla sua volont. Ci che in montagna mi era accaduto solo con Vinatzer: e nella vita forse mai. Insomma non  pi il compagno ottimo arrampicatore, ma  divenuto, anche tra noi due, il capocordata. E mi sembra che attraverso questa sua raggiunta maturit anche il nostro rapporto di amicizia sia divenuto pi profondo e pi concreto.
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Guido Leonardi era un caro ragazzo, buono (ma non generoso) e sinceramente appassionato. Mi piaceva per quella sua freschezza giovanile (19 anni) e anche per quel tanto di inesperienza. Mi seguiva ovunque, con cieca fiducia, come un fedele discepolo. Fin troppo talvolta, poich l'affidarsi cos completamente a me, andava a scapito della sua esperienza ancora embrionale. Ottimo ginnasta, infatti, superava brillantemente un passaggio difficile, ma si trovava impacciato sul facile, incerto in discesa, completamente perso sulla neve e privo di senso d'orientamento. Arrampicatore quindi, ma non ancora alpinista. Lo portavo perci volentieri con me, perch avesse modo di formare quell'esperienza che ancora gli mancava. Disceso a Trento, dopo quasi un mese di arrampicate e ricognizioni in Brenta, si permise di far pubblicare sul giornale quotidiano le relazioni tecniche di tutte le nuove salite effettuate con me, nonostante il mio espresso e ripetuto dissenso. Era qualche cosa di pi di un vano peccatuccio d'ambizione giovanile, poich significava andar contro la mia espressa volont, significava disporre arbitrariamente di ascensioni ch'egli non si sarebbe mai sognato di fare e che aveva fatto come secondo di cordata, significava pubblicare senza il mio consenso relazioni stese da me, che dovevano far parte di una guida ancora inedita. Leggerezza? Sia pure, ma troppo grave per poterci passar sopra. Tanto pi che in questo caso avevo non solo il disgusto della detestata pubblicit, ma con la pubblicazione sui giornali di salite del tutto prive di importanza, fatte solo per completare la guida, veniva ad essere lesa non solo la mia seriet di alpinista, ma anche la mia seriet professionale di compilatore. Non mancai di esprimergli il mio disappunto, anzi il mio dolore, di essermi tanto ingannato sulla sua amicizia e sulla sua onest. Mi rispose offeso, senza aver capito nulla delle mie ragioni, e con l'evidente intenzione di rompere ogni rapporto. Tanto peggio per lui, e tanto meglio per me, che non correr pi il rischio che una cosa estremamente delicata come la seriet e il buon nome di alpinista sia messa in gioco dalla leggerezza e dalla stupida ambizione di un ragazzo. Tuttavia sarei anche stato disposto a dimenticare questo suo atto di sconsiderata leggerezza, se poco dopo egli non fosse andato a ripetere una salita gi fatta da altri alcuni giorni prima e non si fosse permesso di pubblicare sui giornali relazione e tracciato della sua "nuova via", pur essendo perfettamente al corrente della precedente salita. Una meschina ambizione giovanile pu essere comprensibile, e, fino a un certo punto, perdonabile; ma con un falsario in mala fede evidentemente non posso aver pi nulla in comune.  stato per me un vero dolore non tanto di perdere un amico e neppure di essermi tanto ingannato su di lui, quanto di vedere come un ottimo giovane, che avrebbe potuto diventare anche un ottimo alpinista, si possa perdere e rovinare per una meschinit. Chi potr pi credergli o prenderlo sul serio, con una simile macchia proprio all'inizio della sua carriera alpinistica? La disonest in alpinismo non solo genera orrore e disprezzo come disonest, ma ben pi distrugge tutti quei valori etici che sono il fondamento stesso dell'alpinismo.
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A proposito, anche Pisoni ha fatto pubblicare sui giornali le salite in Marmolada; ma me lo aveva chiesto preventivamente ed io avevo consentito non solo perch si trattava di salite importanti, non solo perch sapevo quanto lui ci tenesse, ma soprattutto perch riconoscevo che ne aveva pieno diritto, dato che quelle salite erano ben sue. Ci non toglie che ora, con tutta la gente che si congratula per aver letto il mio nome sul giornale, me ne viene un dispetto che vorrei quasi poter ripudiare quelle salite: non posso pi sentire come mio, come qualche cosa che mi appartiene, ci che  divenuto di dominio pubblico.  come se la mia donna fosse andata a prostituirsi sulla pubblica via. Beata la purezza di Battista che, scendendo dalla Marmolada, si nascondeva per non esser costretto a raccontare ad alcuno cosa aveva fatto. Quella s  una salita che  rimasta tutta nostra, gelosamente nostra. E l'amo tuttora come la salita pi pura di tutta la mia carriera alpinistica ( in contraddizione con un articolo da lui scritto sulla Rivista mensile del CAI del '37).
Con Detassis mi trovai sempre bene, ma arrampicai con lui una volta sola e seguendo itinerari differenti. Fa pena vedere con quanto sforzo, quantunque sia completamente fuori forma e senza allenamento, cerchi di mantenersi a galla e all'altezza della sua fama. Verso i clienti sar forse necessario per ragioni professionali; ma verso amici e colleghi, ci d l'impressione di boria e non mancano i maligni che, assai poco generosamente, lo pigliano in giro. Certo che  duro, specialmente per un fiero come lui, dover riconoscere il proprio declino.
Con Vitale mi trovai benissimo; era ancora una volta il compagno ideale, che mi dava il pi completo affidamento. Non so per se fosse del tutto sincero o se fosse cos docile e cordiale perch aveva bisogno di me e sperava ch'io gli facessi fare qualche bella ascensione. Invece dopo le pareti di Cima Brenta e il fallito tentativo alla Tosa, lo piantai per andare con Pisoni in Marmolada.
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Mi piacque molto Mario Dalle Piane: semplice e modesto come compagno d'ascensione, amante della montagna, anzi della natura, per la natura, senza alcuna traccia d'esibizionismo. Ma in lui ho apprezzato soprattutto l'uomo di rara intelligenza, lo studioso di profonda cultura, la cui compagnia  un vero piacere. Infine Saverio mi  stato un ottimo compagno, come non avrei potuto desiderare il migliore. Ormai perfettamente sicuro in roccia, anche nei tratti pi difficili, attento e intelligente, segue appassionatamente l'ascensione, anzi la vive. Non solo mi d ormai pieno affidamento come secondo (e potrebbe forse anche passare avanti lui), ma l'affiatamento di cordata ha creato fra di noi, assai pi forte dell'anno scorso, quel rapporto di perfetta solidariet, che va ben al di l del semplice rapporto affettivo per il nipote o per il ragazzo. Ormai anche lui non  pi un ragazzo, anzi va maturando rapidamente, facilitando cos quel rapporto di eguaglianza e di solidale amicizia, indispensabile nella cordata. Con lui ho realizzato quest'anno parecchie delle mie pi belle e pi difficili ascensioni; e se queste sono state cos luminose e cos profondamente godute, lo devo in parte anche a lui, che sentivo cos vicino e cos all'unisono da non creare la pi piccola ombra in cos vivida luce.
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Non si parla che di sgombri, di partenze, di distruzioni e di rovine.  terribile pensare a tanta distruzione di beni materiali e morali. Pensare che da un momento all'altro anche la mia casa, i mobili, gli oggetti, gli indumenti, i miei libri, le mie musiche, le mie fotografie, le mie carte, le mie note, tutto pu andare distrutto; beni di alto valore intrinseco e beni che rappresentano lunghi anni di paziente lavoro, beni in parte insostituibili. Non ho paura per me, poich penso che nulla mi possa accadere, ma ho paura per le mie cose e non so immaginare cosa farei se mi trovassi a un tratto privato di tutti i miei libri e le mie carte. Salvare? Che cosa? Non si pu seppellire tutto e in ogni caso non mi posso privare di ci che ho bisogno di aver sempre sottomano per il mio lavoro. Bisognerebbe traslocare con tutta la casa e portarsi tutto con s; ma dove? Quello che pu sembrar sicuro oggi, lo sar ancora domani? Ora  la volta delle grandi citt, poi sar la volta delle minori; ma se la guerra divampa anche in Italia, pi nulla vi pu essere di sicuro.
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Si vive in una specie di incubo, con ogni attivit inceppata e subordinata agli allarmi quotidiani. Si attende l'ora dell'incursione, aspettandosi ormai certa e prossima - dopo Genova e Torino - anche la volta di Milano. Un milione di persone vivono cos sospese, con l'incubo di essere alla merc - indifesi e impotenti - del cenno di un uomo che in qualsiasi momento pu decidere e dar l'ordine di distruggere Milano. Furia orribile di devastazione; prevista, attesa, ma non per questo meno terribile. Del resto  giusto che ci si ripaghi della nostra stessa moneta; e la nostra abbiezione morale  tale che non saremo mai abbastanza ripagati. Se siamo stati tanto vili e imbelli da non saperci ribellare a chi ci ha trascinato tanto in basso, non possiamo ora sottrarci alla responsabilit e alla pena che ci tocca. Del resto siamo appena agli inizi e non sappiamo ancora a qual punto dovremo arrivare. Ma  bene che si sia iniziato, poich dall'inizio  lecito intravvedere una fine. E si ha fretta di vuotare fino in fondo questo calice di dolore e di terrore, per amaro ch'esso possa essere, per vedere anche la fine della nostra espiazione e poter rinascere. Rinascere anche nudi sulle nostre rovine, ma rinascere liberi. E poter sentirsi uomini.
Un senso di benessere, quasi di felicit. Basta una settimana di cattivo tempo e di tregua dalle incursioni aeree per dimenticare ogni preoccupazione e vivere della giornata senza pensare al domani. Certi momenti ho rimorso di questa mia calma, come se fosse una specie di incoscienza. Ma quando nulla si pu fare per prevenire o attenuare il domani che sar terribile, perch angustiarsi e soffrire anzitempo? Se fosse possibile conservare in scatola anche la felicit, oh come mi priverei volentieri oggi per farne scorta per il lungo periodo di tenebre che ci attende, ma poich tutto  vano, meglio godere la vita e quanto essa ci offre finch ne abbiamo la possibilit e far scorta di energie morali. Meglio non pensare a nulla, godere la felicit di queste serate al pianoforte e di queste giornate di lavoro, godere di questa calma che fluisce cos dolce, cercando di prolungarla il pi possibile, evitando ogni scossa e ogni strappo che potrebbe farla svanire come un sogno. E anche questo sar incoscienza, il vivere passivamente, indifferenti nella calma attendendo che l'improvvisa tragedia tutto sconvolga. Ma che si potrebbe fare? Iniziare fin da oggi la tragedia per esservi gi preparati (o gi fiaccati), quando essa verr? Mi lascio cullare dalla dolce monotonia di una vita senza tempo, come se fossi in una gondola senza remi abbandonata nel mezzo della laguna: e sogno e canto finch verr la tempesta a tutto infrangere e sommergere: allora lotter per non perire; ma oggi che potrei fare?
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1943.
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7 gennaio. Sono partito la vigilia di Natale per passare sui monti come al solito il periodo delle feste. Ma sono partito senza alcun entusiasmo, senza una meta precisa, pi per obbedire a una consuetudine che per un desiderio di evasione. Le grigie giornate velate rispondevano al grigiore del mio animo. Andai sul Brenta per fare alcune fotografie che mi occorrevano, e naturalmente non potei farle con quella luce scialba e grigia. Cos sacrificai anche la possibilit di qualche bella sciata a uno scopo che non potei raggiungere che in parte.
Solo negli ultimi giorni con Saverio, qualche bella giornata di sole mi permise di far le desiderate fotografie, mi permise di godere qualche veloce scivolata e soprattutto mi offr ancora una volta l'incanto delle luci invernali terse e trasparenti, dei raggi di sole che scherzano tra i tronchi della pineta, delle morbide sinfonie di colori nei tramonti sul Brenta. Anzi, mi indugiavo in alto sino a tardi, per godere dell'intera giornata e per godere dei tramonti dai punti pi belli: poi gli sci correvano veloci e mi portavano in valle mentre gi scendevano le ombre del crepuscolo: talvolta scesi perfino col buio, godendo di una specie di virtuosismo nel ritrovare esattamente la via anche nella notte stellata attraverso i boschi senza piste e senza traccia. Campiglio era infatti quasi deserta; non una pista nei dintorni salvo quelle che avevo tracciato io stesso.
Saverio mi seguiva con passione e comprensione, ch sentiva per la montagna quel bisogno di evasione, di libert e di verit. "Non puoi credere come io sospiri di tornare tra i monti", mi scriveva da Tregnago.
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Milano. L'altra sera abbiamo avuto anche qui un'incursione aerea in grande stile. Ero abbastanza curioso di osservare me stesso - dall'esterno - in questa esperienza per me nuova. Gli allarmi mi avevano sempre dato una certa agitazione nervosa, specialmente nei minuti di attesa subito dopo le sirene. Durante il bombardamento invece ritrovai in me quella calma e quella perfetta lucidit che mi son sempre ritrovato nell'immediatezza di qualsiasi pericolo. Non era incoscienza e neppur fiducia nel ricovero (che davvero ne ispira ben poca!) ma lucidit, fermezza e soprattutto fiducia nella propria sorte. Distruzioni e incendi mi lasciavano quasi indifferente, come cose gi pienamente previste e scontate. Solo vedendo bruciare il palazzo Silvestri in Corso Venezia provai una stretta al cuore e una profonda amarezza per la perdita di un gioiello artistico, che nessuno potr mai sostituire. Del resto il mio stesso senso di indifferenza, credo l'avessero tutti i milanesi: feci un giro per la citt la notte stessa, vidi abitazioni distrutte e caseggiati in fiamme. La gente cercava di salvare e sgomberare quanto poteva, ma senza un grido, senza una imprecazione, quasi senza una parola. Ciascuno lavorava con calma e con ordine, come si fosse trattato di un lavoro del tutto ordinario. Fermezza di carattere della popolazione o rassegnazione fino all'indifferenza e all'abbrutimento? I beni materiali e morali hanno dunque perso ogni valore nella vita degli uomini, come se questi non fossero altro che schiavi o bestie da soma o da macello? E saremo ancora capaci di redenzione, quando verr - ormai tra breve - l'ora della riscossa? O solo gli istinti bestiali avranno libero sfogo e invece di redimerci precipiteremo ancora pi in basso?
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La campagna  troppo bella, perch io potessi seppellirmi ancora a Milano. Tanto pi che ho terminato la guida del Brenta e ogni altro lavoro del genere, e volevo dedicare finalmente un po' di tempo al libro della Marmolada. E per scrivere quel libro avevo bisogno di respirare a pieni polmoni, avevo bisogno di essere a contatto con la natura, affinch il mio racconto potesse riuscire vivo e attuale e non soltanto un ricordo sfuocato di avvenimenti lontani. E infatti le poche pagine che ho scritto mi eran riuscite cos vive e cos ricche, che mi davano gioia nello scriverle e anche nel rileggerle, tanto mi ci ritrovavo interamente.
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Mi sentivo ricco e felice, nell'atmosfera pi adatta per scrivere finalmente qualcosa di veramente mio, per lasciar sfogare tutta la mia esuberante passione, senza doverla comprimere, come di solito, nell'aridit schematica di una guida. Pensavo gi con gioia a questo periodo di Tregnago, in cui avrei potuto passare l'intera giornata sul prato, tra gli alberi, nei miei angolini tranquilli: e scrivere, e sognare, senza saper pi nulla del mondo.
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Ma  stato anche questo soltanto un sogno! Appena qualche ora prima di partire, ricevetti l'ordine di richiamo alle armi. Tutti i sogni, tutti i progetti, tutte le speranze si sono infrante di colpo di fronte a questa realt.
Me lo aspettavo da un momento all'altro negli anni scorsi, ma ormai non ci pensavo pi e gi speravo di poterne restar fuori. Era ormai una di quelle possibilit teoriche a cui per in pratica non si crede pi.
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Eppure accettai il fatto compiuto con quella calma e quella serenit, che mi son sempre ritrovato nelle circostanze a cui non c' rimedio. Avevo sempre pensato con terrore all'idea di rinnovare l'esperienza deprimente e deleteria di Moncalieri. Non mi fa paura la guerra, a cui del resto non penso neppure, ma la vita militare per se stessa, la vita del reggimento, con tutte le sue idiozie, con l'annullamento forzato della personalit individuale, dell'iniziativa, quasi della facolt di ragionare e di pensare. Abituato, anzi viziato, alla pi illimitata libert e indipendenza di me stesso, come potr ritornare in un gregge di pecore e lasciarmi guidare passivamente da uno stupido pastore, il quale  a sua volta guidato da altri come una marionetta? Ho brigato per farmi assegnare o alla Scuola d'Aosta come Istruttore, o all'Ispettorato Truppe Alpine, come competente in materia alpina e alpinistica: non per imboscarmi, che non ci penso neppure, ma per non esser condannato alla vita di reggimento, per poter essere ancora qualcosa, per mettere a profitto di organismi o di comandi la mia competenza e le mie attitudini meglio che facendo il comandante di plotone. Ma ho brigato senza convinzione, ben sapendo come vanno le cose militari. L'ho fatto pi per non avere poi a pentirmi di non averlo fatto, che per la speranza di ottenere qualche cosa.
Del resto ho una cos piena fiducia nel mio destino, sono cos convinto che tutto accada perch deve essere e perch  bene che sia cos, che mi guardo bene dal fare qualche cosa per oppormivi.
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Appena avuto il richiamo, sono partito, per godere degli ultimi giorni, di libert. Son passato qualche ora da Tregnago: nella calma sera di luna, la campagna era cos dolce, e cos piena di poesia, che mi fece sentire ancor pi la nostalgia di quel periodo che mi ripromettevo di passare l lavorando al mio libro.
A Trento terminai in fretta le ricerche in biblioteca e poi scappai in Brenta per terminare quel poco che mi era rimasto indietro l'anno scorso. In due giornate intensive (13 e 14 ore di marcia) vidi quanto mi premeva. Ero forse troppo occupato e preoccupato di vedere e controllare tutto, di non dimenticare nulla, di non tardare sugli orari di marcia strettissimi prestabiliti, per potermi abbandonare a un pieno godimento di queste ultime due giornate di saluto alle mie montagne. Eppure quando vagavo tra quei monti quasi ignoti, identificandoli, studiandoli da ogni lato e in ogni particolare, battezzando le cime innominate; quando mi arrampicavo gi cos agile e sicuro (quantunque privo di allenamento) su e gi per quelle creste rocciose, non difficili ma affilate ed esposte, traversando una cima dopo l'altra; quando alla sera mi sedetti sul prato accanto alla malga per scriver le mie note nell'ultima luce del crepuscolo; quando finalmente mi infilai nel sacco di bivacco e mi gettai sul misero giaciglio abbandonato; quando l'alba disegnava sui vapori dell'orizzonte forme e profili meravigliosi di catene fantastiche; in ogni momento del mio solitario vagabondare in cui potevo pensare e accorgermi di me stesso, mi sentivo tanto felice. Di una felicit ingenua e avventurosa come se avessi ritrovato tutta la baldanza dei miei anni giovanili, come se mi trovassi ancora una volta alla soglia di una stagione di grandi scalate e di grandi vittorie... E invece? Tutto questo serviva soltanto a rendere pi grande l'altezza da cui forse domani stesso mi sentir precipitare? Forse se partissi immediatamente per il fronte sarebbe meglio. La guerra sarebbe solo un'esperienza nuova e avventurosa, che non mi fa alcuna paura e che in questo momento saprei affrontare con lo stesso spirito e la stessa fede di un'ascensione in montagna. L'accetterei completamente come avventura, dimenticando ogni considerazione politica, e sarei certo di salvarmi moralmente assai pi che affogando in un servizio di caserma.
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5 giugno. Per ora tutto si riduce a una gran buffonata, ma non oso ancora farmi troppe illusioni. Sono l'ultimo arrivato di un numeroso gruppo di ufficiali richiamati, che gi da un mese si presentano ogni mattina in caserma, per essere rinviati a casa dopo mezz'ora. Sono stato subito inviato all'ospedale militare per le solite visite e da una settimana tiro in lungo cos da un giorno all'altro, limitandomi a una passeggiata mattutina fino a Baggio. Oggi non mi sono neppur messo in divisa. Continuo cos la mia solita vita di lavoro e talvolta neppur mi ricordo di esser teoricamente in servizio. Chiss che cos il passaggio alla vita militare non mi riesca meno duro, ingrandendomi dentro a poco a poco invece di precipitarvi d'un colpo come  stato a Moncalieri.
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13 giugno. Sono stato assegnato alla Scuola d'Aosta, ora che ci avevo perso ormai ogni speranza. Alla mia domanda e alle varie raccomandazioni era stato risposto negativamente, in base a una tassativa disposizione che imponeva di assegnare a quei posti solo ufficiali che avessero preso parte a campagne al fronte. Viceversa per intervento di Manaresi ho ottenuto quella destinazione. Non mi faccio soverchie illusioni sull'alpinismo militare, ma l'importante era soprattutto di evitare l'assegnazione a un reparto ove sarei stato costretto alla vita di reggimento. Ho avuto un'accoglienza cos cordiale e una tale considerazione per il mio nome (che a quanto pare era ben noto a tutti gli ufficiali), quale certo non mi sarei mai aspettato, specialmente in un ambiente militare; mi  sembrato un organismo formato esclusivamente di istruttori, di uffici e di centri di studio vari, senza reparti organici, in modo che ogni gerarchia scompare, ci si sente tutti colleghi indipendentemente dal grado rivestito, e assai pi del grado conta la persona. Ci si occupa esclusivamente di alpinismo, di istruzione alpinistica e sciistica, di studi alpini, mentre tutto quello che ha attinenza con la vita militare (manovre, esercitazioni tattiche, istruzione di armi, ecc.) viene del tutto trascurato.
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Insomma se non si fosse tutti in divisa non si penserebbe certo che si tratta di un organismo militare, e spesso ci se ne dimentica; anche della guerra ci se ne dimentica totalmente, assai pi che vivendo da borghese con tutti le difficolt attuali.
Queste le prime impressioni: con tutto il miglior ottimismo, non avrei mai sperato una sorte cos fortunata. Mi  stato chiesto di che cosa mi stavo occupando attualmente, e dissi che stavo ultimando la guida del Brenta. Senza che io neppur lo chiedessi, mi sono stati concessi 15 giorni di licenza, perch io possa terminare il mio lavoro. Poi passeremo tutta l'estate in montagna per corsi d'istruzione; poi... possono succedere tante cose! Intanto parto di nuovo, insperatamente, per i miei monti e spero di ritrovarmici con tutto l'ardore e la ricchezza di vita che sento in me.
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6 luglio, Passo Tre Croci. Ho passato in Brenta due settimane felicissime, la prima con Saverio, la seconda con Barzaghi. Ho girato a tappe intensive un po' dappertutto, per vedere e controllare quei pochi dubbi che mi erano rimasti. Solitudine completa, perfetta assenza dal mondo, giornate radiose. Ci facevamo da mangiare noi stessi nei rifugi chiusi e anche questo costituiva ogni volta una piccola avventura. Una nevicata e un gran freddo nella prima settimana, mi hanno impedito di arrampicare; ma nella seconda ho potuto gi far qualcosa (Campanil Alto, Croz, Torre d'Ambiez, Tosa via nuova) e mi sentivo gi abbastanza sicuro per godere con tutta la mia passione quelle arrampicate, che avrei voluto rinunciare al mio programma di ricognizioni per dedicare tutto il poco tempo disponibile alle ascensioni.
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Rientrando ad Aosta, speravo di poterci restare qualche giorno per riordinare i miei appunti e tutte le mie cose. Ma ho avuto l'ordine di ripartire subito per accompagnare qui a Passo Tre Croci gli uomini dei servizi e organizzare tutto per il Corso che s'inizier il 10 luglio. Sono qui solo con Crivelli e pochi soldati (tutti ottimi ragazzi) e si fa una vita in famiglia in cui di militare non ci riman pi quasi neppure il ricordo. Viviamo coi soldati, mangiamo il loro rancio, siamo sempre tutti assieme, tutti compagni e amici. Mi godo queste giornate di sole, questi luoghi magnifici, questi prati alberati morbidi come un tappeto, meravigliosi come un parco incantato. Un senso di pace, di riposo, di distensione, di felicit, a cui mi abbandono senza pudore, dimentico di tutto. Davvero non avrei mai potuto sperare tanto dalla vita militare.
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1 agosto. Con l'arrivo di tutti gli ufficiali, allievi, istruttori, comandanti, ecc. l'atmosfera  assai cambiata. Certo non era possibile continuare con la libert perfino eccessiva del regime Crivelli, che, con mentalit borghese, sapeva ottenere ogni cosa con la cordialit dei rapporti assai pi che con la disciplina militare. Ma il passaggio da un simile regime alla mentalit prettamente militare degli ufficiali effettivi, con tutte le sue assurdit,  brusco e contrasta quasi come una bestemmia con questo ambiente di monti e di natura.
Sono andato a far scuola ai signori ufficiali istruttori. Ho fatto un'arrampicata con uno cos detto esperto e quasi avevo paura io stesso trovandomi in cordata con lui. Un altro, quantunque designato come istruttore, non era mai stato in montagna, non aveva mai toccato roccia, non si era mai legato in cordata. Me lo son preso a cuore, insegnandogli tutto, a cominciare dall'alfabeto, con l'esempio, con la parola, spiegando e commentando ogni mio movimento, perch potesse rendersene ragione e imitarlo.
Forse da questo corso, se fossi libero di fare come meglio mi pare e non dovessi sottostare alle disposizioni di ufficiali presuntuosi e ignoranti, potrei avere delle vere soddisfazioni. Ma come si pu pensare a soddisfazioni in questo ambiente di ufficiali effettivi?
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23 agosto, Ollomont. Mi spiace di aver abbandonato questo diario in un periodo di vita cos intensa come quello passato a Tre Croci. Avrei avuto tanto da scrivere, ma tra il servizio che mi impegnava e mi appassionava anche al di l del mio stretto dovere, le varie ascensioni, la corrispondenza, le serate con gli amici, non trovavo mai quell'ora di calma da poter dedicare a questo diario. E allora cerchiamo di ricapitolare:
Usmiani, ad eccezione di qualche piccola mania di carattere militare (che del resto si poteva facilmente eludere)  stato un comandante di corso quasi ideale, soprattutto per la grande libert di iniziativa che lasciava a noi istruttori. Ognuno era libero di svolgere il programma come credeva meglio e di adattarlo alla capacit e al graduale progresso degli allievi. E certo non ho rinunciato a valermi fino alle pi estreme conseguenze di questa libert d'azione, svolgendo perfino un programma pi intenso e pi completo degli altri e sostituendo alcune ascensioni obbligatorie con altre di maggior impegno e soddisfazione, che ritenevo pi adatte a valorizzare la discreta maturit raggiunta dai miei allievi e a completare la loro esperienza alpinistica. Quantunque fossi al mio primo corso, non ebbi esitazioni sul modo di svolgerlo e i notevoli risultati raggiunti mi hanno dato conferma di non aver commesso errori. Anche l'allenamento in palestra, con relativa istruzione teorica e insegnamento di tecnica e di stile, ho saputo svolgerlo con buon metodo, tanto che mi sono trovato assai bene fin dalla prima volta che ho condotto gli allievi in ascensioni, dove hanno potuto realizzare rapidi e significativi progressi e raggiungere una maturit quale non avrei mai sperato di poter raggiungere in cos breve tempo. Il merito non  soltanto mio e degli ottimi istruttori che mi aiutavano, ma soprattutto degli allievi, che hanno messo nell'istruzione tutta la loro buona volont e tutto il loro entusiasmo giovanile.
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Non mi son certo risparmiato: anche in palestra ero continuamente in movimento sulla roccia, per seguire e sorvegliare tutte le cordate, che facevo muovere contemporaneamente, per consigliare, aiutare, assicurare ciascuno. Ripetevo io stesso molte volte qualche passaggio caratteristico, affinch ognuno potesse vedere il modo migliore di superarlo e imparare la tecnica migliore. E in ascensione prendevo con me gli elementi pi deboli perch potessero imparare, e per sveltire l'andatura delle cordate. L'essere continuamente in roccia, sempre slegato, mi ha dato poi una sicurezza, una scioltezza di movimenti, una padronanza di me stesso, e della tecnica pi raffinata, che mi dava spesso la gioia dell'arrampicata anche nelle semplici esercitazioni di palestra.
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Con gli allievi ho cercato fin dal primo giorno di essere il camerata, il compagno, l'amico, pi che il capogruppo, lasciando dimenticare perfino la responsabilit che mi incombeva di tutti loro. Scherzavamo, giocavamo tutti assieme con perfetta eguaglianza, come se neppure il distacco d'et ci potesse distanziare (credevano ch'io avessi 27/28 anni). Ma in roccia, e specialmente in ascensione, ogni mia parola era ascoltata non tanto come un ordine, quanto con la persuasione a priori della sua esattezza e delle sue necessit, quasi come fosse la parola di un oracolo. Non ho mai dato un attenti in tutto il corso; ben raramente ho dato un ordine; talvolta non trasmettevo neppure gli ordini che mi venivano dati, se non li trovavo giustificati. Ma tutti mi seguivano perch avevano fiducia in me, perch sapevano che io facevo per loro tutto quanto mi era possibile, perch - credo - mi amavano per questo mio cameratismo e per questo mio dedicarmi a loro senza risparmio.
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Un luned mattino, mentre mi alzavo di mala voglia, ancora indolenzito dalla lunga tirata della gita domenicale, entra in camera il mio attendente e mi annuncia con l'espressione pi ingenua che Mussolini aveva fatto fagotto. Non sapevo crederci. Per quanto io fossi uno dei pi decisi assertori dell'imminenza di questo avvenimento, ora che si era realizzato temevo fosse un sogno. Troppe volte le nostre speranze erano state deluse, troppo a lungo era durato un regime che pareva dovesse crollare fin dal suo inizio. Ma quando Usmiani, davanti a tutto il presidio schierato, disse poche, ma meravigliose parole, diede l'annuncio ufficiale, parl di libert e di punizione di colpevoli, un solo grido di gioia ci ha accomunati tutti, ufficiali e soldati. Non si sapeva ancora nulla, ma abbiamo avuto subito la sensazione che il fascismo era tramontato per sempre, che un'era nuova si schiudeva davanti a noi, che da quel mattino tutto era radicalmente mutato. Libert: quella parola che ognuno per vent'anni aveva tenuto chiusa in s come un tesoro segreto o aveva mormorato a fior di labbro senza osare pronunciarla ad alta voce, ora era gridata a piena voce dal comandante in un rapporto ufficiale e pareva spandersi immensa in un tripudio di luce in quel mattino radioso, su fino alle crode baciate dal primo sole.
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E per oscuro che sia l'avvenire, dobbiamo felicitarci che l'avvenimento che si prospettava pi fosco e pi tragico, la caduta del fascismo, si  verificato senza scosse e senza quasi spargimento di sangue. Perch il fascismo era cos marcio, che non aveva pi alcuna forza da opporre per tentare una sia pur disperata resistenza. Con gioia frenetica abbiamo abbattuto tutti i fasci e tutte le vestigia di un'epoca che ormai apparteneva al passato: in alberghi e rifugi abbiamo distrutto i ritratti: al rifugio Mussolini ho fatto cancellare il nome sul muro esterno, sui registri, sulle cartoline.
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La parola libert ricorre spesso, credo, nelle pagine di questo diario, ma vi ricorre come un sogno lontano, come un ideale lungamente perseguito, come una speranza che non si osa credere possa realizzarsi. Appena qualche pagina addietro non avrei certo pensato di poter scrivere in tutte lettere maiuscole questa parola meravigliosa: LIBERT. E cos sia.
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9 settembre. L'ordine  di continuare regolarmente il corso e il programma d'istruzione. Ma ognuno sa benissimo che il corso  finito; che tutto  finito. Ci si chiede incerti quando e come si andr a casa. La domanda pi assillante  cosa faranno i tedeschi. Andremo ora a combattere contro i tedeschi? In parecchi a quest'idea si accende un entusiasmo patriottico, quale non avevamo mai conosciuto nella guerra contro gli inglesi. Le reclute del Qaurto ad Aosta chiedono a gran voce di salire al Piccolo San Bernardo per sbarrare il passo ai tedeschi. Si attendono ordini che non vengono: i comandi sono spariti o hanno perduto la testa. Nessuno si assume la responsabilit di dare un ordine qualsiasi. Si rimane inerti, in un'attesa snervante, facile preda di una ridda di notizie fantastiche, che non si sa donde provengano e che passano di bocca in bocca, ingrandendosi come bolle di sapone. Si passano parecchie ore intorno alla radio, sperando in qualche notizia che chiarisca la situazione; ma anche di l giungono solo notizie confuse e contraddittorie.
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Cerco di tener i nervi a posto e di mantenere la calma nel mio reparto. Salgo in palestra per un esame definitivo di quei pochi che non avevo ancora ben osservato, poi faccio togliere tutti i chiodi. I giorni successivi, invece di andare in palestra, porto i miei su un prato a giocare.  assurdo e ridicolo, in queste circostanze, continuare un corso alpinistico. Faccio le classifiche sul mio notes e parlo coi soldati che sono ancora abbastanza calmi e sempre disciplinati. Avrei saputo certamente tenere in mano il mio reparto fino all'ultimo, se non ci fosse stata la catastrofe del sabato.
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Sabato mattina 11 settembre il capitano ci manda a chiamare e ci fa rientrare all'accampamento. Gli altri gruppi sono gi rientrati e noto subito un grande nervosismo. Le notizie si succedono incalzanti: i tedeschi sono a Ivrea, sono a Castiglione, sono a Nus. A mezzogiorno un autista della Cogne riferisce che i tedeschi sono entrati ad Aosta e che lui ha fatto appena in tempo a scappare col suo camion: il camion che doveva seguirlo dopo poco  stato bloccato dai tedeschi. Si dice anche che sono scesi dal Piccolo, hanno occupato le miniere della Thuile facendo prigioniera la nostra guarnigione e sono scesi anche di l a Aosta. I soldati (non solo i miei, ma anche quelli degli altri gruppi) mi chiedono cosa dobbiamo fare, cosa aspettiamo ancora ad andarcene, se dobbiamo attendere che i tedeschi vengano anche quass a prelevarci in massa. Rispondo di star calmi, di non credere alle fantasie, di attendere ordini, ma non riesco a tranquillizzarli. Io stesso sono alquanto nervoso per questa incertezza, e soprattutto per questa mancanza di ordini.
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Pu darsi benissimo che nel trambusto generale si siano dimenticati di noi; e allora spetterebbe al capitano di prendere un'iniziativa. Ci sentiamo perduti nelle mani di un uomo simile. Siamo decisi a lasciarlo fare, finch  innocuo, ma a prender noi l'iniziativa in caso di necessit. Si sente che l'autorit del grado va scomparendo di ora in ora; quella che conta ormai  l'autorit dell'uomo. Non ci sentiamo pi militari, ma uomini; e ognuno riprende la propria salvezza. Perci il capitano non conta pi nulla; nessuno pi gli d retta. Moltissimi si rivolgono a me per un consiglio; qualcuno mi invita a prendere l'iniziativa, assicurandomi che se io dessi un ordine, tutto il corso mi seguirebbe. Ma anche io non so che consiglio dare, n che iniziativa prendere: sono troppo all'oscuro della situazione vera per poter decidere qualche cosa.
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Si sa che fin dalla notte precedente le caserme di Aosta si sono vuotate. Gruppi di soldati scappati dalla Francia, con l'aiuto cordiale e commovente della popolazione francese, hanno portato lo scompiglio. I soldati sono fuggiti dalle caserme, mentre gli ufficiali tentavano invano di trattenerli: li ricacciavano dentro per la porta e quelli fuggivano dalle finestre calandosi a corda doppia. La disciplina era infranta; l'esercito si sfasciava per mancanza di ordini e di una vera autorit nei quadri. Teorie interminabili di gente, vestita in tutti i modi, parte in divisa, parte nei pi disparati abiti borghesi racimolati un po' dappertutto, con gli zaini stracarichi, si avviano su per la Valpelline in cerca di scampo. La popolazione d l'assalto ai magazzini militari di Aosta e si appropria di viveri, di indumenti, di materiali. Un ufficiale getta nel cortile le sigarette, i viveri e perfino i denari dello spaccio.  il caos. Con la scusa di non lasciar nulla per i tedeschi, ciascuno arraffa pi che pu; qualcuno per bisogno personale, altri per speculazione e per rivendere poi la merce rubata a prezzi irrisori.
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Di fronte a queste notizie che giungevano da Aosta,  mirabile che il nostro accampamento si mantenesse ancora unito, tranquillo e abbastanza disciplinato. Ma l'attesa acuiva di ora in ora il nervosismo e si sentiva che anche da noi non si sarebbe pi riusciti a tenere a freno i soldati ancora per molto tempo.
Alle 14 il capitano riesce a telefonare ad Aosta. Non  vero che i tedeschi siano gi arrivati: sono a Chivasso: forse ad Ivrea, Boffa invita alla calma e ad attendere ordini: verr su lui stesso prima di sera. Un momento di distensione di nervi. Anche i soldati si calmano e sono decisi ad attendere Boffa prima di prendere qualsiasi decisione. Tutti (e io forse pi di tutti) abbiamo fiducia in Boffa e nella sua assennatezza: lo stimiamo come un vero alpinista e un alpinista  un uomo che non perde facilmente la testa. Attendiamo da lui un chiarimento sulla realt della situazione e un consiglio assennato sul da farsi.
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Boffa arriva in auto nel pomeriggio, con Campane: sono subito notati nell'auto zaini ben gonfi e per l'accampamento si diffonde immediatamente la conclusione che Boffa pensa di fuggire in Svizzera. Rapporto ufficiali: espone la situazione e chiede il nostro parere. I tedeschi non sono ancora ad Aosta, ma stanno per giungere; disarmano tutti i reparti; i militari isolati che cercano di raggiungere le loro case vengono fermati; gli ufficiali arrestati, i soldati talvolta disarmati e inviati a casa, talaltra invece inviati ai campi di concentramento. Dobbiamo consegnarci ai tedeschi e farci disarmare da loro? Il sentimento unanime  "mai, a nessun costo". Piuttosto passare in Svizzera e consegnare le armi agli svizzeri. E allora? Tentare una resistenza  vano, poich non abbiamo altre armi che i moschetti con pochissime munizioni. Non resta che passare in Svizzera, oppure lasciar liberi i soldati di raggiungere le loro case (chi ne ha la possibilit) per la via dei monti. Boffa propende per la Svizzera: ha molte conoscenze e passando in massa, come scuola d'Alpinismo d'Aosta, avremmo certo accoglienza cordiale e buon trattamento. Propongo di non precipitare le decisioni: di sgomberare Ollomont dove i tedeschi potrebbero giungere facilmente con le macchine, e ritirarci tutti a By dove certo i tedeschi non vorrebbero avventurarsi e donde in ogni caso potremmo raggiungere in breve e con tutta sicurezza il confine svizzero, assai prima di esser raggiunti dai tedeschi. Potremmo restare a By finch ci bastano i viveri e poi prendere una decisione a seconda degli sviluppi della situazione.
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Sono angosciato e agitato; mi vien quasi da piangere. Vorrei fare qualche cosa per tutti questi miei ragazzi; vorrei tenerli uniti, legati a me, guidarli io stesso per monti e per valli, attraverso tutte le Alpi, fino a Trento, fino a Cortina, fino alle loro case; vorrei esser con loro fino all'ultimo, ma non lasciarli andare cos, cacciarli via come cani randagi, senza un soldo, senza un tozzo di pane!
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Gi i primi gruppi se ne andavano a piedi, stracarichi, gi per la strada di Valpelline. Se ne andavano senza salutar nessuno, in cammino verso le loro case. E chi avrebbero dovuto salutare? Forse i loro ufficiali che li avevano cos vigliaccamente abbandonati al loro destino? Poveri ragazzi! mi facevano pena. I miei erano ancora incerti, forse per la lontananza delle loro case. Io non cessavo di incoraggiarli, di esortarli a restare uniti, e di attendere qualche giorno per vedere come si mettevano le cose. Sapevo che non avevo pi alcuna autorit come ufficiale; ma la mia parola valeva ancora qualche cosa ed era ancora ascoltata. Quasi tutti decidono di rimanere.
I soldati svendevano ogni cosa per procurarsi quattro stracci borghesi e qualche soldo per il viaggio. Una piccozza per 7 lire, un moschetto per 30, una tenda per 50, il loro corredo completo per uno straccio di abito da minatore. A Valpelline hanno messo su un banchetto e vendevano ogni cosa al miglior offerente.
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13 settembre, luned. La solita ridda di notizie fantastiche, snervanti. Non si sa pi cosa credere, cosa pensare, cosa fare. Attendere. Che cosa? Continua l'esodo dei pochi rimasti. Anche alcuni ufficiali vorrebbero andarsene, ma vorrebbero essere in regola, avere in mano un foglio di licenza, un documento qualsiasi che dimostri che non sono disertori. Il capitano scende ad Aosta e ritorna la sera con la dichiarazione verbale di Boffa che siamo prosciolti dal giuramento e che quindi siamo in libert. Nessun documento scritto. Anche noi dunque siamo rinviati a casa come i soldati, a nostro rischio e pericolo e con un calcio nel sedere. Ci hanno inviato i nostri libretti personali, ma il messo che doveva portarceli non  mai arrivato e i libretti chiss dove sono finiti.
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Ci avvertono che non riceveremo pi n stipendio, n indennit: io non ho ricevuto neppure lo stipendio d'agosto: forse il vaglia, ch'era giunto ad Aosta, se l' intascato qualche maresciallo. La scuola invia un acconto straordinario di 1000 lire a tutti gli ufficiali istruttori: non a me, perch non sono effettivo alla Scuola. Grazie dell'attenzione: come se non avessi lavorato per la Scuola quanto gli altri e forse molto pi degli altri. Cos, non sapendo ancora quanto tempo dovr rimanere a Ollomont, n quando potrei ricevere qualcosa da casa, debbo cercare di far durare il pi possibile quel poco che ho in tasca. Vorrei vestirmi in borghese, ma non posso permettermi il lusso di comprarmi un abito.
Parecchi soldati circolano ormai in borghese; parecchi borghesi hanno indumenti militari che hanno acquistato o scambiato coi soldati. Non si distinguono pi gli uni dagli altri.
I soldati si rimettono in divisa solo per poter ricevere il rancio e partecipare alle distribuzioni viveri del magazzino. Caos completo. Tristezza e desolazione.
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Tutte le tende sono state ormai levate (o rubate); mangiamo seduti sui gradini del magazzino o sul marciapiede della strada, passandoci a turno i pochi coperchi di gavetta e gli unici due cucchiai che ci sono rimasti. Ci contiamo. Tra ufficiali e soldati siamo ancora pi di 50. Scagno avverte che nessuno si faccia pi illusioni; ognuno dovr d'ora in poi provvedere a s stesso. Gli ultimi viveri del magazzino sono stati distribuiti e non sar pi possibile fare il rancio per tutti. Chi vuol rimanere, dovr cercare sistemazione e lavoro. Noi ufficiali siamo decisi a rimanere uniti, quanto possibile. I soldati si sparpagliano a gruppi nelle case e nei paesini vicini.
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Nella notte profonda, con una faticosa corv, caliamo nel pozzo della miniera armi e munizioni. Potranno forse ancora servire. Ci sentiamo decisi a tutto, e pensiamo gi seriamente all'organizzazione di bande di partigiani. Ieri ero ancora ufficiale. Oggi sono ladro e non esiterei a fare il bandito!
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Gioved (16) due borghesi saliti in auto da Aosta ci portano notizie sensazionali e allarmistiche. Ci consigliano di sgombrare immediatamente da Ollomont e di installarci in qualche malga pi in alto e pi al sicuro. A Ollomont potrebbero arrivare da un momento all'altro i tedeschi in macchina a prelevarci in massa, come hanno fatto - dicono - ad Aosta. Effettivamente non si pu continuare a fare cucina al lato della strada e a mangiare nelle gavette sul muricciolo in vista di tutti. Siamo ancora in troppi e diamo troppo nell'occhio. Decidiamo di allontanarci. D'accordo con Scagno, penso di andare in ricognizione alla malghe di Bren e di Porchres per esaminare le possibilit di installarci alla meno peggio.
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A Ollomont mi consigliano di andare al Berio. Cerco il padrone per chiedergli il consenso;  un gran brav'uomo, che anche in seguito si piglier molto a cuore la nostra situazione e cercher di aiutarci in tutti i modi. Poi salgo alle malghe; mi sembra che si prestino, almeno per una situazione provvisoria e la posizione  molto favorevole, data la vicinanza del paese e la vista dominante sulla vallata, che ci permette di osservare qualsiasi movimento o arrivo di tedeschi. I compagni approvano senz'altro la mia decisione. Vi ritorno la sera stessa con Macchietto, Caldart e Pais; dormiamo nel fieno e al mattino successivo ci mettiamo alacremente all'opera per ripulire, riformare, adattare la nostra nuova abitazione. A mezzogiorno era gi trasformata e irriconoscibile. Abbiamo fatto anche una presa per l'acqua; ho trovato un fornello, varie panche, assi, ecc. che ci permetteranno di sistemarci discretamente.
Tutto ci mi diverte e mi distrae; sono pieno di iniziativa e di entusiasmo per la nuova vita che sta per iniziarsi e che ha tutto il carattere di quella di un rifugio alpino chiuso, con in pi quel tanto di avventuroso dato dalla nostra particolare situazione.
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Sorge per cos il problema economico. Alcuni di noi avevano i mezzi per provvedere a s stessi; ma non possiamo provvedere anche per chi non ha mezzi, anche per i soldati. Siamo e dobbiamo esser tutti solidali: ognuno mette in comune, a profitto della comunit, tutte le proprie risorse, tutte le proprie energie. Puliti d l'esempio mettendo a disposizione una cassetta di viveri di riserva che aveva raccolto ad Aosta. Io riesco a guadagnare 1000 lire, accompagnando alla frontiera svizzera un perseguitato politico: in un primo momento pensavo di aver diritto di tenermele, in sostituzione allo stipendio e alle indennit, che, a differenza degli altri ufficiali, io non avevo ricevuto; ma poi preferisco dare anch'io il buon esempio e mettere la somma a disposizione della comunit, insieme a due carte annonarie che avevo potuto ottenere dalla stessa persona. Caldart e Pais si fanno scrupolo di pesare sulla comunit, vanno a vendere alcuni oggetti militari e portano anche loro il loro contributo di 1000 lire. Altre persone che accompagnamo al colle, ci versano somme anche pi cospicue. Cos si costituisce rapidamente un fondo comune, che ci d gi una certa tranquillit. Anche le risorse alimentari non ci mancano: alle nostre riserve del magazzino viveri vengono ad aggiungersi patate e funghi in abbondanza, che costituiscono la base di quasi tutti i nostri pasti.
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Tutto procede per il meglio, dunque. Si lavora intensamente e assiduamente, alternandosi nelle varie incombenze. Quasi tutti danno esempio di buona volont e di cameratismo, offrendosi spontaneamente per qualsiasi lavoro, senza che ci sia bisogno di invitare i restii. Noto con piacere che anche gli ufficiali si assumono spesso i compiti pi ingrati, anzich lasciarli ai soldati. Ci sentiamo davvero tutti compagni, tutti amici, tutti eguali. Dettando lo statuto di questa nostra piccola repubblica indipendente, insisto pi volte su questo carattere eminentemente comunista. Massima solidariet; nessuno deve pensare per s, ma solo per la comunit; tutti i beni, tutti i profitti (in denaro o in generi), tutti i lavori saranno in comune; vorrei ottenere che tutti ci dessimo del tu, ma i soldati sono restii, forse pi che altro per forza d'abitudine. Ci chiamano per per nome, abolendo ormai l'espressione fuori luogo di "signor tenente".
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Ma sono inezie: nei rapporti tra di noi, nel parlare, in tutto c' la massima fraternit, eguaglianza e libert. Davvero l'esperimento comunista nel nostro piccolo stato ha avuto pieno successo. Ma questo  dovuto non solo al sistema, ma soprattutto allo spirito di collaborazione, di dedizione alla causa comune, di altruismo e di onest che prevale in tutti noi.
Anche i compagni sono lieti del successo dei miei traffici, si affidano interamente a me, si interessano vivamente e me ne riconoscono il merito. Scagno mi chiede come ho fatto a mettere insieme tanti soldi. Non mi vanto coi compagni, poich mi basta la soddisfazione di quello che ho potuto fare per loro, e non faccio pesare le lunghe marce quotidiane e i grandi dislivelli con lo zaino carico, anche se qualche volta mi son sentito veramente stanco, quasi esausto. (Il solo Scagno, pieno di comprensione come sempre, mi raccomandava di non stancarmi troppo). In fondo, anche le lunghe marce, spesso a tempo di record, talvolta tra la nebbia e la tormenta mi davano felicit: la felicit di vagare per i monti, libero e talvolta solo, di cercarmi i sentieri, di studiare i passaggi pi brevi, di andare all'avventura.
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Per 9 giorni consecutivi sono salito al confine e anche dopo, se non avevo da salire lass, avevo sempre da recarmi di qua e di l per varie cose. Non avevo mai un'ora per me, per le cose mie; gli uomini trovavano il tempo di leggere libri e romanzi e se ne stavano a letto fin tardi al mattino; io a stento trovavo il tempo per scrivere a casa. Questo diario, tanto in arretrato, l'ho potuto iniziare un pomeriggio alla Capanna Amianthe, ove ero rimasto bloccato dal maltempo e l'ho potuto continuare qualche giorno fa nella prima e unica giornata di riposo che ho potuto concedermi. Ho scritto su un prato, al sole, con la schiena appoggiata a un roccione, proprio come facevo gli altri anni in quest'epoca a Tregnago.
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Ma  ora di venire ormai a quest'ultima esperienza, che sto ancora attraversando, e che  certo la pi intimamente vissuta e quella che avr - almeno lo spero - le pi profonde conseguenze morali e psicologiche, tra quante ne ho vissuto in questi ultimi mesi, pur tanto ricchi di eventi e di esperienze. Ma le altre erano tutte esperienze, per cos dire, esteriori, che dovevo e sapevo fronteggiare con la mia decisione e la mia forza d'animo. In quest'ultimo caso invece l'evento esteriore  del tutto secondario di fronte al problema psicologico a cui mi ha posto di fronte e che spero di aver risolto.  un'esperienza che ha molta analogia e che dovrebbe avere le stesse profonde conseguenze psicologiche dell'esperienza delle Msules.
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Era con me Pagliani che aveva fatto una gita da Aosta con la speranza di poter scambiare un po' di vino con qualche sigaretta o pacchetto di tabacco. Avrei dovuto consegnare un paio di forme, ma soprattutto speravo di poter anch'io scambiare un po' di vino con tabacco e qualche pagnotta, che mi avevano promesso. Sapevo che da parte svizzera era in corso un'inchiesta, ma avevo l'impressione che non mi dovesse riguardare. Al colle trovai il solito caporale e insieme a lui un gendarme, che era al corrente di tutto. Pensai quindi di non aver nulla da temere, tanto pi che il caporale non mi fece il segnale convenuto per il caso di pericolo. Salutai e strinsi la mano ad entrambi con la solita cordialit. Il caporale era presso il cippo di confine e mi parve rispondere un po' imbarazzato alle mie domande. L'agente mi disse che non potevo stare l dove mi trovavo (ero proprio sul limite) e che dovevo scendere qualche passo. .
Sul principio non gli badai, poi, quando mi ripet l'invito (di cui non capivo la ragione) feci per scostarmi sul lato italiano; ma quello mi precis di scendere sul lato svizzero ed io senza badargli mossi qualche passo da quel lato, sempre continuando a parlare col caporale. A un tratto mi vidi davanti l'agente, con la rivoltella puntata verso di me, che dicendomi: "Ii vous tes sur Suisse" m'ingiungeva di mostrargli il contenuto delle mie tasche e del sacco. Ero alquanto stupito di quel trattamento cos contrario alla solita cordialit e gentilezza con cui venivo accolto dai soldati svizzeri, ma non riuscivo a rendermi conto di quanto stesse accadendo. Domandai cosa c'era di nuovo, senza ottenere risposte. Pensai che fossero venuti ordini pi severi in materia di sconfinamento e che mi si volesse arrestare perch avevo fatto qualche passo al di l del cippo di confine: quella frase dell'agente me lo lasciava pensare, ma mi sembrava una pignoleria tanto assurda, che mi faceva ridere: e poi perch allora l'agente stesso mi aveva invitato a scendere da quella parte?
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Dopo il breve inventario del sacco (una maglia, un fiasco di vino e un binocolo), l'agente ingiunge d'incamminarci davanti a lui per il sentiero, e di non comunicare con gli ufficiali italiani rifugiati, che attendevano subito al di l del colle. Quelli si meravigliarono di vedermi scendere in Svizzera e dissi loro soltanto che mi si faceva scendere mio malgrado. Incontrai il tenente e chiesi anche a lui cosa succedeva e cosa c'era di nuovo, ma senza ottenere alcuna risposta. Chiesi all'agente fin dove dovevamo andare (pensavo al rifugio Chanrion) e mi disse che l'avrei visto pi tardi. Ci fu vietato di parlare anche fra di noi. Dunque era un arresto in piena regola? Mai, in nessun momento pensai a reagire o a fuggire: non per la paura della rivoltella dell'agente, che in verit non mi aveva fatto la minima impressione, ma solo perch ero tanto sicuro del fatto mio e la cosa mi sembrava cos comicamente assurda, che pensavo trattarsi di un equivoco ed ero tutto incuriosito di vedere come andava a finire questa nuova e strana avventura. D'altronde ero ben lieto di poter vedere la vallata svizzera e di aver modo di scendere da quella parte. Al ponte sulla Drance, l'agente ci impose di caricar il suo sacchetto di effetti personali: per chi ci piglia? Facchini? Servitori? Obbedimmo all'ordine, ma ero ben deciso a presentare le mie rimostranze a quella qualsiasi autorit verso cui eravamo diretti. Anzich per il sentiero di Chanrion, ci avviamo per quello della valle; dunque andremo almeno fino a Mauvoisin: tanto meglio: far la conoscenza con la valle di Bagnes, e l'avventura si fa ancora pi interessante, perch cos non potremo ritornare al colle prima di sera, e avremo modo di farci ospitare a cena e la notte in Svizzera. Osservo con interesse i versanti opposti dei monti di confine, del Combin, i ghiacciai, la vallata, che si serra in una lunga gola desolata, selvaggia e monotona. Ero allegro e divertito. Non mi rendevo neppur conto di essere in istato d'arresto. Pensavo a qualche storia per il traffico di fontine; qualcuno mi aveva accennato alle valigie di alcuni rifugiati, che avevo portato al colle qualche giorno prima, perch venissero recapitate ai destinatari. Non avevo controllato il contenuto di quelle valigie (che erano chiuse), ma mi era stato detto che si trattava di indumenti invernali usati: d'altronde non mi sembrava possibile che quei rifugiati avessero potuto mettere in quelle valigie qualcosa di compromettente, che avrebbe potuto arrecare noie non solo a noi ma pi ancora a loro stessi. D'altronde quelle valigie erano indirizzate presso l'ispettor generale delle Dogane a Berna, e mi pareva questa la miglior garanzia sulla legittimit del contenuto. Insomma, qualsiasi fosse il motivo dell'arresto, non poteva preoccuparmi.
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Pagliani era invece un po' preoccupato per i suoi, che non avrebbero saputo spiegarsi la sua assenza: mi spiaceva per lui e di averlo involontariamente coinvolto in un'avventura che certo non lo riguardava affatto. A un posto di guardia a met vallata, ci venne offerto caff, pane e formaggio. Caff vero! Quanto tempo! E come lo gustammo. L'avventura si faceva sempre pi attraente. Pi tardi, a Mauvoisin, ci venne offerto pane, formaggio, cioccolato (vero!), caff (vero!) e vino bianco in abbondanza. Di bene in meglio; l'avventura ci metteva sempre pi in allegria, tanto pi che ora ci era lecito anche di parlare tra di noi e coi vari soldati che incontravamo e che, credendoci rifugiati, ci trattavano con grande cordialit. Il caporale, che ci aveva raggiunto, mi fece pi volte il segnale convenuto di pericolo (a che serviva ormai?) e cenno di tacere: riusc a dirmi che si trattava dell'affare delle fontine. L'agente invece, pi tardi a Fionnay, mi disse che si trattava dei bagagli, ma che anche lui non ne aveva capito granch in quella faccenda e che solo aveva avuto l'ordine di condurci gi, perch si voleva interrogarci. Davvero una bella passeggiata per un interrogatorio! Era diventato meno severo, forse anche vedendo il nostro buon comportamento e la nostra spensierata allegria. Si era anche ben fidato di noi, accompagnandoci gi lui solo nella notte buia e nebbiosa, lungo la mulattiera tagliata nella gola della valle: sarebbe bastato uno spintone... Ci port a dormire in una camera d'albergo, tutti e due assieme, e ci lasci praticamente liberi. Eravamo un po' stanchi della lunga marcia, e gustai molto quel letto morbido e quel piumino dopo tante notti passate nella tenda di Ollomont e sui pagliericci del Berio. Sarebbe stato ben facile andarsene durante la notte; chi ci avrebbe pescato in una notte cos buia? anche i posti di blocco ai passaggi obbligati della valle, li avrei ben saputi evitare, ora che sapevo esattamente dov'erano. Al mattino uscii da solo in paese: vidi un cartello col segnavia per il rifugio Panossire: anche di qua sarebbe stato ben facile e ben sicuro l'andarcene. Certo a quel rifugio non c'era nessuno, e chi ci avrebbe potuto inseguire e raggiungere, col nostro passo, su per la mulattiera, chi sarebbe venuto a cercarci su per le creste del Combin? Avremmo certo potuto raggiungere prima di sera l'Amianthe e il Berio. Eppure ridevo di queste idee di facili fughe: mai un momento ci pensai seriamente. Forse se mi avessero invitato a fuggire, avrei rifiutato, tanto ero divertito dalla nostra strana avventura e tanto ero incuriosito di vederne la fine. Quando ci dissero che dovevamo scendere fino a Martigny, fummo pi che mai entusiasti del bel viaggetto che ci si proponeva. Incoscienza? fiducia eccessivamente cieca nella propria sorte, che presupponevo dovesse sempre condurmi a buon fine in ogni avventura? Probabilmente era proprio la mia buona sorte a rendermi cos cieco e incosciente durante tutto il viaggio, affinch io arrivassi qui in questa cella; perch dovevo venir qui, era necessario ch'io venissi qui affinch la mia mente e la mia coscienza s'illuminassero di quella verit che nelle ultime settimane io non avevo voluto vedere.
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Solo quando entrai nella prima stanzetta e fui invitato a deporre quanto avevo nelle tasche, realizzai che davvero ci si conduceva in prigione. La forma dell'arresto avrebbe ben dovuto lasciarmelo supporre, ma la libert che ci era stata concessa durante il viaggio mi aveva fatto supporre che si trattasse davvero di un semplice interrogatorio. Le pesanti sbarre dei cancelli sulle scale, mi fecero una certa impressione; ma ancor pi ebbi un momento di sconforto, quando fui chiuso in cella da solo, separato da Pagliani. Tuttavia pensai ancora si trattasse di una semplice formalit provvisoria, in attesa dell'interrogatorio che avrebbe potuto svolgersi nel pomeriggio. Quando venne il custode a portarmi il rancio di mezzogiorno (un'ottima zuppa con pasta bianca, molto sostanziosa e abbondante), gli chiesi quando saremmo stati interrogati e quando avremmo potuto avere una spiegazione del nostro arresto: mi disse che non sapeva e che non poteva rispondere su tale argomento. Mi venne in mente solo allora che era sabato pomeriggio (9 ottobre) e che i funzionari non sarebbero venuti forse fino al luned. La prospettiva di dover rimanere in cella quasi due giorni mi parve in quel momento disperatamente, insopportabilmente lunga.
Come avrei fatto a tirare fino al luned? La solitudine stessa, la segregazione in quelle condizioni, mi faceva terrore: mi sembrava di non aver pi la forza di reggermi, di dominarmi, di controllarmi.
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Nel pomeriggio della domenica venne inaspettatamente il commissario delle dogane per una prima presa di contatto. Mi spieg trattarsi di informazioni doganali per l'affare delle valigie e quello delle fontine. Cercai di dimostrargli la mia piena innocenza e la mia perfetta buona fede, mi parve abbastanza convinto, imputandomi in definitiva soltanto la colpa di non aver esibito le prove che la dogana venisse effettivamente pagata. L'unica mia colpa sarebbe dunque l'aver avuto fiducia nei soldati e nell'ufficiale svizzero. Mi sembrava che questa non potesse essere neppure un'imputazione, n mi assicur che secondo le leggi svizzere, anche per questo solo ero passibile di un'ammenda, sia pure in misura molto inferiore a quella dei principali responsabili.
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Mi piacque molto il modo di investigare; volle sapere tutto di noi, della nostra vita, della nostra situazione e si mostr pieno di comprensione delle particolari circostanze in cui ci trovavamo. Non badava tanto al fatto materiale, quanto ai moventi psicologici. Questa  vera e intelligente giustizia! Dopo aver superata la crisi psicologica ero gi calmo e ho potuto sostenere l'interrogatorio con perfetta lucidit e, mi sembra, con buoni effetti. Dopo l'interrogatorio mi sentivo anche pi sereno, perch finalmente sapevo qual era l'imputazione ed ero ormai certo che comunque non ci potesse essere nulla di grave. Soltanto la cosa sarebbe andata per le lunghe per le necessit dell'inchiesta, che avrebbe dovuto estendersi a molte persone, per di pi a militari che avrebbero dovuto essere interrogati sul posto (Chanrion). Quindi, nell'attesa, la prospettiva di star dentro almeno una settimana. Il primo giorno, la prospettiva di star rinchiuso fino al luned in attesa dell'inchiesta mi era parsa quasi intollerabile ed esasperante. Ora la prospettiva di star dentro una settimana o pi non m'impressionava affatto; l'accolsi con una rassegnazione che aveva quasi dell'indifferenza.
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Luned (11 ottobre) interrogatorio dalla mattina alla sera. Non mi ha affatto stancato, anche per il fatto che non avevo bisogno di raccontar storie, ma avevo solo da dire tutta la verit. Ormai non mi importava niente di accusare quei militari svizzeri che mi avevano ingannato e che mi avevano trascinato in questo pasticcio: la schietta verit era la mia miglior difesa. E l'ho detta con uno scrupolo di onest forse perfino eccessivo. Mi ha molto interessato il metodo d'inchiesta, che ha voluto risalire fino alle cause pi lontane, ha voluto entrare nei pi minuti dettagli, e ha sempre tenuto conto soprattutto dei moventi psicologici. Sar riuscito a dimostrare la mia buona fede? Lo spero; ma tutto dipende dalle deposizioni degli altri, che avranno tutto l'interesse invece a dire che io ero al corrente della frode. Dal momento che  provato che da parte mia non c' stato contrabbando, tutta l'accusa si poggia sulla questione della buona fede.
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Intanto mi toccher star qui fino alla fine dell'inchiesta. Solo allora potrei ottenere la libert provvisoria in attesa del giudizio; ma per ottenerla dovrei versare una forte somma a cauzione. Dove trovare qui questa somma? Al cambio attuale (70 lire per 1 franco) anche una piccola cifra comporta somme enormi che non posso pensare a farmi venire dall'Italia. Potrei farmi venire i 250 fr. guadagnati, che ho al Berio, ma questi potranno forse bastare per l'eventuale ammenda, non certo per la cauzione. Potrei chiederla ai Bier, a cui dopo tutto ho reso un importante servizio portandoli al confine, e a causa dei quali sono stato arrestato, ma potranno o vorranno aiutarmi?
Cos cominciarono a passare lente ed eguali le mie giornate di reclusione. Tutte le mattine incido la data sul muro della mia cella. Anche da qui forse non sarebbe impossibile una fuga, ma ormai non mi conviene arrischiare e non ci penso neppure. Ottenni di poter scrivere e mi dedicai a questo diario. Certo al Berio o altrove non avrei mai trovato il tempo o la tranquillit per descrivere gli avvenimenti, interni ed esterni, tutto per esteso. Sono lieto quindi di aver potuto fare un'esposizione esauriente di questo intenso e drammatico periodo della mia vita. .
D'altra parte questo diario mi ha fatto passare molte ore fuori dalle mura della prigione, permettendomi di rivivere giornate tristi o liete, ma ricche di eventi:  stato per me in tutti questi giorni la miglior compagnia e la miglior distrazione. Alterno lo scrivere con un po' di passeggiata su e gi per la cella e con qualche lettura: ho avuto un libro sui problemi economici della Francia attuale. Molto interessante. La giornata cos passa abbastanza rapidamente e senza tedio: solo la notte, con le sue ore di buio, mi riesce lunga. In fondo, tante giornate che passo lavorando nel mio studio a Milano, non sono molto diverse da quelle che passo qui.  questione di idea: se potessi aver qui le mie carte e le mie cose, probabilmente anche la prigione non mi riuscirebbe per nulla gravosa. Quello che mi preoccupa di pi  la situazione dei compagni; dopo la dichiarazione di guerra di Badoglio alla Germania, pu darsi che anche la permanenza al Berio, a pochi passi dalla guarnigione tedesca, non sia pi sicura. Sarebbe forse necessario prendere una decisione, ma  probabile che gli amici esitino a prenderla senza di me e non vogliano andarsene prima del mio ritorno. Certo mi spiacerebbe di non trovare pi nessuno quando ritorno, tanto pi che potrei avere ancora bisogno di loro per farmi venire denaro e biancheria di ricambio. Ma pi ancora mi spiacerebbe che avessero delle noie serie per causa mia.
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Mi era stato promesso di fare il possibile per terminare l'inchiesta entro la settimana. Attesi quindi il sabato e la domenica senza impazienza; ma ieri, (luned) cominciai ad insistere per sapere qualche cosa. Era trascorsa ormai tutta una settimana dal nostro interrogatorio e incominciavo a impazientirmi del silenzio. Ho urgenza di arrivare ad una conclusione sia per ritornare presso gli amici e sia per il timore che in questa stagione avanzata qualche nevicata possa chiudere i valichi di montagna. Solo oggi (marted 19) ottenni di vedere il commissario e mi disse che era ancora tutto da cominciare. L'autorizzazione dei comandi militari per poter procedere all'inchiesta  giunta solo ieri e domani i commissari saliranno a Chanrion per darvi corso. Tra il viaggio, l'inchiesta, e l'eventualit di qualche confronto, occuperanno certamente tutta questa settimana. Mi fu precisato inoltre che, dopo la fine dell'inchiesta, ci vorranno ancora 10-15 giorni per attendere il verdetto; oppure potrei esser rilasciato in libert provvisoria pagando la cauzione che potr aggirarsi sui 1000 fr. Incoraggiante! Star dentro un mese, per poi vedersi magari prosciolti!
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21 ottobre. Ieri mi son messo a scrivere un articolo e oggi l'ho finito; scrivevo dapprima con qualche sforzo, poi con facilit e perfino con brio. Cos trovo ancora da occupare le mie giornate in modo abbastanza conclusivo e la mia mente resta trasportata ben lontana da qui, a rivivere giornate luminose. Se potessi aver qui i miei manoscritti, credo che anche il soggiorno qui non mi riuscirebbe pesante. Mi sento perfettamente calmo e padrone di me stesso.
Ieri nuovo interrogatorio: confronto con Perrandin. Mi sono accorto subito che si giuocava sulle parole e che anche il commissario, nell'interesse dell'amministrazione, cercava di prendermi in trappola per accrescere la mia responsabilit, ho dovuto far molta attenzione e pesare bene le parole per non lasciarmi sfuggire (in francese) qualche termine inesatto che si prestasse ad una falsa interpretazione. Fortuna che tutti gli interrogatori si sono svolti in francese e che ho potuto quindi sostenerli senza fatica e senza difficolt. Anche quello di ieri alla fine  stato pienamente favorevole a me. Sono sempre pi convinto per che ben difficilmente riuscir a cavarmela nella faccenda delle fontine, poich la legge doganale svizzera - contrariamente a quanto credevo, e anche contrariamente al diritto internazionale - prevede la responsabilit anche per fatti che si sono svolti su territorio straniero.
Sono preoccupato per gli amici del Berio, la cui situazione potrebbe essersi fatta grave in seguito all'ordine di mobilitazione di tutti i militari da parte dell'autorit tedesca e dell'autorit fascista. Che sia forse un bene, in questo momento, trovarsi qui, sia pure in prigione, fuori da qualsiasi pericolo del genere? E fino a quando dovremo ancora temere e odiare quella gente?
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23 ottobre. Le giornate si susseguono eguali e monotone. Ma appunto perch sono cos eguali e prive di avvenimenti, la settimana  trascorsa senza che quasi me ne accorgessi. La prima settimana, in cui aspettavo di giorno in giorno la soluzione, mi era parsa lunghissima; questa invece in cui non mi attendevo pi niente,  passata rapida come le settimane monotone di lavoro nel mio studio a Milano. Anche ieri ho scritto un articolo, politico questa volta, che vorrei mandare se possibile a qualche giornale svizzero. Nonostante l'argomento per me insolito, l'ho scritto tutto d'un fiato, con facilit, e m' riuscito chiaro, ordinato, organico, credo molto efficace, senza che abbia avuto bisogno di fare n una cancellatura, n una correzione. Raramente mi era capitato di scrivere cos di getto e in modo cos definitivo. Non attribuisco importanza a questi scritti, ma servono perfettamente al loro scopo di riempire la mia giornata e di trasportarmi per parecchie ore ben lontano da queste mura.
Anche la compagnia di Pagliani mi  divenuta molto pi gradita che nei primi giorni e penso con angoscia all'eventualit ch'egli possa esser libero prima di me e lasciarmi di nuovo tutto solo.  ormai pi rassegnato anche lui al prolungarsi della nostra detenzione ed ha riacquistato un tono gioviale e quasi allegro, che certo non aveva nei primi giorni. Parliamo insieme molto di pi, su tanti argomenti diversi, e quantunque nella sua conversazione non possa trovare niente di speciale n un grande interesse, tuttavia mi distrae e mi riesce gradevole e simpatico.
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29 ottobre. Venerd mattina (29) ci avvertono di tenerci pronti per partire per Sion. Stupore e sconforto. Normalmente venivano inviati a Sion i prigionieri quando la loro posizione di arresto preventivo si trasformava in arresto vero e proprio. Cosa significava questo trasferimento? Forse che l'inchiesta era chiusa e che ci si inviava al penitenziario a scontar la nostra pena senza dar possibilit di ottenere la libert pagando una cauzione o l'ammenda? Perch non dirci nulla? Da un pezzo non avevo pi potuto vedere i commissari e il guardiano m'aveva solo detto che si attendevano sempre ordini da Losanna. La solita storia: quando non vogliono dir niente della situazione, si trincerano sempre dietro la formula "si attendono ordini". Passai una mattinata molto agitata nell'attesa della partenza. Ci venne assicurato che a Sion si stava meglio che a Martigny e potei capire che il trasferimento era stato ordinato in seguito alle evasioni che si ripetevano a distanza di pochi giorni dal troppo comodo carcere di Martigny. Avevo ben notato fin dal primo giorno la facilit con cui si sarebbe potuto fuggire, ma non avevo mai pensato seriamente a questa possibilit, sempre credendo si trattasse di una cosa di pochi giorni e che quindi non mi convenisse di arrischiare una fuga e di precludermi quindi la possibilit di tornare in Svizzera per molti anni. Ora per quasi mi pentivo di non aver approfittato di quella possibilit, certo che da Sion la cosa mi sarebbe stata molto pi difficile.
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Abbiamo fatto il viaggio insieme a due contrabbandieri di Valpelline; due bravi ragazzi che si erano fatti pescare nel modo pi ingenuo immaginabile. Facciamo subito amicizia. La compagnia, il sole, la distrazione del viaggio, ci danno affezione e allegria. A Sion siamo accolti bene, quasi con cordialit, e ci han messi in un gran stanzone, ove gi si trovavano altri contrabbandieri italiani e alcuni internati polacchi, jugoslavi, ungheresi. Tutti dentro il refettorio di un antico convento.
Tutto il giorno chiediamo la paglia per dormire per terra, ma venne la sera e la paglia non s'era ancora vista. Pagliani ed io trovammo posto sui pagliericci insieme agli stranieri, ma gli altri dovettero dormire per terra, con una coperta ciascuno. E soltanto alla sera del giorno successivo, dopo continue insistenze, ottenemmo la paglia e qualche coperta in pi. Si aveva l'impressione di essere presi in giro, di esser trattati peggio di cani, di esser trascurati come esseri indegni che ci si occupasse di noi.
Neppure ci fu concesso di far acquistare fuori frutta, cibi o altro, come a Martigny. E il vitto della prigione era buono, ma insufficiente: le molte patate saziavano al momento, ma non davano un sufficiente nutrimento. Mi sentivo qui di infiacchire di giorno in giorno e pensavo come avrei potuto rifare la lunga marcia per superare il colle e ritornare a Ollomont.
Misuravo avanti e indietro il lungo stanzone (18 passi), solo chiacchierando con l'uno o con l'altro; sfogliavo riviste e giornali, passavo lunghe ore alla finestra a godermi il sole e l'aria libera. Le giornate erano lunghe e monotone, ma meno tristi che a Martigny.
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 stata una fortuna che con tanta gente con cui mi son trovato a convivere in quello stanzone, non ci fosse nessuno che non fosse una persona per bene: il che, per una prigione,  un caso abbastanza straordinario. Tutti contrabbandieri (italiani e in seguito anche francesi) o rifugiati. I delinquenti, i ladri, i falsari, ecc. erano rinchiusi nelle celle, ed era uno spettacolo abbastanza grottesco, all'ora del rancio, veder uscire come per incanto da quelle portoncine tutta una serie di figure strane e svariate, che subito, appena ricevuta la loro gamella, sparivano di nuovo nel loro antro. Noi nel nostro stanzone, ci dimenticavamo completamente della vicinanza di tutti quegli inquilini, che solo picchiavano alle porte di quando in quando per passarsi attraverso le fessure una sigaretta o un giornale, oppure bestemmiavano se facevano troppo baccano alla sera e non li lasciavano dormire. Tra di noi, specialmente nel nostro gruppo italiano, c'era anche una certa solidariet e cameratismo, tanto che ci spartivamo quelle poche razioni di minestra o di cioccolato, che riuscivamo a carpire in pi.
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Curioso anche il fatto che quasi tutti, italiani o stranieri, mi davano del voi.  consuetudine nelle prigioni di darsi tutti del tu e appena entrato i colleghi gi pratici di quegli usi mi diedero subito del tu. Anche io diedi subito del tu a tutti e non mi fu difficile, dato il nostro cameratismo. Gli altri italiani, cui io davo del tu, seguitarono fino all'ultimo a darmi del voi, mentre davano del tu a Pagliani. Ben pochi sapevano ch'io ero ufficiale, nessuno certo sospettava la mia posizione sociale o culturale; il mio abbigliamento da pezzente e la mia qualit di contrabbandiere, non lasciavano certo indovinare chi io fossi. Eppure quel voi era un segno di considerazione, di rispetto, di distanza incolmabile: pareva che anche qui, come a Ollomont, come al Berio, io esercitassi senza volerlo, una specie di ascendente morale, che faceva s che tutti si appoggiassero a me per un consiglio, per una informazione, per una pratica, per una petizione, per tutto ci che premeva ed occorreva loro. C' poco da essere fieri di un'affermazione in un simile ambiente, ma  evidente che la mia personalit, la mia presenza di spirito, la mia chiarezza d'idee s'impongono subito in ogni circostanza, anche nelle condizioni in cui maggiormente dovrebbero sentirsi umiliate e depresse. Davvero neppure la prigione ha potuto essere per me scuola d'umilt.
Per la prima volta dal mio arresto fui preoccupato della sorte che mi attendeva e mi pentii seriamente di non aver approfittato delle varie possibilit di fuga che mi si erano offerte. .
Anche Campanella, dapprima rassegnato a scontare la sua condanna, ora cominciava a sentire il peso di questo regime, che riesce tanto pi gravoso per uomini desiderosi di azione, di vita e di avventura, come noi. Mi disse che se mi avesse conosciuto a Martigny, certamente sarebbe fuggito con me, approfittando della facilit di evasione da quella prigione. Dimostrava una grande fiducia in me, nella mia decisione, nella mia iniziativa, nella mia previdenza. Da parte mia confidavo molto nella sua pratica di contrabbandiere e nella sua perfetta conoscenza dei luoghi che ci avrebbero permesso di raggiungere quasi sicuramente il confine senza farci pescare, se fossimo riusciti ad uscire dall'edificio della prigione. Cominciammo a fantasticare progetti di fuga, dapprima solo per il piacere di fantasticare una nuova attraente avventura, allo stesso modo come si pu sognare una bella impresa alpinistica anche quando si  ben lontani dal poterla realizzare. Poi i progetti andavano man mano concretandosi con le prudenti e furtive ricognizioni e sondaggi nelle varie parti dello stabile, finch il piano di fuga venne accuratamente studiato e stabilito. La discussione di tutte le varie possibilit, l'esame di ogni singolo particolare, il prevedere ogni eventualit, l'escogitare i mezzi migliori, ci teneva occupati molte ore e ci faceva passare rapidamente i giorni e le serate, tutti presi dall'interesse della nostra avventura. Se anche l'evasione non si fosse attuata, era gi molto per noi l'aver trascorso una settimana tutti presi dall'interesse della nostra avventura. Ma tanto ci siamo lasciati prendere dalle nostre fantasticherie, che finimmo noi stessi per esser convinti della possibilit di evasione, e ci che dapprima era puramente un sogno, divenne alla fine un progetto ben concreto. Non eravamo convinti dell'opportunit dell'evasione, che forse non era conveniente n per me n per lui, ma ormai ci eravamo montati reciprocamente la testa con questa entusiasmante avventura, ci eravamo convinti della grande probabilit di riuscita e il tirarci indietro ci sarebbe sembrata una vigliaccheria. Ogni particolare era deciso, l'itinerario di marcia e l'orario gi stabilito con precisione: restava solo da decidere il giorno della partenza. Proposi il sabato sera, poich avrebbe dato meno sospetto il trovarci per strada di notte o il trovarci sui monti la domenica: e inoltre c'era buona probabilit che la nostra fuga non fosse notata fino al luned e che quindi avessimo il tempo di raggiungere la frontiera prima che fosse dato l'allarme. Non sono del tutto certo che avremmo effettivamente attuato il nostro progetto, ma  certo che ci attraeva entrambi col fascino dell'avventura e che era cos accuratamente studiato che avrebbe potuto benissimo essere attuato.
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Sapevo per benissimo che l'evasione non mi conveniva: perch nel caso che non riuscisse, avrebbe seriamente compromesso la mia situazione, e soprattutto perch, anche se fortunata, avrebbe definitivamente chiuso per me la porta della Svizzera, nel caso che la situazione in Italia fosse divenuta intollerabile. Ma pur essendo convinto dell'opportunit, credo che non avrei saputo rinunciare all'attraente avventura e non avrei saputo negare a Campanella la mia collaborazione. Ancora una volta mi affidai completamente e con cieca fiducia al mio destino. Se nulla fosse avvenuto prima del sabato, che mi facesse cambiare decisione, sarei partito. Nel pomeriggio stesso del sabato, quando avremmo dovuto iniziare i lavori preparatori, venni chiamato dal Commissario per firmare il verbale di chiusura dell'inchiesta. Era redatto in modo sfavorevole a me ed ebbi ancora lunghe discussioni col Commissario. Alla fine firmai, facendo per numerose riserve, riaffermando i punti essenziali che avevo gi sostenuto nelle mie deposizioni. Di nuovo il Commissario mi lasci intendere che le prospettive circa l'esito erano tutt'altro che rosee per me e mi chiese se avevo modo di pagare una somma considerevole. Io pensavo solo che tra poche ore sarei fuggito e che quindi la sentenza era indifferente e pensavo anche che quel colloquio era proprio quello che ci voleva per confermarmi nel mio progetto di fuga e per togliermi ogni dubbio residuo. Ottenni che telefonasse a Losanna perch mi venisse precisato l'ammontare della cauzione che avrei dovuto versare per ottenere la libert. Feci questa richiesta solo per curiosit, ma senza alcuna speranza di poter trovare la somma necessaria. Venne risposto che come complice del fatto avrei potuto essere condannato a 3/4 della cifra base d'ammenda: con la riduzione di 1/3 cui avevo inoltre diritto, l'ammontare si riduceva a 255 fr., cio a meno di quanto avessi gi pagato coi 28 giorni di prigione (pari a 280 fr.). Ero dunque libero, e anche Pagliani era libero perch assolto: aveva fatto 28 giorni di prigione per nulla! Solo ci rimanevano da scontare alcuni giorni per il passaggio clandestino della frontiera: giorni (5 per Pagliani e 10 per me), che non potevano essere conteggiati tra quelli fatti in pi per le dogane. Non era ancora dunque la libert, ma era la fine di ogni preoccupazione e la possibilit di contare con certezza sul giorno preciso della liberazione.
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Non c'era pi ragione dunque di pensare alla fuga: mi rincresceva rinunciare al mio bel progetto, mi rincresceva non poter aiutare Campanella, ma sarebbe stato assurdo tentare un'evasione per soli 10 giorni che mi rimanevano da trascorrere in carcere. 10 giorni! Quando sono entrato in carcere a Martigny mi pareva assurda e insopportabile la prospettiva di rimanerci 2 giorni; e ora 10 giorni non mi parevano pi nulla, una volta che avevo la certezza che sarebbero stati proprio gli ultimi.
In quel progetto di fuga avevo ritrovato il vero me stesso, la mia energia, il mio spirito d'iniziativa. Rinasceva la mia volont, ed anche il mio orgoglio, sopito ma non domato; veniva riaffermata la fiducia nella mia buona sorte, che mi doveva guidare sempre al meglio.  stata infatti questa buona sorte, a cui sapevo ormai di nuovo tendere con la pi decisa volont, che mi ha trattenuto dall'evasione poche ore prima di attuarla, e ha dato all'avventura un esito inaspettatamente favorevole, che ha stupito lo stesso Commissario e che era in contrasto con le ammende assai gravi inflitte agli altri contrabbandieri. Mi  sembrato che col ritrovare me stesso e con l'abbandono di tutti i dubbi e gli scrupoli morali, anche la mia buona sorte abbia ripreso ad assistermi: non solo mi ha permesso di cavarmela cos a buon mercato quando ormai non ci speravo pi, ma pure i 10 giorni che mi rimanevano da fare sono stati inaspettatamente ridotti a 5, cos potei fare il viaggio di ritorno con Pagliani. Quando mi sentii chiamare quella sera, di tutto mi sarei aspettato fuorch la liberazione e quando mi si disse di prepararmi a partire credevo gi a qualche nuova complicazione piuttosto che alla partenza per l'Italia.
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Felicit? Non potrei dire. Sorpresa a tutta prima, poi soddisfazione di poterci rifocillare a saziet. Nella marcia in montagna per superare il colle, sentii solo il disagio morale di trovarmi insieme a parecchi compagni non alpinisti, che coi loro discorsi stupidi m'impedivano di ritrovare il contatto con le mie montagne. Eppure dalla prigione alla piena libert dei monti, il passaggio era ben grande e improvviso. Ma forse era troppo atteso, troppo scontato, perch io potessi provare tutta la felicit che la liberazione avrebbe potuto darmi. Ero pi preoccupato di evitare ogni possibile incontro con pattuglie di tedeschi o di militi, che disposto a godere della libert, della montagna grandiosa e innevata, della natura che aveva ammantato tutti i boschi coi meravigliosi colori dell'autunno.
L'avevo sognato ben diverso questo ritorno in patria. Avevo gi saputo a Martigny, passando, che al Berio non c'era pi nessuno. Ben immaginavo che non avrebbero resistito cos a lungo, col freddo, la neve e senza pi nulla da fare.
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Mi fu riferito che subito dopo la mia partenza, l'ambiente del Berio sub un profondo mutamento: quanto era simpatico ed ammirevole prima per quella cordialit e quella solidariet che vi regnava, altrettanto divenne spregevole poi per il continuo bisticciarsi degli ufficiali, che pensavano solo a fregarsi l'un l'altro. Invece di lavorare o trafficare a vantaggio della comunit, come si era fatto nel primo periodo, ciascuno pensava solo ad appropriarsi il pi possibile della roba comune e a venderla a proprio esclusivo profitto. Poi arrivarono a rubarsi l'un l'altro anche le cose personali, degenerando in continue questioni e litigi. Trovai le mie cose radunate in una cassa: mancavano la Leica, la penna stilografica, la giacca a vento, e altre piccole cose di minor valore, ma che evidentemente avevano fatto comodo a qualcuno. Tra le mie carte che avevo lasciato all'albergo, mancava un pacco di fotografie del Brenta, su cui avevo segnato gli itinerari: era una scelta di fotografie che mi erano necessarie per la mia guida, e che rappresentavano mesi di pazienti ricognizioni e di lavoro di raccolta. Dunque non era solo il furto di oggetti di valore (che oggi non si possono neppure trovare da acquistare a nessun prezzo) ma c'era anche il vandalismo e il dispetto. A qualcuno sar piaciuta quella serie di fotografie e se ne sar appropriato senza pensare che cosa essa rappresentava per me.
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Sarei rimasto volentieri un po' di tempo ad Ollomont per rimettermi a lavorare alle cose mie, se la mia situazione l non fosse diventata poco sicura. I tedeschi facevano perquisizioni al Berio e avevano arrestato parecchie persone che avevano aiutato le bande di patrioti e di fuggiaschi. A Ollomont tutti mi conoscevano, tutti sapevano quello che avevo fatto, tutti sapevano che ero stato un mese in Svizzera. I militi facevano la spia e c'era quindi da temere che da un momento all'altro mi si venisse a cercare. Appena ottenuti i documenti e le carte annonarie che mi occorrevano, scesi ad Aosta, poi a Torino a cercare Balliano (presidente Casa editrice Montes). Mi fece un certo effetto, dopo tanto tempo, ritornare alla citt e alla vita civile (se cos si pu chiamare la vita che si conduce oggi in Italia). Balliano si trova in difficolt per il blocco dei conti in banca e si  rimesso a far l'avvocato. Tutto fermo dal lato editoriale. Anche la guidina sciistica del Brenta, gi composta, corretta e con i clichs pronti, non verr stampata per ora. Sar forse meglio cos, ma a me manca lo stimolo a riprendere il mio lavoro, con la prospettiva che chiss quando potr venir stampato.
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Sul treno di Aosta, ho trovato Cantano che mi ha parlato della possibilit di far passare al CAI la Scuola di Aosta. Qualche tempo fa sarebbe stato del tutto facile. Ora bisogna far la domanda al Ministero. Quantunque non sia molto ottimista su questa possibilit, mi sono subito occupato della cosa, che sarebbe di grandissimo interesse per i molti sviluppi futuri e di cui mi potrei anche occupare direttamente. Sono andato a Torino, poi a Milano per parlare coi dirigenti del CAI. Solito ostruzionismo da parte di Bertarelli, che non smentisce la sua mentalit di gallina, boicottando sistematicamente qualsiasi iniziativa che torni a vantaggio del CAI.
Ho provato quasi un senso di disagio a riprendere contatto con quella gente e con quelle mentalit piccine e decrepite e di ritrovare ancora tutto al punto di prima, pi ammuffito e pi rancido di prima, come se nulla fosse successo dal 25 luglio in poi! Non mi sembra quasi possibile che un periodo cos denso di avvenimenti capitali, che io ho cos intensamente e intimamente vissuto, non abbia ancora portato quella radicale trasformazione nel modo di agire e di pensare, che sar inevitabile per quanti abbiano almeno un minimo senso della realt. .
Anche con Gervasutti e qualche altro, con cui avevo sempre avuto rapporti molto cordiali, ho provato solo un senso di estrema freddezza.
Anche qui a Milano, in questa settimana, ho lavorato esclusivamente a far propaganda e ad aiutare quanti si trovano in situazioni pericolose. Non so quando potr riprendere ad occuparmi delle cose mie. Mi sembra che i miei doveri mi chiamino verso compiti ben pi importanti.
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5 gennaio. Il ritorno a Milano non mi ha dato alcuna gioia, neppure la sensazione di rientrare in porto dopo un periodo cos avventuroso. Sono giunto a Milano solo per vedere com'era effettivamente la situazione, per ritrovare i miei, per vedere qualche amico, ma senza alcuna intenzione di rimanerci.
La casa fredda e vuota, i vetri rotti dal bombardamento estivo, tutte le mie cose nelle casse in cantina, che non volevo aprire e rovistare per pochi giorni, la citt devastata in modo desolante, vuota, senza risorse, disorganizzata, tutto m'invitava a rimanerci il meno possibile, a fuggire di nuovo lontano, in cerca di qualche asilo di pace. Senso di provvisoriet, giornate inutili, vuote e sbandate: non ho concluso quasi nulla. Sono andato a Merate a trovar Manlio, a Pavia da Bruno, a Viggi con Vitale: a Milano ho visto anche Fanny, risparmiandomi cos il progettato viaggio a Tregnago (in questi momenti disastrosi) e rinunciando quindi anche al viaggio a Trento.
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Sempre pi, quando ripenso al mese trascorso in Svizzera, lo considero come una parentesi vuota, un'esperienza mancata, che non ha lasciato alcuna traccia in me, n in male, n in bene. So dire che la crisi morale dei primi giorni  stata cos profondamente vissuta, che avevo creduto dovesse portare ad una svolta decisiva di tutto il mio modo di essere e di pensare, come l'esperienza delle Msules. Tutto si  risolto invece in una semplice avventura psicologica, che si  chiusa senza lasciar traccia, allo stesso modo come si  chiusa senza conseguenza l'avventura materiale della detenzione.
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Sono andato a Como a sentire un concerto. Avevo tanto bisogno di musica: era forse il mio desiderio pi acuto. Non ho ascoltato: mi sono abbandonato tutto nella gran pace verde ed idilliaca della VI di Beethoven. Mi pareva quasi impossibile che nello stato attuale di rivolgimenti tragici e di tensione nervosa potesse ancora esistere e ci fosse ancora dato di ascoltare un'espressione di pura serenit cos fresca e riposante. Provai un senso quasi fisico di benessere e di distensione, come quando mi abbandono su un prato al sole o sotto un larice profumato dopo la tensione di una lunga e difficile ascensione. Ho osservato tante volte quanto il mondo sarebbe migliore se tutti gli uomini fossero alpinisti; ma lo stesso sarebbe anche se tutti gli uomini fossero musicisti e se invece di tante conferenze e trattati, si tenessero concerti di vera musica.
Non ho voluto farmi venire un pianoforte per questi pochi giorni, ma nelle lunghe serate gelide, costretto in casa per il coprifuoco, ne sentivo una forte nostalgia.
Ma non  egoismo l'adagiarsi vigliaccamente in questa calma beata, oggi che ognuno dovrebbe lottare con tutte le sue forze se non vorr doversi per sempre vergognare di esser chiamato italiano?
Quando incontro per via quei pochi ufficiali che si sono spontaneamente ripresentati per costituire le sparute file del nuovo esercito repubblicano fascista, provo non solo disprezzo, ma quasi un senso di ribrezzo per quegli esseri spregevoli traditori e venduti.
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1944.
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10 gennaio, Milano. Sono andato a Cortina la sera dell'ultimo dell'anno, sperando di potermi incontrare con Macchietto e coi miei ragazzi di Ollomont o passare con loro la notte di capodanno. Mi sembrava che il ritrovarmi con loro mi sarebbe stato di buon augurio. Invece Manlio era appena ripartito e i ragazzi dello "scoiattolo" erano saliti al rifugio 5 Torri a far baldoria. Cos mi son trovato con persone alquanto indifferenti, in una Cortina piena di tedeschi, trasformata in un unico enorme ospedale militare e in regime di completa annessione al Reich. Sono andato a dormire presto la sera, tanto pi che ero stanco e al mattino non ho scambiato auguri con nessuno. L'unico vero italiano e l'unico vero alpinista che ho trovato  stato Degregorio e con lui mi son trattenuto a lungo in intime cordialit. Ho ritrovato anche alcuni soldati e alpieri di Tre Croci, che si sono trattenuti a lungo con me; poi sono scesi anche i ragazzi dello "scoiattolo" e mi hanno salutato con sincera cordialit. Ma io mi sono sentito ormai tanto lontano da loro, anche da Bibi Ghedina, e non potevo pi trovare un vero contatto. I rapporti militari finiti per sempre e con loro non ho ancora alcun rapporto di alpinismo o di amicizia per poterci ritrovare su un qualsiasi piano di vicinanza. Per loro io sono sempre il loro tenente, benvoluto, stimato, ma tenente: per me essi non sono pi i miei soldati ma non sono niente altro. Forse se facessi qualche gita con loro, le cose cambierebbero subito, ma cos non ho saputo trovar con loro alcun vero affiatamento.
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Ho ritrovato invece le mie crode, splendide e luminose nel tersissimo cielo invernale. Ora, dopo il mese veramente vissuto di Tre Croci, anche le crode di Cortina le sento mie. Mentre gli sci scorrevano come in un binario sullo stradone del Falzarego, guardavo insaziabile la mia Tofana e mai quella parete mi  parsa cos bella, come ora che la potevo sentire proprio mia. Seguivo tutto l'itinerario, ritrovavo i passaggi, ne rivivevo tutta l'emozione e ammiravo quella parete formidabile e quella via cos ardita e cos esposta. E poi guardavo al Popena, al Sorapss, alla Fiames: passai da Tre Croci, ritrovai il custode, rividi le belle palestre che avevo scoperto per i mie allievi.
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Scendendo da Tre Croci, gli sci serpeggiavano agilmente tra le piccole ondulazioni della morbida coltre nevosa. In pochi minuti fui a Valbona.  stato questo l'unico tratto, nella lunga traversata da Canazei, in cui potei godere la scivolata. Silenzio e solitudine del bosco, incanto di luci del tramonto fino al vespro sugli arditi profili delle Marmarole.
Un momento m'apparve, piccola e soffocata tra le crode immani, la Torre dei Sabbioni anch'essa ora cos mia. Poich soltanto le montagne che ci hanno dato almeno un attimo di vita vera, possiamo sentire come nostre: con un senso di possesso che non  dominio, ma  purissimo amore. Le altre montagne le ammiriamo, s, ma come dal di fuori: non sono nostre, ci sono estranee. Ecco perch l'alpinismo non pu essere soltanto contemplazione, ma deve essere azione.  necessario conquistare per possedere, per poter compiutamente amare. Come con una donna, anche con la montagna  necessario l'atto vitale perch sia perfetta la comunione d'amore.
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"Non  strano che il mare consoli l'anima quando lo si vede, e renda cos malinconici quando vi si pensa?" (Bjrnson).
E l'amore  la pi grande, anzi l'unica vera felicit della vita.
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"Quand'ero giovane, avevo ali forti instancabili, ma non conoscevo le montagne. Quando fui vecchio, conobbi le montagne, ma le ali stanche non tennero pi dietro alla visione. Il genio  saggezza e giovent" (Lee Masters). Saper essere ancora giovane, quando si  raggiunta la maturit.
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Desideravo tanto un po' di musica. Di sentir musica, ma pi ancora di suonare, di abbandonarmi, di perdermi nel suono del mio strumento e della mia voce. Era fin dal tempo del Berio, che ne sentivo un desiderio acuto, una vera sete. Appena di ritorno a Milano, ero corso a Como per sentire un concerto; di passaggio a Tregnago, ho voluto riaprire la tastiera e anche il suono di quello strumento terribile, mi  parso soavissimo. Quando son ritornato stabilmente a Milano, ho cercato invano in tutta la citt un pianoforte a nolo. Niente. Mi rincresceva far ritornare il mio sfollato, ma anche sentivo una forte nostalgia di musica, tanto pi in queste sere in cui non  possibile uscire per il coprifuoco e tanto pi in questo periodo di totale mancanza di opere e di concerti. Finalmente ho pensato al pianoforte dei Luzzato, che doveva trovarsi ancora a casa di Manlio. Dopo varie difficolt sono riuscito a farlo portar qui e a farlo metter in ordine. Contavo i giorni, tanto ero assetato di musica. La prima sera volli concedermi proprio i miei pezzi preferiti: V di Beethoven, Suite Bergamasque, Concerto Italiano; la seconda sera Monteverdi, Frescobaldi, Pizzetti e ancora Debussy. Non potevo desiderare di meglio. E invece nessuna gioia mi ha dato il ritrovarmi al pianoforte, il ritrovare le mie musiche preferite. Tale era lo stato di apatia in cui ero caduto in questo grigio periodo milanese, che tutto mi era divenuto indifferente.
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Ma ora, a poco a poco, comincio a ritrovarmi. Leggo senza stento, le dita scorrono da s senza ch'io debba badare alla tastiera, la voce mi esce di nuovo piena e senza sforzo, non riesco ancora a dimenticarmi e a perdermi nell'onda sonora, ma gi un immedesimarsi nella musica, e gi un riesprimere quello che leggo con l'animo pi che con le dita.
E insieme alla musica  tornato anche il sole. Un sole tiepido da primavera, un'aria leggera e trasparente, un vento crudo e vivificante come una brezza montana. Lo aspiravo a pieni polmoni, a grandi sorsate, come per bere quell'aria dei monti. Vorrei tanto poter ritornare tra i monti, per ritrovarmi, per ritrovare tutta la mia energia, il mio spirito d'iniziativa, la mia volont d'azione, il pi vero me stesso.
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FINE.